Abbiamo vissuto un fine settimana di quelli che ci ricorderemo a lungo. Nonostante l’impegno, Donald Trump e Vladimir Putin hanno perso l’Ungheria, e di conseguenza l’Unione europea si è rafforzata, asportando democraticamente un tumore maligno.
Sul piano militare, la sintesi breve è che Trump ha deciso di chiudere lo stretto di Hormuz che pretendeva gli iraniani riaprissero per ripristinare una certa normalità nell’economia globale.
Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere, ma val la pena di riportare anche la versione più lunga e complessa di quanto è successo, anche per rendersi conto in modo più preciso del delirio che stiamo vivendo: Donald Trump ha annunciato che dopo il fallimento dei negoziati con l’Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, uno stretto che era aperto prima dell’inizio della guerra da lui scatenata, la Marina militare americana chiuderà lo Stretto di Hormuz che però, appunto, è stato già chiuso dagli iraniani ma con l’eccezione del passaggio delle petroliere iraniane cui Trump aveva concesso il diritto di transitare verso la Cina e l’India, togliendo incredibilmente agli Ayatollah le sanzioni sulla vendita del petrolio proprio mentre li bombardava a tappeto allo scopo di impedirgli di perseguire il programma nucleare che, a giugno, sempre Trump aveva dichiarato di aver azzerato per sempre.
La guerra è finita, il nemico è scappato, è vinto, è battuto ma solo in apparenza, perché in realtà è sempre al suo posto, più incattivito e non meno battagliero di prima, dotato di un’arma ben più pericolosa dell’atomica, quella del mettere a soqquadro l’economia globale semplicemente chiudendo lo Stretto di Hormuz, cosa che gli iraniani non avevano mai osato fare in quasi cinquant’anni di repubblica islamica, ma cui sono stati costretti dall’insipienza di Trump, anche se ora lo stesso Trump pretende lo riaprano, solo che avendo fatto tutto questo casino, e trovando gli iraniani inamovibili, adesso ha deciso di chiuderlo lui dall’esterno.
Se vi sembra il sequel di “Inception” di Christopher Nolan in realtà vi sbagliate, perché i livelli di intreccio del pensiero magico trumpiano sono maggiori rispetto alle scatole cinesi del film di Nolan, e soprattutto perché questa non è finzione, ma il mondo reale finito nelle mani di un imbecille patentato, narcisista, ignorante, corrotto e truffatore.
Le navi militari americane pare che da questa mattina, e fino a prova contraria eventualmente comunicata via Truth social, fermeranno con la forza le petroliere che avranno pagato il pedaggio agli iraniani, quindi anche quelle cinesi aprendo così scenari seri da terza guerra mondiale, e solo qualche giorno dopo che sempre Trump aveva detto che avrebbe voluto fare una società con gli iraniani per imporre insieme il pedaggio alle navi degli altri Paesi che transitano sullo stretto di Hormuz.
Difficile stare dietro a tutto questo delirio, ma aggiungete che Trump è convinto di aver ucciso il Grande Ayatollah Ruoullah Khomeini, morto nel 1989, e non il suo successore Ali Khamenei, poi peraltro sostituito da un altro Khamenei, il figlio, ancora più radicale del padre, che può contare su un regime che certamente ha sentito la botta senza però collassare, anzi rilanciando il suo ruolo lanciando missili sui paesi arabi, chiudendo lo stretto e causando per questo danni per centinaia di miliardi a tutto il mondo.
Un grande risultato per Trump, assieme a quello delle elezioni in Ungheria di domenica che hanno posto fine al regno illiberale e nazionalista, in una parola: trumputiniano, di Viktor Orbán.
Ci sono altre considerazioni da fare, oltre a quelle sull’inadeguatezza di Trump e dei suoi ceffi.
La prima è quella dei suoi tifosi nostrani, sia di destra sia di sinistra, quelli che spiegavano che avremmo ottenuto grandi vantaggi dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, e che i dazi sarebbero stati una grande opportunità economica, per non parlare del mondo pacifico in cui finalmente avremmo vissuto grazie al costruttore di pace e beato premio Fifa Donald J. Trump, in particolare noi italiani grazie al ponte transatlantico costruito da Giorgia Meloni, ma anche da Matteo Salvini.
Sono gli stessi che facevano campagna per Orbán, e prima per i sovranisti polacchi, ma anche per gli amici rumeni e moldavi di Putin, tutti spazzati via da maggioranze filoeuropee, cui non si sono potuti aggiungere gli europeisti georgiani a causa del colpo di stato filorusso orchestrato dall’oligarca proprietario del partito pro russo Sogno Georgiano.
Trump e JD Vance hanno preso batoste dappertutto, e ora non sanno come uscirne: i dati delle elezioni suppletive in America, i sondaggi di midterm, l’ombra di Epstein, lo Stretto di Hormuz, fino al risultato ungherese e, poco prima, all’invito di Vance al Papa americano a partecipare alle celebrazioni del 250esimo anniversario dell’indipendenza americana a Washington, neanche tanto gentilmente rifiutato dal Pontefice che, invece, proprio quel giorno farà una visita politica a Lampedusa, l’isola simbolo dell’immigrazione.
L’operazione Iran è fallita, Hormuz è chiuso a doppia mandata, un Khamenei è rimasto al potere, le scorte di missili iraniani sono ingenti, la capacità nucleare intatta, al punto che ora l’obiettivo di Trump sembra essere quello di ottenere ciò che gli iraniani avevano già accettato di cedere con l’accordo sul nucleare con Obama, che Trump però aveva stracciato.
L’amico Orbán, cioè il cavallo suo e di Putin per smantellare l’Europa dall’interno, è stato defenestrato con uno scarto così grande di voti da rendere impossibile inventarsi brogli, e in effetti questo a Budapest è l’unico cambio di regime ottenuto involontariamente dall’America trumpiana.
Il surreale post notturno di Trump contro Papa Leone, reo di non essere un seguace del movimento Maga, apre un fronte contro un miliardo e mezzo di cattolici che difficilmente la Casa Bianca potrà vincere.
Trump continuerà la sua battaglia contro il Papa, finirà col dimenticare Orbán, e dichiarerà vittoria in Iran, anche se sarà la quarta o quinta dichiarazione di successo militare assoluto, poi smentita dai fatti, e lo farà lasciando lo Stretto in mano agli Ayatollah, togliendosi di dosso questo gran problema in cui lo hanno trascinato Benjamin Netanyahu e Mohammed Bin Salman, i quali ancora non credono alla fortuna di aver potuto contare sulla dabbenaggine di uno come Trump alla Casa Bianca per regolare i conti con un nemico esistenziale, e nel caso dei sauditi addirittura millenario.
Ora la speranza è che il Maga del Cremlino Donald Trump, dopo le favolose performance a Hormuz e Islamabad, a Budapest e in Vaticano, mandi il suo fido Vance anche a Mosca a sostenere il mentore Putin. E poi magari anche a Parigi da Marine Le Pen, a Londra da Nigel Farage, e, perché no, anche a Roma da Giorgia Meloni.