Forza sistemicaCome la nuova destra sovranista sta ridisegnando la politica europea

Dalla crisi del 2008 alla Brexit, fino al ritorno di Trump, una sequenza di crisi politiche ha aperto nuovi spazi ai movimenti nazionalisti e populisti. Più che una semplice protesta elettorale, sta emergendo una corrente ideologica transnazionale capace di cambiare l’equilibrio dell’Occidente

AP/Lapresse

Nel maggio 2002 la Francia ebbe una delle sue crisi politiche più profonde dalla fine della Guerra fredda. Jean-Marie Le Pen, fondatore del Front National, era arrivato al secondo turno delle elezioni presidenziali contro Jacques Chirac. Per molti francesi fu un momento di incredulità. Per la prima volta, l’estrema destra entrava nella fase decisiva della competizione presidenziale. La risposta della classe politica fu immediata. Destra moderata e sinistra si unirono in quello che venne definito un fronte repubblicano, un’alleanza straordinaria costruita con un unico obiettivo: impedire all’estrema destra di entrare nel cuore del potere politico. Per molti osservatori sembrava la prova definitiva che l’estrema destra fosse politicamente marginale in Europa occidentale.

Vent’anni dopo, la figlia di Jean-Marie Le Pen, Marine, ha ottenuto il quarantuno per cento al secondo turno delle presidenziali del 2022. Il suo partito è il più votato alle elezioni europee e uno dei principali attori della politica francese.

La storia del Front National, oggi Rassemblement National, racconta qualcosa di più profondo di una semplice ascesa elettorale. Racconta il fallimento di una strategia politica che per decenni ha definito la democrazia europea: isolare la destra radicale per impedirle di entrare nel sistema. Quella strategia, il cosiddetto cordon sanitaire, ha spesso prodotto l’effetto opposto. Ha rafforzato la narrazione che questi movimenti utilizzano da anni: quella di una classe politica unita per difendere se stessa contro il popolo.

Oggi la destra radicale non è più una galassia di partiti marginali. Secondo Mark Leonard, direttore dell’European Council on Foreign Relations, rappresenta ormai «la famiglia politica più popolare in Europa», con circa il ventiquattro per cento dei voti. La nuova destra viene descritta da Leonard non come un ritorno nostalgico al passato, ma come una forza profondamente adattata al mondo contemporaneo. Merito di un modello politico coerente, con quattro punti di forza: «Una lettura puntuale della crisi dell’ordine liberale, una strategia per mobilitare nuovi elettori, un’agenda politica assertiva e una capacità comunicativa perfettamente integrata nell’ecosistema digitale», scrive Leonard. È questa combinazione di analisi ideologica, strategia elettorale, agenda politica e infrastruttura mediatica che ha permesso alla nuova destra di consolidarsi in molti sistemi politici occidentali.

La domanda che attraversa oggi la politica occidentale non è se questi movimenti continueranno a crescere. È se stiamo assistendo alla nascita di qualcosa di una nuova corrente ideologica transnazionale capace di ridefinire l’ordine politico costruito dopo la fine della Guerra fredda.

Per capire perché questa trasformazione sta avvenendo bisogna tornare indietro di circa quindici anni. La storia recente della politica dei partiti, nel mondo occidentale, è stata segnata da una sequenza di crisi che si sono accumulate una sull’altra. La crisi finanziaria del 2008; la crisi dell’eurozona che ha messo in discussione la stabilità dell’integrazione europea; la crisi migratoria del 2015; la pandemia di Covid-19; l’invasione russa dell’Ucraina che ha prodotto inflazione energetica e nuove tensioni geopolitiche. Per molti elettori europei, questi eventi hanno alimentato una sensazione di instabilità. Alcuni intellettuali vicini alla nuova destra interpretano questa sequenza come la prova del fallimento dell’ordine liberale costruito dopo il 1945.

