La crepa e il crolloL’epoca che ha trasformato la fragilità umana in un problema da ottimizzare

Dalla guerra ai social, tutto finisce nello stesso flusso che rende gli eventi indistinti e meno significativi. Il problema non è l’instabilità del mondo, ma un sistema che evita il confronto con la realtà e sostituisce le relazioni con simulazioni

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Il 28 marzo 2026, milioni di americani sono scesi in strada in tutto il paese, con più di tremila eventi in tutti i cinquanta stati, dal Maine alla Florida, dalla California al Minnesota. Si chiamano No Kings. Protestano contro la guerra in Iran, contro le deportazioni di massa, contro quello che descrivono come la deriva autoritaria di Donald Trump. «Siamo in piazza in ogni stato, in ogni contea», dicono gli organizzatori. «Contro la guerra illegale all’estero. Contro la polizia segreta in casa.»

È la terza edizione del movimento. Gli organizzatori prevedono la più grande giornata di protesta non violenta della storia americana. Bruce Springsteen canta a Minneapolis. Bernie Sanders parla alla folla. E, nelle strade d’Europa – Parigi, Berlino, Londra – altri manifestanti si uniscono, a ricordare che il legame tra America e democrazia liberale non è un’eredità acquisita per sempre.

È un segnale, forse il più importante di questa stagione. Perché dimostra che la fragilità – quella che questa epoca vuole rimuovere, ottimizzare, far sparire dal feed – non ha ancora smesso di parlare. Prima il Covid ha incrinato la nostra idea di sicurezza. Non solo sanitaria: esistenziale. Ha reso visibile ciò che avevamo rimosso – la precarietà come condizione, non come eccezione. 

Poi la guerra. Non più periferica, delegata, invisibile, ma riportata nel cuore dell’Europa dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin. Un ritorno della storia che credevamo archiviata, e che invece era solo stata spostata fuori campo. Nel frattempo, la politica ha cambiato natura. Il trumpismo ha normalizzato la frattura tra verità e consenso, tra istituzioni e percezione. Non ha solo radicalizzato il dibattito: ha ridefinito le regole del gioco.

A questo si è aggiunto il cambiamento climatico, che non è più una previsione ma una pressione permanente: eventi estremi, instabilità sistemica, un futuro che entra nel presente senza chiedere permesso. E, infine, l’intelligenza artificiale. Non come innovazione neutra, ma come infrastruttura che ridefinisce la produzione del reale: automatizza decisioni, moltiplica simulazioni, accelera ogni dinamica esistente, incluse le distorsioni.

Non è una sequenza di crisi. È un cambio di paradigma. C’è una crepa in ogni cosa. Leonard Cohen lo cantava come una verità strutturale. La crepa non è un errore: è il punto in cui l’umano accade. Il problema è che abbiamo smesso di attraversarla. Abbiamo iniziato a gestirla.

L’essere umano è fragile – in senso tecnico, prima ancora che filosofico. Corpo esposto, mente instabile, dipendenza dagli altri e paura della dipendenza. Su questa tensione si sono costruite le istituzioni, le culture, le forme di convivenza.

Oggi quella tensione viene neutralizzata. La tecnologia, che prometteva emancipazione, ha prodotto una fragilità più efficiente: esposta, tracciata, monetizzata. Non costruisce comunità, ma ambienti riflettenti. Non relazione, ma ritorno. Il risultato è un individualismo senza profondità. Non quello critico e radicale della tradizione, ma una versione passiva: iperconnessa, reattiva, incapace di durata. Siamo dentro un sistema che amplifica l’espressione e riduce l’esperienza. Non è libertà. È isolamento ottimizzato.

Anche la guerra cambia forma – non nella sua realtà, ma nella sua percezione. L’invasione dell’Ucraina ha riportato il conflitto armato nel cuore dell’Europa dopo ottant’anni. Il 28 febbraio 2026, alle 2:30 di notte, ora di Washington, Donald Trump ha annunciato su Truth Social l’inizio delle operazioni militari in Iran. In dodici ore, quasi novecento attacchi coordinati tra Stati Uniti e Israele hanno colpito missili, difese aeree, infrastrutture di comando. La guida suprema Ali Khamenei è morta in uno dei primi strike. Una scuola elementare femminile a Minab è stata colpita per errore: centottanta morti, secondo i media iraniani. Il Palazzo Golestan – patrimonio UNESCO – è stato danneggiato dalle esplosioni. Un sottomarino americano ha affondato una fregata iraniana al largo dello Sri Lanka: primo vascello nemico colato a picco dagli Stati Uniti dalla Seconda guerra mondiale. 

Nel frattempo, a Kharkiv continuano i bombardamenti. Due guerre. Due fronti. Una sola direzione: il ritorno della forza come unica lingua della politica internazionale. Lo Stretto di Hormuz è conteso. Il petrolio ha superato i 170 dollari al barile. Le borse europee crollano. Le rotte commerciali vengono riscritte settimana per settimana.

Eppure la novità più inquietante non è sul campo di battaglia. È nello sguardo con cui lo osserviamo. Tutto scorre nello stesso feed – le esplosioni su Teheran, un gol di Champions, una scuola bruciata, un meme. Stesso ritmo. Stessa durata dell’attenzione. La tragedia non produce più silenzio: produce contenuto. E il contenuto, per definizione, scade.

A questo si aggiunge la guerra dei droni – combattuta da remoto, senza corpo, senza sguardo. Una guerra che assomiglia sempre più all’interfaccia con cui viene guardata: schermo contro schermo, astrazione contro astrazione. La distanza tecnologica non ha prodotto più umanità. Ha prodotto meno responsabilità. La tecnologia non ha umanizzato la guerra. Ha umanizzato sempre meno chi la guarda. In questo contesto, anche la libertà si svuota. Diventa diritto a non essere disturbati: dalla complessità, dal dolore, dalla responsabilità della relazione. Ma una libertà senza relazione è una contraddizione funzionale: regge solo finché resta superficiale.

È qui che la lezione di Leonard Cohen torna attuale. La crepa non è un difetto da correggere, ma uno spazio da abitare. È ciò che rende possibile l’empatia, l’arte, la politica, nel suo senso più alto. Il problema del presente non è la fragilità. È la sua rimozione sistemica. Abbiamo costruito un ambiente che premia la simulazione della forza e penalizza la vulnerabilità autentica. Che scambia velocità per intelligenza, esposizione per partecipazione, connessione per comunità.

Un ambiente che non tollera la pausa. «In ogni cosa c’è una crepa, ed è da lì che entra la luce.» Leonard Cohen, “Anthem”, 1992. Ma serve tempo per vederla, quella luce. E il tempo è esattamente ciò che questo sistema sottrae. È forse per questo che Leonard Cohen manca così tanto: non come cantautore, ma come poeta. Quella di ricordare che la fragilità non è un limite da superare, ma la condizione da cui ripartire.

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