Futuro personaleIl limite politico di Vannacci è l’assenza di uno sbocco nel centrodestra

La visibilità mediatica dell’ex generale non compensa la mancanza di alleanze e di una collocazione credibile nella coalizione. Senza risorse, radicamento e una meta politica riconoscibile, l’esperimento rischia di seguire il destino di altri fenomeni politici nati nei talk show

LaPresse

L’esperimento politico di Roberto Vannacci si regge tutto sul successo di una narrazione: convincere gli italiani che sarà il nuovo Giorgia Meloni e non il prossimo Gianfranco Fini. L’ex generale sta cercando in tutti i modi di far passare l’idea che Futuro Nazionale del 2026 è come Fratelli d’Italia nel 2012: all’inizio di una lunga traversata nel deserto, disposto a partire dal 3 o 4 per cento per poi arrivare un giorno al governo. Senza una terra promessa a cui puntare, il nuovo partito di Vannacci sembrererà il solito tentativo di preservare una rendita politica, rischiando di finire nel dimenticatoio, come “Italexit” di Gianluigi Paragone, “La Destra” di Francesco Starace e “Futuro e Libertà per l’Italia” di Fini. L’impresa non è semplice; non solo quella politica, anche quella mediatica. I giornali di centrodestra non hanno reso la vita facile a Vannacci e da giorni sguazzano nella polemica umana, prima che politica, tra lui e Salvini che si accusano a vicenda di tradimento. 

L’ex generale ha una sola arma a disposizione, ma in questa landa desolata di talk show non è male: sa parlare in televisione. Dice cose irricevibili per una parte ampia dell’opinione pubblica, ma lo fa con sicurezza, tiene il punto, risponde a tono, costruisce catene logiche che rendono presentabili anche le affermazioni più fragili e orribili. A differenza di molti politici più navigati, non inciampa sui poteri delle cariche dello Stato e non si lascia mettere in difficoltà dal conduttore di turno. Nel 1956 sarebbe stato il requisito minimo per entrare in una sezione di partito, oggi è la qualità che permette di fare molta fortuna. 

Ma non si vive di sole polemiche. La storia recente è piena di fenomeni televisivi sedotti e abbandonati dalla politica. Vi ricordate l’economista euroscettico Antonio Maria Rinaldi e la presidente dell’associazione Eurexit Francesca Donato? Entrambi sono diventati eurodeputati grazie alla Lega dopo il tirocinio nei salotti tv. Lo stesso si può dire per la ex iena Dino Giarrusso con il movimento 5 stelle e Aboubakar Soumahoro, il sindacalista candidato dai Verdi che ha annunciato di voler entrare in Futuro Nazionale. Il caso più istruttivo resta Alessandro Di Battista, a lungo percepito come il futuro leader carismatico del Movimento 5 stelle e poi rapidamente evaporato una volta finito il suo momento mediatico.

Non sarà facile trasformare la visibilità di Vannacci in una organizzazione politica duratura. Servono sezioni locali, amministratori, dirigenti, alleanze credibili. In una parola: soldi, e anche tanti. Senza questi elementi, Futuro Nazionale rimarrà la solita sigla personalistica. Chi è sopravvissuto davvero a una scissione e a un’iper-esposizione mediatica, come Matteo Renzi e Carlo Calenda, lo ha fatto perché dietro l’eloquio c’era una storia politica (uno presidente del Consiglio, l’altro ministro), una struttura organizzata, una classe dirigente solida in grado di propagare il verbo del leader e diversi finanziamenti. 

Se proprio vogliamo rifare il paragone con Meloni, la presidente del Consiglio era stata la ministra più giovane della repubblica italiana, anche se in un ministero dimenticabile, come quello della Gioventù; ma soprattuttto aveva al suo fianco Ignazio La Russa e Guido Crosetto. Non possiamo dire lo stesso per Vannacci, a meno di considerare statisti Mario Borghezio ed Emanuele Pozzolo, il deputato condannato a un anno e tre mesi di reclusione per porto illegale di arma da fuoco. 

Al momento Futuro Nazionale ha la nostra curiosità, ma non è detto avrà la nostra attenzione a lungo. I sondaggi lo danno nel migliore dei casi al 4,2%, capace quindi di superare una eventuale soglia di sbarramento che potrebbe acchittare la maggioranza nella nuova legge elettorale. Secondo YouTrend, Vannacci potrebbe pescare i voti soprattutto all’interno del perimetro della destra, drenando consensi a Fratelli d’Italia e dalla Lega, che insieme fornirebbero quasi la metà del bacino elettorale del nuovo partito. Mentre l’impatto al centro e a sinistra sarebbe nullo. 

E qui si pone un altro problema. Qual è il finale di partita di Vannacci? Cosa vuole ottenere, davvero? La rottura con Matteo Salvini è insanabile e l’operazione di conquista della destra più identitaria di Meloni rende poco credibile una corsa dentro la coalizione di centrodestra alle politiche del 2027. La porta del centrodestra l’hanno chiusa a doppia mandata esponenti di peso di Forza Italia come Antonio Tajani e Maurizio Gasparri che hanno iniziato a corteggiare politicamente Carlo Calenda, definendo Futuro Nazionale incompatibile con il perimetro della coalizione, una posizione condivisa anche da Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati. 

Senza una coalizione da scalare, Vannacci potrebbe tentare l’impossibile: sedurre il grande elettorato mobile e qualunquista, quello che periodicamente alle elezioni vota il salvatore, o la salvatrice, della patria. Se replicasse l’exploit del Movimento 5 stelle, Vannacci potrebbe dettare le regole del gioco, o almeno non non essere ignorato nella formazione del governo. L’uomo nuovo ha sempre affascinato gli italiani, ma solo se porta un messaggio chiaro e riconoscibile. I grillini e Meloni hanno in modi e forme diversi giocato molto sulla rabbia e il risentimento degli italiani; a Vannacci non basterà richiamarsi ai veri valori della destra, qualsiasi cosa voglia dire.

Anche per questo la sua traiettoria appare stretta. Vannacci non arriva da Fratelli d’Italia, ma dalla Lega, un partito che solo di recente si è rivestito di nazionalismo sotto la guida di Matteo Salvini. Prima il Carroccio è stato altro: antimeridionalista, secessionista, a tratti esplicitamente antifascista, quando Umberto Bossi amava definirsi erede dei partigiani. Insistere fino al 2027 sulla narrazione di una destra “tradita” rischia quindi di risultare usurante e poco credibile, tanto più se a proporla è un dirigente rimasto nella Lega meno di un anno, con almeno metà di quel tempo consumato in un logorante tira e molla sulla sua permanenza. Una biografia politica troppo breve e troppo ambigua per reggere a lungo la solita manfrina dei duri e puri. 

Vannacci potrebbe forse puntare a una scelta più coerente con le sue idee politiche: un partito stabilmente fuori dall’arco costituzionale, simile al vecchio Movimento Sociale Italiano, con una base ristretta ma fedele, diventando il punto di riferimento degli anti sistema, degli scettici di qualsiasi genere e degli amanti degli autoritarismi. In quel caso, più che Futuro Nazionale, il progetto potrebbe chiamarsi Furbo Nazionale, senza neppure la fatica di cambiare sigla. 

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