Il politologo tedesco Benedikt Kaiser, oggi una delle figure più influenti nell’ecosistema intellettuale dell’AfD, descrive questo processo come una «convergenza di crisi» capace di delegittimare le élite politiche. In questa lettura, la globalizzazione non avrebbe prodotto prosperità condivisa ma una serie di shock che colpiscono soprattutto le classi medie e lavoratrici. Come sintetizza l’analisi dell’Ecfr, «la convergenza di crisi ha eroso la legittimità dell’ordine liberale e creato lo spazio politico per nuovi attori».

Uno degli episodi che meglio illustrano questo processo è la crisi migratoria del 2015 in Germania. In quell’anno oltre un milione di rifugiati – soprattutto provenienti dalla Siria – arrivarono nel Paese. La cancelliera Angela Merkel decise di aprire le frontiere e pronunciò una frase destinata a diventare storica: Wir schaffen das. Ce la faremo. All’inizio molti tedeschi accolsero con favore la decisione. Ma nel giro di pochi mesi il dibattito pubblico cambiò. In diverse città, soprattutto nell’est del Paese, i centri di accoglienza improvvisati e le tensioni sull’integrazione diventarono un tema quotidiano nel dibattito locale.

In questo contesto l’Alternative für Deutschland cambiò completamente identità politica. Nato pochi anni prima come movimento di euroscettici, il partito iniziò a concentrarsi quasi esclusivamente su immigrazione, identità culturale e critica alla globalizzazione. Nel giro di pochi anni entrò nel Bundestag e superò il venti per cento in diversi Länder dell’est. Oggi è uno dei principali partiti di opposizione in Germania. Questo processo illustra un meccanismo che ricorre spesso nella politica europea contemporanea: le crisi creano nuove domande politiche che i partiti tradizionali faticano a intercettare. I movimenti della nuova destra si presentano allora come gli alfieri di queste richieste.

Un altro episodio che segnò profondamente la trasformazione della politica europea fu il referendum sulla Brexit del 2016. Per decenni la politica britannica era stata organizzata lungo una linea relativamente semplice: laburisti a sinistra, conservatori a destra. Il conflitto principale riguardava la redistribuzione economica. Il referendum cambiò questa dinamica.

Molti elettori tradizionalmente laburisti, soprattutto nelle città industriali del nord dell’Inghilterra, votarono per uscire dall’Unione europea. In molte di queste circoscrizioni – dalle vecchie città minerarie dello Yorkshire alle aree industriali delle Midlands – il voto per il Leave superò di gran lunga la media nazionale. Le ragioni non erano principalmente economiche. Riguardavano temi come sovranità nazionale, controllo delle frontiere e identità culturale. Lo slogan della campagna per il Leave era semplice e potente: «Riprendiamoci il controllo».

Dopo il referendum la politica britannica si riorganizzò rapidamente attorno a una nuova linea di frattura: globalisti contro sovranisti, città cosmopolite contro periferie industriali. Nel 2019 Boris Johnson conquistò molti seggi che per decenni erano stati roccaforti del Labour.

Questo cambiamento riflette una trasformazione più ampia della politica occidentale. La linea di divisione non passa più soltanto tra ricchi e poveri o tra sinistra e destra economica. Sempre più spesso passa tra chi difende l’integrazione globale e chi rivendica la sovranità nazionale.

Allo stesso tempo, c’è stato un cambiamento nella composizione dell’elettorato conservatore. In molte regioni industriali europee – dalle città minerarie del nord della Francia alle aree manifatturiere dell’est tedesco – questi partiti hanno trovato i loro seguaci più fedeli. Negli Stati Uniti la vittoria di Donald Trump nel 2024 è stata costruita su una coalizione di elettori in gran parte privi di laurea, spesso lavoratori delle regioni industriali in declino.

In Francia, il Rassemblement National ha ottenuto circa il cinquantanove per cento del voto operaio nelle elezioni legislative del 2024. In Germania l’AfD ottiene risultati molto più alti tra gli elettori senza laurea rispetto alla media nazionale.

Questa strategia è stata formulata anche da alcuni strateghi del movimento conservatore americano. Un consigliere vicino al vicepresidente J.D. Vance ha spiegato che l’obiettivo è sostituire il «repubblicanesimo dei country club» con una forma di «repubblicanesimo della classe lavoratrice». Il cambiamento è significativo perché rompe con una tradizione storica della destra occidentale, cioè il legame con le élite economiche.

