
Tre inchieste pubblicate nell’arco di una settimana hanno portato alla luce altrettanti livelli dell’interferenza russa nelle elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile. Insieme, compongono il quadro più articolato mai documentato pubblicamente di un’operazione del Cremlino all’interno di un Paese dell’Unione europea.
Mercoledì scorso TikTok ha bannato 34 account anonimi che avevano accumulato circa dieci milioni di visualizzazioni producendo contenuti generati dall’intelligenza artificiale contro il candidato dell’opposizione Péter Magyar. Secondo un’indagine di NewsGuard, uno degli account, chiamato BrüsszelÜzem (Operazione Bruxelles), pubblicava falsi telegiornali con conduttori generati dall’intelligenza artificiale e presunti esperti virtuali che attaccavano Magyar. Gli account sarebbero riconducibili alla rete di disinformazione russa nota come Matryoshka, già attiva su X e Telegram. TikTok ha confermato di aver identificato il cluster come operazione di influenza coordinata.
Il Washington Post ha rivelato sabato un secondo livello dell’interferenza, più radicale. Ufficiali dell’Svr, il servizio di intelligence estero russo, avevano redatto un rapporto interno segnalando il crollo dei consensi per Orbán e proponendo quello che definivano gamechanger: la messa in scena di un attentato contro il premier, con l’obiettivo di «alterare fondamentalmente l’intero paradigma della campagna elettorale», spostando il dibattito dall’economia alla sicurezza nazionale. Non è noto se il piano sia stato eseguito.
Pochi giorni prima il Financial Times aveva ricostruito il terzo livello: Vladimir Putin avrebbe approvato un piano elaborato dalla Social Design Agency, società di consulenza mediatica russa già sanzionata da Washington e Londra nel 2024 per campagne di deepfake anti-ucraini. Il progetto prevede di mobilitare cinquanta figure pro-Orbán e colpire trenta target dell’opposizione, dipingendo il premier come «leader forte con amici globali» e Magyar come «fantoccio di Bruxelles senza sostegno esterno». Secondo l’outlet indipendente VSquare, tre ufficiali dell’intelligence militare russa (Gru) sarebbero stati inviati all’ambasciata russa a Budapest con mandato specifico sulle elezioni. La supervisione dell’intera operazione sarebbe affidata a Sergej Kiriyenko, lo stesso funzionario che ha gestito – senza successo – l’interferenza nelle elezioni moldave del 2024. Magyar ha risposto chiedendo a Orbán di «fermare la frode elettorale pianificata e ordinare agli agenti russi di lasciare l’Ungheria». Mosca ha smentito, Budapest ha parlato di «accuse false della sinistra».
Sullo sfondo rimane il veto ungherese sui 90 miliardi di euro destinati all’Ucraina. Al Consiglio europeo di questa settimana, conclusosi a notte fonda giovedì, la frustrazione verso Budapest era il tema ricorrente tra leader e diplomatici. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito che il blocco ungherese peserà sulle trattative per il prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea, di cui l’Ungheria è beneficiaria netta. Il premier belga Bart de Wever ha liquidato il veto come «un fastidio maggiore, non un ostacolo permanente»: o Orbán perde il 12 aprile e il problema si risolve; o vince ed è costretto a trattare – presumibilmente legando la questione al ripristino dei flussi petroliferi attraverso il gasdotto Druzhba, colpito da un attacco aereo russo.