La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran potrebbe finire da un momento all’altro o tra diverse settimane. Quando c’è di mezzo Donald Trump fare previsioni è praticamente impossibile e lui stesso potrebbe non avere un piano definito. Probabilmente, nella sua improvvisazione, Trump non ha valutato tutte le possibili conseguenze di un’operazione militare così ampia, poi deflagrata in tutta la regione.
Dopo quasi un mese di guerra il regime di Teheran è indebolito ma è ancora intatto. Tra gli alleati occidentali c’è molto scetticismo sulle operazioni americane, e perfino il rapporto tra Stati Uniti e Israele sembra essersi incrinato – almeno se vogliamo dare per buono un post dello stesso Trump su Truth in cui punta il dito contro il governo di Benjamin Netanyahu. Adesso anche una parte della galassia Maga storce il naso. Un buon esempio è la dichiarazione di Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo che si è dimesso accusando Trump, Israele e i media americani: «Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran. L’Iran non rappresenta una minaccia imminente al nostro paese ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra per pressione di Israele e della sua potente lobby americana». E Kent è sempre stato un trumpista di ferro.
È ancora presto per dirlo con certezza, ma alcuni segnali fanno pensare che la guerra in Iran sia l’inizio della fine per il trumpismo. Non tanto dell’attuale presidenza, che potrebbe anche trascinarsi fino al 2028, quanto del progetto politico che aveva portato Trump al potere.
Nel mare delle opposizioni a Trump questa volta non ci sono solo democratici, liberal e commentatori ostili per definizione. Le critiche arrivano da dentro, da quella massa eterogenea che negli anni ha costituito il blocco Maga.
L’opinionista e conduttore radiofonico Alex Jones, l’uomo che incarna alla perfezione tutti i deliri paranoidi del cospirazionismo internettiano, ha parlato di un problema gigantesco portato dalla guerra in Iran: «Questo [presidente] dovrebbe essere America First. Non dovremmo andare in giro a fare queste cose». Il suo collega Matt Walsh ha messo in discussione la stessa idea di esportare la libertà alla vecchia maniera degli Stati Uniti: «La libertà degli iraniani non è responsabilità degli americani. Se anche una sola vita americana venisse persa per questo obiettivo, sarebbe una tragedia». Perfino Tucker Carlson – lo stesso Tucker Carlson che aveva intervistato Vladimir Putin al Cremlino – è andato oltre, definendo l’attacco «assolutamente disgustoso e malvagio».
È una frattura che attraversa tutto l’ecosistema della destra americana. Dai podcast alle tv via cavo, dai commentatori tradizionali agli influencer della cosiddetta manosfera, fino ai politici eletti. Marjorie Taylor Greene parla apertamente di «tradimento» delle promesse elettorali da parte di Trump. Steve Bannon, Candace Owens, Joe Rogan – che ha definito la guerra «così folle» – si muovono nella stessa direzione.
Il paradosso è evidente: Trump rischia di perdere consenso proprio sul terreno che lo aveva portato alla Casa Bianca. L’opposizione alle guerre infinite in Medio Oriente, il rifiuto del regime change, lo slogan America First. «Abbiamo votato per niente più guerre», ha scritto Greene.
La spaccatura è reale e si legge in alcuni sondaggi. La maggioranza dei repubblicani continua a sostenere l’intervento, ma tra quelli che non si identificano pienamente con il mondo Maga il consenso scende sensibilmente. E soprattutto manca il classico effetto rally-round-the-flag: quella spinta patriottica che di solito rafforza i presidenti all’inizio di un conflitto. Questa volta non c’è stata.
Anzi, il contrario. Più la guerra si prolunga, più aumenta il rischio politico. È uno schema già visto nella storia americana: da Harry Truman a Lyndon Johnson fino a George W. Bush, i conflitti lunghi e incerti hanno spesso logorato le presidenze. E Trump, che aveva costruito la sua narrazione contro quelle guerre, si trova improvvisamente dall’altra parte della barricata.
Perfino lo Spectator, il settimanale britannico conservatore, ha pubblicato una nuova cover story molto critica sulla guerra. O meglio, l’articolo di Christopher Caldwell dice che potrebbe segnare «la fine del trumpismo», inteso non come presidenza ma come progetto politico basato sulla promessa di non trascinare il Paese in guerre percepite come inutili o imposte dall’esterno. Al di là della lettura di Caldwell – in alcuni punti bizzarra: arriva a parlare del trumpismo come movimento democratico – è significativo che la critica arrivi da un giornale tutt’altro che ostile a Trump, una testata diretta da Michael Gove, uno dei perni del conservatorismo inglese e tra i protagonisti della campagna per la Brexit. Non esattamente un covo di anti-trumpiani militanti.
Nel frattempo, il dibattito si radicalizza anche ai margini del movimento Maga. Figure come James Fishback – giovanissimo candidato a governatore della Florida, esponente di una destra radicale seguace dell’influencer neonazista Nick Fuentes – costruiscono consenso accusando apertamente Israele di aver «trascinato» gli Stati Uniti nel conflitto. In alcuni casi, queste posizioni scivolano verso derive complottiste o apertamente antisemite, segno di una frattura più profonda dentro la destra americana.
Trump resta il leader indiscusso del Partito Repubblicano, con un consenso da Pyongyang. E, nel caso, non sarebbe la prima volta che sopravvive a crisi politiche che sembravano definitive. Ma questa potrebbe essere diversa. Un po’ perché a novembre ci sono le elezioni di midterm, e un risultato molto negativo toglierebbe ai repubblicani il controllo del Congresso. Un po’ perché per la prima volta il problema non è solo quello che fa Trump: è che una parte del mondo che lo aveva portato al potere non riconosce più quello che sta facendo.