L’Italia è stato uno dei laboratori di questa metamorfosi. Alle elezioni del 2018 Fratelli d’Italia era un piccolo partito che gravitava intorno al quattro per cento. In pochi anni Giorgia Meloni è riuscita a trasformarlo nel primo partito del Paese, prendendo il ventisei per cento alle elezioni del 2022.

Il percorso dell’attuale presidente del Consiglio non è stato quello tipico dei movimenti populisti degli anni Duemila. Invece di puntare sulla protesta anti-sistema, ha costruito gradualmente un profilo più istituzionale. È rimasta all’opposizione dei governi Conte e del governo tecnico guidato da Mario Draghi, presentandosi come l’unica alternativa coerente. Nella sua agenda i punti cardine sono quelli che abbiamo imparato a conoscere, i temi più cari della nuova destra europea: sovranità nazionale, controllo dell’immigrazione, critica alla globalizzazione. Con una strategia di normalizzazione politica e una retorica atlantista e draghiana, poi rivelatasi solo una maschera.

In questo modo Fratelli d’Italia è riuscito a trasformarsi da partito marginale in forza di governo. Per molti analisti, il caso italiano è l’esempio di come la nuova destra europea non sia più soltanto un elemento di rottura, ma ormai parte stabile del sistema politico.

Poi c’è stato il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, con le elezioni vinte a novembre 2024. Inizialmente si pensava che sarebbe stato boost incredibile per i partiti dell’estrema destra europea. Ma il suo impatto non è stato così visibile. Secondo un rapporto del Carnegie Endowment, «l’effetto Trump sulla destra radicale europea è più sfumato di quanto si creda». Da un lato esiste un evidente allineamento ideologico su temi come immigrazione, critica alla globalizzazione e opposizione alla cultura “woke”. Dall’altro, molte politiche trumpiane, come i dazi o il l’attacco alla Nato, creano tensioni tra i suoi principali alleati europei.

Questa ambivalenza rende il rapporto tra trumpismo e destra europea meno lineare di quanto sembri. Alcuni leader, come Viktor Orbán, vedono in Trump un alleato naturale. Altri, come proprio Giorgia Meloni, cercano di mantenere un equilibrio tra vicinanza ideologica e pragmatismo geopolitico.

Nonostante la crescita elettorale, la nuova destra europea fatica ancora a conquistare il potere in molti Paesi. Sempre secondo il Carnegie Endowment, questi partiti «ottengono circa il ventiquattro per cento dei voti ma rappresentano solo il quattordici per cento dei partiti al governo». In molte democrazie europee esistono ancora coalizioni politiche che cercano di escluderli dal potere. L’ultimo esempio in ordine temporale è quello dei Paesi Bassi, dove il governo di minoranza di Rob Jetten è nato proprio su questi presupposti.

Ma il loro impatto potrebbe essere comunque significativo. Come osserva lo stesso rapporto, la destra radicale «potrebbe non conquistare l’Europa, ma può impedirle di diventare ciò di cui ha bisogno». In altre parole, anche senza governare direttamente questi movimenti possono influenzare l’agenda politica e rallentare le riforme dell’Unione europea.

Dopo la fine della Guerra fredda molti osservatori pensavano che la democrazia liberale rappresentasse il punto di arrivo della storia politica occidentale. Era la fine della storia di cui parlava il politologo Francis Fukuyama. Oggi quella convinzione appare sempre meno solida, o quanto meno non universale. La nuova destra europea e americana propone una visione alternativa dell’ordine politico: più centrata sulla sovranità nazionale, più diffidente verso le istituzioni sovranazionali e più attenta alle questioni identitarie. È difficile immaginare che un progetto sovranista governato dai più populisti leader dell’estrema destra europea possa diventare il nuovo paradigma politico dell’Occidente. Forse è solo una fase di transizione. Ma una cosa è evidente: i movimenti che vent’anni fa venivano isolati ai margini del sistema sono oggi parte stabile del paesaggio politico occidentale.

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