Sipario sulla legislatura?Il caso Minetti-Nordio è il momento più basso del governo Meloni

Il ministro della Giustizia è stato progressivamente esautorato, ma se cade lui rischia di crollare tutto l’esecutivo. Tutta la vicenda è un segnale di confusione e lotte interne, e rischia di aprire una crisi istituzionale

Lapresse

Con l’affaire Minetti-Nordio siamo al momento più basso della vita del governo Meloni. Perché in causa non c’è una legge contestata o un sottosegretario chiacchierato. C’è il rapporto tra la presidenza della Repubblica e l’esecutivo, cioè il cuore stesso del sistema politico-istituzionale.

Sergio Mattarella avrebbe ragione a non fidarsi più di Carlo Nordio, il ministro della Giustizia sul quale ricade la responsabilità formale e politica della vicenda della grazia all’ex igienista dentale. Perché non si può teorizzare – come ieri ha fatto Giorgia Meloni riapparsa in una conferenza stampa – che il ministero di via Arenula sia un ufficio postale dove si smistano i documenti. Il governo sta scaricando la patata bollente sulla Procura generale di Milano, alla quale spettano in effetti le indagini. Ma a via Arenula tocca anche una propria valutazione prima di girare le carte al Quirinale che, questo sì, firma ciò che gli viene sottoposto.

La premier, con l’aria di chi nulla teme, ieri ha escluso dimissioni di Nordio, il quale è stato un’ora a colloquio con Alfredo Mantovano, l’uomo che sulla giustizia conta più di lui: tutti sanno per esempio che l’oscura vicenda della liberazione di Almasri fu gestita proprio da Mantovano e da Giusi Bartolozzi, l’ex capo di gabinetto del ministero della Giustizia costretta a dimettersi dopo il referendum. E anche la mediazione tra Palazzo Chigi e Quirinale sui soldi agli avvocati degli immigrati venne condotta dal potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E poi c’è il ruolo di Giusi Bartolozzi, l’ex capo di gabinetto del ministero della Giustizia che secondo alcuni sarebbe la regista anche di questo affaire Minetti.

La vicenda è più torbida di quanto sembrasse, e già era grave. È tutt’altro che improbabile che, per imperizia o per volontà, al Quirinale sia stata mandata una polpetta avvelenata, perché i requisiti per la grazia a Nicole Minetti improvvisamente sembrano non esserci o quantomeno sono in dubbio, e infatti le indagini proseguono. Quel che è certo è che non si è voluto fare un regalo al Presidente della Repubblica, ma al contrario si è tentato di metterlo in imbarazzo in una vicenda dai risvolti particolarmente sgradevoli: c’entra un bambino malato, per capirci, c’entrano le vicende di un’altra epoca politica, quella berlusconiana, e quant’altro.

Carlo Nordio, il grande sconfitto del referendum sulla separazione delle carriere e poi impasticciato nella vicenda del decreto sicurezza che aveva suscitato il dissenso del Colle, è un ministro alle corde per l’evidente difficoltà nel governare una macchina che sembra sfuggirgli di mano. La sensazione sempre più diffusa è che il ministro sia stato progressivamente esautorato, ridotto a terminale di decisioni maturate altrove.

Ma se il ministro veneziano crolla al tappeto, costretto alle dimissioni come chiede il campo largo, il governo non può reggere. Nordio non è Daniela Santanchè. S’incrociano dunque sgambetti personali e trappole politiche, come nei momenti bui della Repubblica, specie in quelle fasi di crisi di fatto che precedono il sipario sulla legislatura.

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