Tutto dipende ora solo dall’apertura o meno dello Stretto di Hormuz, soluzione praticamente imposta a Teheran dalla Cina, il cui approvvigionamento energetico è appunto largamente dipendente da quella via di traffico e che quindi importa circa il 90 per cento del petrolio iraniano. Dipende anche da come lo stretto verrà riaperto. E qui, al solito, Trump, con la sua boria, si è fatto male da solo, perché ha dichiarato alla ABC che gli Stati Uniti coopereranno con l’Iran per esigere i dazi sul passaggio delle navi. Ma questo è uno scenario impraticabile, non solo perché i trattati internazionali esplicitamente vietano alle nazioni rivierasche degli stretti l’imposizione di dazi per il pagamento del passaggio, ma perché questo precedente aprirebbe un caos incontrollabile nella fondamentale navigazione marittima planetaria, che autorizzerebbe la Turchia a esigere dazi sul Bosforo, Malesia e Indonesia, sullo stretto di Malacca, e addirittura Stati Uniti e Russia sullo stretto di Bering, e via dicendo.
Si vedrà dunque come si svilupperanno le trattative in Pakistan che cominceranno sabato a Islamabad con la presenza del vicepresidente Jd Vance, tenendo conto che l’Iran sarà inoltre vincolato da una posizione cinese, sì solidale, ma intransigente, appunto sul tema fondamentale di Hormuz.
Se Hormuz verrà riaperto alla libera navigazione, come è probabile, l’Iran si troverà in una situazione di trattativa scomoda, per la semplice ragione che perderà la sua unica e sola forza negoziale. Non ne ha infatti altre, men che meno dal punto di vista militare e, ancora meno, dal punto di vista politico.
Infatti, su questo punto, la dissennata strategia imposta dai pasdaran di bombardare pesantemente non solo l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati, ma persino il Qatar, da sempre di fatto alleato dell’Iran, ha avuto un effetto disastroso sul quadrante delle relazioni internazionali e commerciali del regime degli ayatollah. I paesi del Golfo sono stati infatti praticamente obbligati a rinsaldarsi in una grande alleanza militare coordinata sia difensiva, sia offensiva, si riarmeranno pesantemente in funzione anti-iraniana e, nell’arco di pochi mesi, completeranno gli oleodotti che trasporteranno petrolio e gas non solo nel Mar Rosso, a ridosso di Suez, ma addirittura ad Haifa. Una svolta geopolitica enorme.
E qui si è verificata la più pesante sconfitta dell’avventuristica strategia dei pasdaran: Arabia Saudita ed Emirati, nel corso di tutta la guerra, hanno anche maturato la piena convinzione di essere costretti a stringere al massimo i rapporti con Israele, non più solo per ragioni economiche e politiche, ma ormai anche per solidissime ragioni militari. Persino il Qatar è costretto obtorto collo ad aprirsi a questo nuovo e clamoroso scenario. Sono così saltati definitivamente tutti gli sforzi di Teheran di un appeasement con i paesi del Golfo che, su spinta appunto della Cina, avevano portato a un formale trattato di amicizia con l’Arabia Saudita, firmato nel 2023.
Addirittura, i paesi del Golfo, d’ora in poi, scottati dalle migliaia di missili iraniani che li hanno colpiti, non solo si armeranno pesantemente, ma addirittura accelereranno il cammino verso il nucleare. Mohammed Bin Salman, infatti, ha firmato pochi mesi fa un importante trattato di alleanza militare con il Pakistan, paese dotato di bomba atomica, e sicuramente farà di tutto per dotarsene, in feroce funzione anti-iraniana. Dunque, una nuova sconfitta per l’Asse della Resistenza (che ha già perso la fondamentale Siria, non va dimenticato) e la sua strategia di distruzione di Israele.
Inoltre, verrà accelerata la costruzione della via del Cotone, col progetto già avanzato e finanziato di investimenti per centinaia di miliardi di dollari, per enormi infrastrutture che collegheranno l’India all’Europa, con oleodotti, strade e ferrovie che trasporteranno, attraverso la penisola arabica, merci, energia verde e idrocarburi, sboccando in Israele, ad Haifa, per arrivare da lì in Europa e anche al di là dell’oceano. A queste infrastrutture si sommeranno, come abbiamo detto, nuovi oleodotti per canalizzare gli idrocarburi del Golfo di nuovo verso Haifa, come sul Mar Rosso, per vanificare il ricatto iraniano sullo stretto di Hormuz. Di nuovo, una spinta a un’alleanza ormai irrinunciabile di interessi tra Arabia Saudita e Israele.
Tutto questo, il fatto è fondamentale, ha aperto per la prima volta una spaccatura nel vertice del regime iraniano tra l’ala dei pasdaran e una componente che fa capo al presidente Masoud Pezeshkian, che non può non prendere atto del fatto che l’Iran è nel baratro di una crisi economica più che drammatica. L’Iran è ormai allo stremo, lo era già prima di questa guerra e – questo è il punto – non può più subire la volontà della pur potente fazione dei pasdaran di utilizzare le sue risorse economiche in investimenti militari, ora indispensabili per ricostruire le enormi perdite e distruzioni subite.
Si apre quindi una stagione di attriti non già tra moderati, che non esistono, ed estremisti, ma tra realpolitiker e militaristi guidati da quel fanatico che è il comandante dei pasdaran Ahmad Vahidi. Attriti che non saranno più mediati come negli ultimi vent’anni da Ali Khamenei, ucciso il primo giorno di guerra, e men che meno da Mojtaba Khamenei, suo figlio e successore, mutilato e forse in coma, ma da Bagher Qalibaf, presidente del Majlis, parlamento, l’unico dirigente storico che abbia dato segno di un minimo di strategia politica e, soprattutto, in grado di comprendere gli effetti del totale isolamento internazionale di Teheran provocato dalla decisione di bombardare a tappeto i paesi arabi del Golfo.
Si vedrà da qui a qualche mese se su questa prima spaccatura nel vertice del regime si potrà inserire un movimento popolare di protesta, motivato non solo da rivendicazioni politiche, ma soprattutto da ristrettezze economiche insopportabili in un paese in cui ormai c’è addirittura carenza di forniture di acqua, a causa dei mancati, ma indispensabili, investimenti in manutenzione degli acquedotti, provocati anche dalla corruzione dilagante nei pasdaran, che possiedono le grandi imprese di costruzioni e hanno costruito dighe e canalizzazioni inefficienti, e dal sovrasfruttamento agricolo provocato dalle sanzioni internazionali. Teheran è già in uno stato conclamato di bancarotta idrica.
Infine, ma non da ultimo, il problema attualissimo del Libano. Il presidente pakistano Asif Ali Zardari ha dichiarato che il cessate il fuoco vale anche per questo fronte incandescente, ma è stato immediatamente smentito da Bibi Netanyahu e, anzi, le azioni militari israeliane contro Hezbollah e su Beirut si sono intensificate. È difficile che Trump possa riuscire a bloccare questa guerra, perché l’aggressività di Hezbollah e il suo riarmo costituiscono un effettivo pericolo esiziale per Israele.
Tutto in fieri, dunque, con un bilancio complessivo che inoltre obbliga a prendere atto non solo della, ormai conclamata, inutilità dell’Onu, ma anche dell’assoluta inconsistenza politica di un’Unione Europea che si costringe da sola a essere spettatrice impotente degli eventi.