Il cucciolo non ha altro da offrire che il solito numero. Non so se all’origine di tutto questo ci sia solo una grave mancanza di immaginazione. Nel caso di Fulvio si aggiungeva un bisogno di violenza che derivava da chissà quali orrori domestici. Anche lui, però, aveva la formularità di tutti gli altri; la maniacale tendenza alla ritualizzazione. Impoetico cucciolo! Routinario cucciolo! Eppure, sebbene capissi tutto questo, io continuavo a stupirmi che certi cuccioli non tornassero alla mia porta. E ancora vorrei domandare loro perché siano spariti, nonostante il piacere che ci eravamo dati. Perché non si siano innamorati di me. Quanti! L’evanescenza dei cuccioli! La distruttività dei cuccioli! Le procrastinazioni dei cuccioli! Il peggio della vita… La non vita… Non sembrano conoscere l’idea che quel che non si fa adesso non si farà più. Se, infatti, pensate di farlo domani, vi sbagliate di grosso, perché domani farete inevitabilmente non quella, ma un’altra cosa. Per voi fare si riduce a forse-un-giorno. L’evento è assoluto, appartiene non a un certo momento, ma a un momento qualunque, e questo momento qualunque non sta in una successione di altri momenti, non viene né prima né dopo: viene a un certo punto; avviene.
Ecco: il punto è la figura geometrica della temporalità cucciolesca. L’istante che non diventerà mai durata. Che non crea scia. Nessuna attesa lo precede, nessuna memoria lo segue. Io, invece, non meno di quando ero ragazzo, non facevo che attendere e ricordare, e sperare che l’accaduto si ripetesse. Per questo avevo aspettato tutte le sere Fabrizio e poi inseguito Adrians e ripreso il treno per ritrovare Fulvio nello stesso albergo di Brescia… Perché mai una cosa che ha dato piacere non dovrebbe ripetersi? Come è possibile non ri-volerla? Forse è possibile solo a condizione che non la si sia mai voluta. C’è stata, tutto qui. Che cosa aspettate, cuccioli? Anzi, che cosa non aspettate?
Voglio ricordare almeno due di voi, apparsi dopo Fulvio: Davide, amalfitano, venticinque anni, ristoratore, trasferitosi in Brianza da bambino, e Niall, ventisette anni, irlandese, nato nella campagna di Cork, fisico in un laboratorio di Parigi (lo incontrai a Milano, dove era venuto a passare un paio di settimane su invito del Politecnico). A voi, ragazzi meravigliosi, qui mi rivolgo, anche se non mi leggerete mai, e vi dico questo: che io le vostre vite le avrei tenute strette a me; che io non vi avrei mai lasciato andare. Dovevo dichiararvelo, anziché fingere che foste routine, che fossimo io e voi pagliacci nel circo di Grindr? Quando, dopo il sesso, mi diceste che sareste tornati a trovarmi (me lo avete anche scritto su whatsapp nei giorni seguenti), io, ancora una volta, ci cascai.
Come fate a mentire così? Come fate a non temere di essere dimenticati? Non vi spaventa il tempo divoratore? La fine delle cose? Vi scrissi di nuovo solo per darvi questo messaggio: “Io non ho dimenticato”. Per darvi il buon esempio. “Io, almeno io, non sto al gioco della continua vanificazione. Unitevi a me, se non per amore di me, per odio del nulla.” Non vi sentite già morire permettendo che tutto vada in malora? Non vi strazia il pensiero che il sesso, il bellissimo sesso, non lasci segno, e serva, piuttosto, a cancellarci vicendevolmente per sempre? O esistete, nel sesso, solo voi, il piacere viene solo da voi, ed è questa la ragione per cui non perdete niente, non rinunciate a niente, voi stessi a voi essendo tutto sempre?
A me, Davide, per davvero interessava il tuo ristorante, che avevi appena aperto a Trezzano, come mi raccontasti un attimo prima di sparire, con i suoi cento coperti e il suo menu di carne e di pesce, e i tuoi piccoli dipinti astratti, proprio carini, ordinati ordinati, che a guardarli chi immaginerebbe mai che sei un amante tanto scatenato, con un corpo tanto flessibile e accogliente… E, Niall, a me per davvero interessava tutto quello che mi dicevi, mentre i narcisi si allargavano nella brocca di vetro e un volume delle poesie di Garcia Lorca, che io avevo regalato ad Alex quand’eravamo ancora agli inizi, cadeva dal ripiano della libreria (per caso, ovviamente, ma per me, data la situazione, come per volontà di un dio benevolo): la tua Irlanda rurale, il tuo microscopio elettronico, il tuo talento per la matematica, che ti si rivelò già nell’infanzia, quando giocavi tra gli alberi e guardavi la corsa delle volpi e costruivi un mondo con il lego, la tua insofferenza per le lingue e le letterature, la tua voglia di emergere, di partire per l’America, di far soldi, di ottenere presto una cattedra universitaria!
Mi interessava anche la parola chaos che usavi per descrivere l’immensa quantità di lavoro che ti aspettava ogni giorno al laboratorio, a trenta metri sotto il livello della strada, e gli errori di temperatura di non so quale frigorifero, di cui incolpavi gli stupidi ingegneri, e il jogging che facevi la sera tardi o la mattina presto anche nel freddo di febbraio! A voi di me non interessava proprio niente? Perché?

Tratto da “Daddy”, di Nicola Gardini, Mondadori, 2026, 19 euro, 228 pagine