
Metto subito le mani avanti: questa storia comincia come una barzelletta e finisce come una specie di raccontino didascalico-morale, nemmeno particolarmente elaborato, ma giuro che è tutto vero (quando invento, cerco di fare meglio). Ebbene, qualche giorno fa mi trovavo a cena con amici di diversa estrazione e varia provenienza, tra i quali un venezuelano e un iraniano, quando sento che il primo dice al secondo, indicandomi: «Lui è di quelli che stanno con Khamenei». Alle mie sbalordite obiezioni, lui m’incalza chiedendomi se forse io non sia dispiaciuto della caduta di Maduro, quindi senza neanche lasciarmi parlare mi accusa di trincerarmi dietro il diritto internazionale per non disturbare i peggiori aguzzini e oppressori del pianeta, mi dice che è facile fare certi discorsi dal tranquillo salotto di casa mia, che dovrei parlare con chi come lui sa cosa vuol dire la mancanza di libertà e la violenza di un regime, mentre la sua esperienza e la sua testimonianza non sono prese nemmeno in considerazione, non sono riconosciute, sono cancellate. Gli dico che non ho mai pensato che il diritto internazionale sia un buon argomento per giustificare la scelta di non fare il possibile per fermare chi in quello stesso momento sta massacrando migliaia di civili, come avviene in Iran, e che semmai si tratta di capire se l’intervento migliorerà o peggiorerà la situazione, anzitutto per quelle persone. Gli dico pure che se in Venezuela l’intervento americano avrà lasciato i suoi connazionali con un regime un po’ meno brutale e una situazione economica e sociale un po’ più vivibile, per me sarà stato comunque una buona cosa.
Qui però viene la parte veramente interessante, perché a questo punto il mio amico, dopo una breve esitazione, torna alla carica con quella che evidentemente, per lui, è la domanda decisiva, e cioè quale sia il mio giudizio su Donald Trump. Quando gli dico che lo considero un fascista, corrotto e pericoloso, lui ne trae immediatamente la conclusione che aveva ragione sin dall’inizio, e ricomincia con gli argomenti di cui sopra, mettendomi nella sinistra che di fatto sta con i dittatori.
Non avrei mai pensato che Trump potesse essere visto da nessuno come paladino dei popoli oppressi e difensore della democrazia; anzi, in un completo rovesciamento dei ruoli, almeno per come li vedo io (dal mio comodo salotto, certo, ma dubito che dalle montagne afghane o dalla striscia di Gaza la vedrebbero in modo molto diverso), che Trump potesse essere considerato il baluardo della democrazia contro la sinistra, i democratici, i sostenitori del multilateralismo, del diritto internazionale e dell’Onu, visti come i veri nemici della libertà e dei diritti umani (per brevità ho saltato la parte in cui il mio amico se la prendeva molto anche con le Nazioni unite, e persino con il tribunale penale internazionale). E così, per cercare di vederci più chiaro, il giorno dopo ho raccontato l’episodio a un’amica georgiana – ve l’avevo detto che questa storia sembra una barzelletta – e lei mi ha spiegato che non c’era nulla di strano, che anche nella sua Georgia, ma pure tra tanti suoi amici bielorussi, e fino a non molto tempo fa perfino ucraini, tutti strenui oppositori di Putin e ardenti europeisti, non mancavano i sostenitori di Trump (sul perché in tempi più recenti tra gli ucraini non ne siano rimasti molti non credo di dovermi diffondere). In parte il fenomeno si spiega con la logica del tanto peggio tanto meglio, come se per assurdo persino il rischio di venire consegnati definitivamente al nemico fosse preferibile all’illusione di una solidarietà e di un aiuto che poi non arriva mai, o non si concretizza mai fino in fondo, o in ogni caso mai in misura decisiva. Ho scoperto così l’esistenza, in diversi paesi del mondo, di numerosi “trumpiani democratici”, prima illusi e poi amaramente delusi dalla promessa di libertà dell’occidente e dell’Europa, che in nome del realismo politico li hanno sistematicamente lasciati in balia dei loro carnefici. Vale a dire persone che sulla carta non potrebbero essere ideologicamente più lontane da Trump, ma che pure, per disperazione, mancanza di alternative o cinismo (potrebbe essere il caso del suo segretario di Stato, Marco Rubio), hanno finito per aggrapparsi proprio a lui come alla loro ultima, paradossale speranza. E pazienza se tuttora il presidente americano non fa mistero di essere più interessato agli affari e al petrolio che ai diritti umani, che si tratti dell’Iran o del Venezuela, dell’Ucraina o di Gaza.
In un ultimo empito di ottimismo, la mia amica georgiana azzarda questa ipotesi: che Trump rappresenti la versione parossistica di quell’ipocrisia che nell’occidente c’è sempre stata, ma che gli occidentali in se stessi non volevano vedere, e quando l’hanno vista in lui ne sono rimasti scioccati e disgustati. Ma io temo che l’impopolarità del presidente degli Stati Uniti abbia poco a che fare con una simile consapevolezza. Se è vero che per molti versi Trump rappresenta il nostro ritratto di Dorian Gray, l’immagine grottesca e caricaturale della cattiva coscienza dell’occidente, direi che il quadro è ancora ben chiuso nelle soffitte del nostro subconscio. E forse questa non è l’ultima delle ragioni per cui siamo arrivati al punto in cui siamo.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.