
Qualche settimana fa ho pranzato con un ventitreenne. Non mi ricordo come si chiamasse, l’aveva portato a pranzo un amico che il ventitreenne ha eletto a proprio mentore, e che quindi l’aveva seguito da Roma a Bologna, dove l’amico era venuto per ArteFiera.
Al tavolo eravamo tre adulti più un ventitreenne che, avendo ventitré anni, non sa nulla del mondo e, avendo ventitré anni, è convinto di saperla lunghissima sul mondo. Gli esseri umani sono a qualunque età convinti che lo stato in cui si trovano sia quello definitivo e nel quale non ci sia più nulla da imparare – il che fa specialmente ridere quando sei così piccolo, ma è anche più perdonabile, quando sei troppo piccolo per sapere che non sarai sempre così piccolo.
Eravamo alla Cesarina, che per fortuna è un ristorante dove non vado spesso altrimenti avrei dovuto dare un sacco di spiegazioni. Il ventitreenne ha detto: io voglio i tortellini al ragù. Il cameriere è quasi svenuto.
Se non siete italiani: gli italiani prendono molto sul serio il cibo. Se non siete mai stati in Emilia: in Emilia lo prendono persino più sul serio che altrove. Se non vi siete mai posti il problema del condimento dei tortellini: non si mangiano col ragù perché le carni del ragù sono diverse da quelle del ripieno e ciò è considerato inaccettabile dalla gastrocrazia, ente che sovrintende alle vostre papille gustative e alle loro perversioni.
Ci siamo messi tutti a spiegargli che no, col ragù non era la scelta migliore, erano più buoni in altri modi. Il cameriere gli ha detto, con la pazienza di chi lavora a contatto col turismo zotico d’una città devastata da RyanAir, che l’esito sarebbe stato «medievale».
C’è stato un attimo in cui c’è parso, a noi adulti, d’averlo convinto. Poi ha richiuso di scatto il menu e ha detto: «Col ragù. Io sempre controcorrente, come un salmone». Dentro di me ho ringraziato di non essere al Caminetto d’oro, dove come minimo in cucina avrebbero rifiutato la comanda. Lì invece il cameriere è stato rianimato, e il ventitreenne ha avuto il suo piatto medievale, ed è tornato a casa convinto d’aver dimostrato carattere (probabilmente gli arriverà una richiesta di danni per il trauma inferto al cuoco della Cesarina).
Ci ho ripensato ieri, leggendo del tredicenne che a Trescore Balneario (la provincia italiana ha una toponomastica che pare uscita dai cervelli di Fruttero&Lucentini) ha accoltellato la professoressa di francese. Sui giornali c’era la trascrizione di quel che avrebbe scritto annunciando le sue intenzioni in un gruppo Telegram, e l’informazione che il testo originale era in inglese.
Il testo italiano pubblicato dai giornali aveva un lessico più ricco di quello d’un trentatreenne medio – quale tredicenne di questo secolo usa, per stigmatizzare i comportamenti della prof di francese, la parola «audacia»? – e ora mi dite che l’ha pure scritto in inglese. Se l’è fatto tradurre dall’intelligenza artificiale? Ha imparato a domarla e a darle indicazioni che producano un testo che non sembri scritto da un demente?
Il testo inglese che gira non mi fido che sia quello giusto, quindi provo a inserirne qualche frase in Google. S’intromette l’intelligenza artificiale di Google dicendomi che sembra io stia vivendo un periodo molto «difficile, sfinente e doloroso». Non perdonerò mai ai fantastiliardari californiani di non essersi accontentati dei fantastiliardi e di aver reso inutilizzabili i motori di ricerca per ottenere nuovi depositi di dobloni grazie a quella gigantesca puttanata che è l’intelligenza artificiale (né perdonerò ai miei coevi d’essere l’umanità più stupida di tutti i tempi e quindi d’aver reso chiaro ai venditori che sì, volevano che lo schermo dicesse loro «capisco le tue difficoltà», mica «questo testo puoi trovarlo qui»).
Quindi. Diamo per scontato che il testo del tredicenne che ha accoltellato la prof non è il testo del tredicenne che ha accoltellato la prof, non è il testo d’un tredicenne. Diamo per ovvio che, se un tredicenne di Boston dovesse riferire che non è stato difeso dai prof allorché preso a cazzotti da un ragazzino pelle e ossa, forse userebbe scrawny (ma scrawny si usa quando non hai un muscolo, sarebbe una ben strana scelta d’aggettivo anche a Boston), ma di sicuro non lo userebbe uno di Trescore Balneario.
Tuttavia è un testo che ha almeno un paio di punti che magari possono aiutarci a mettere a fuoco il gigantesco casino che stiamo combinando crescendo la generazione di ragazzini col maggior numero di problemi immaginari di tutti i tempi.
«L’ultima goccia che mi ha portato a questa decisione radicale è la mia diagnosi di ADHD», scriverebbe il tredicenne. L’ADHD, ve lo dico casomai beati voi non ne foste perseguitati a mezzo pubblicità su Instagram che vi invitano a diagnosticarvelo se siete pigri e disordinati, è il disturbo d’attenzione e iperattività. È il modo in cui diciamo agli sfaccendati che non sono davvero sfaccendati, perché in realtà il loro cervello sta lavorando tantissimo. L’ADHD è la versione di questo secolo dei dietologi che ti dicevano che l’attività intellettuale bruciava calorie. Certo che i dietologi che ti facevano mangiare il pane facevano meno danni dell’invenzione delle neurodiversità, ma che volete farci: bisognava pur far fatturare anche le case farmaceutiche, mica solo gli inventori di intelligenza artificiale.
Come tutte le cose di cui ti dicono con aria saputa «è uno spettro», l’ADHD è una truffa. Include tutto, dal ragazzino davvero disadattato a quello che fa i capricci se la mensa scolastica serve gli spinaci. Sarà senz’altro vero che, copio la frase dal libro di Suzanne O’Sullivan “The age of diagnosis”, «è un sollievo poter concettualizzare le proprie difficoltà». Ma è forse più vero che, se ai ragazzini non dici che quelle che ritengono difficoltà si chiamano «stare al mondo» e prima imparano a gestirle meglio è, non c’è piano terapeutico che poi possa soccorrerli.
Invece ai ragazzini diciamo che sono speciali, sono diversi, sono meritevoli di maggiori attenzioni, e poi eccoli lì: la prof che scrive in pagella che sono distratto in classe mi sta sabotando, non rispetta la mia neurodiversità, deve morire. «Mi incatena a questa vita di lotte solo perché non le piaccio», dice. Le lotte dei tredicenni a Trescore Balneario. This life of struggle. Non sarò io a dire che in tedesco struggle si dice Kampf.
Ma la parte che mi ha fatto pensare ai tortellini al ragù è quella in cui il tredicenne scriverebbe: «Le regole non sono qualcosa che devo seguire, sono qualcosa che devo rompere […] ho sempre amato rompere le regole, che fossero legali o etiche o morali, sono tutte cose che mi limitano, e se qualcosa sfida la mia libertà io lo recepisco come un attacco personale alla mia autonomia».
Sapete cosa c’è sempre stato? I tredicenni smaniosi, i ventitreenni smaniosi, la loro comune convinzione che il mondo volesse tarpar loro le ali. Sapete cos’è cambiato? Che adesso hanno il cellulare con la telecamera, una risonanza come mai prima di qualunque loro azione, nella gamma dal ruttino all’accoltellamento, e adulti che pensano che un teppista sia speciale perché qualche istituto fattura confermandogliene l’eccezionalità. Chissà con che condimento piacevano, i tortellini, al tredicenne.