Le prossime e cruciali elezioni politiche di ottobre in Israele non si svolgeranno affatto secondo la classica dinamica del confronto tra i programmi e le strategie di centro, destra e sinistra, ma innanzitutto e forse esclusivamente ruoteranno sul tema della sicurezza, infranta dal pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023. Un massacro che ha distrutto, addirittura in modo umiliante, la certezza che il popolo israeliano credeva fosse garantita dal 1973 in poi: nessuno è in grado di violare i confini dello Stato ebraico. Di conseguenza, da un cinquantennio, gli israeliani vivevano nella certezza di essere protetti da un grande muro invalicabile e che i danni, i pericoli potevano venire solo da un terrorismo palestinese interno sostanzialmente marginale e sotto controllo.
Sbriciolata quella certezza tre anni fa, dopo tre anni di guerra e mesi di martellanti bombardamenti nemici sulle città, vincerà le elezioni chi apparirà in grado, ora, di garantire la sicurezza perduta, del tutto al di là delle ideologie e degli schieramenti.
Il primo paradosso, però, la novità assoluta per Israele è che sarà proprio il vertice delle Forze Armate, saranno i generali dell’Idf, a giocare un ruolo determinante nella campagna elettorale a favore, di fatto, dell’opposizione a Netanyahu, rompendo una secolare tradizione di apoliticità e di totale rispetto del principio dell’assoluto comando del governo e della politica sulle armi.
Ovviamente, non lo faranno in modo esplicito, non comprometteranno l’altissimo prestigio che hanno acquisito, ma sia con un sapiente uso di informazioni riservate e dannosissime per la coalizione di Netanyahu, sia con la ribadita e pubblica accusa al premier di essere il primo responsabile del disastro del 7 ottobre, saranno i grandi protagonisti nascosti di questa campagna elettorale.
Ma il secondo, illuminante paradosso è che i vertici militari interverranno pesantemente nella campagna elettorale assolutamente non per propria scelta o volontà, ma perché costretti, di fatto obbligati, a farlo dall’ennesima prova della totale cecità strategica di Bibi Netanyahu, che ha confermato di essere uno straordinario tattico, ma un pessimo stratega.
Il premier, infatti, ha seguito una tripla linea d’azione che ha portato a questo inedito scenario. Innanzitutto, l’indomani del pogrom del 7 ottobre ha rifiutato di compiere la scelta obbligata per uno statista e uno stratega capace di visione e di porsi alla guida dell’intero popolo, e non di una sua parte: formare un governo di unità nazionale, come fece Churchill nel 1940. In Israele era già accaduto nel 1967, quando il premier Levi Eshkol fece entrare nel governo Menachem Begin, storico leader dell’estrema destra, Moshe Dayan, che l’anno prima aveva rotto con lui, e Josef Sapir, della destra liberale. Se Netanyahu avesse seguito questa strada e non avesse voluto continuare a essere leader di una sola parte del Paese, non sarebbe stato più vincolato dalla golden share che aveva consegnato un anno prima ai leader dell’estrema destra suprematista e razzista Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. Inoltre avrebbe nei fatti ingabbiato l’opposizione anche nelle prossime elezioni.
Invece, ha solo costituito un Gabinetto di guerra, aperto alle opposizioni, dai poteri limitatissimi, solo sulle operazioni militari, senza alcun potere politico sostanziale, tanto che dopo pochi mesi Benny Gantz e Gadi Eisenkot, i due leader dell’opposizione che avevano deciso di parteciparvi, hanno dato le dimissioni proprio perché hanno verificato di non avere alcun potere di pressione sulle decisioni, che sarebbe derivato loro solo dalla minaccia di una crisi di governo.
La seconda linea d’azione di Netanyahu, strategicamente cieca e conseguente alla prima, è stata quella di riversare solo sui vertici militari le responsabilità del disastro e degli errori che hanno permesso il 7 ottobre. Con un documento di cinquantacinque pagine inviato a un uomo di sua stretta fiducia, Matanyahu Englman, Controllore dello Stato (un incrocio tra Ombudsman e revisore dei conti con ampi poteri di audit), il premier ha formalmente declinato ogni sua responsabilità politica e operativa e ha rigettato tutte le colpe e responsabilità sui vertici militari e sullo Shin Bet, il servizio segreto interno.
Questo, nonostante che lui stesso avesse sostenuto apertamente e pubblicamente per anni che Hamas non costituiva una «minaccia strategica», ma solo una fonte di possibili attentati dai danni limitati, e dopo avere quindi firmato personalmente il via libera a finanziamenti per decine di milioni di dollari dal Qatar a Gaza, utilizzati nella quasi totalità per preparare il 7 ottobre e la guerra successiva. Questo, dopo aver giudicato inattendibili tutti gli alert che pure gli erano stati consegnati sull’intenzione aggressiva di Hamas dallo Shin Bet, dall’intelligence militare e dallo stesso Egitto.
Questo, peraltro, in un quadro generale in cui è evidente che gli indubbi e gravissimi errori operativi dei vertici militari il 7 ottobre 2023 sono dipesi essenzialmente da una valutazione politico-strategica generale totalmente errata sulla pericolosità di Hamas, una valutazione tutta politica. Non spettava ai generali esprimerla: come in tutti i Paesi, è responsabilità propria ed esclusiva del governo e del premier.
Questo, infine, a fronte del fatto che molti dei vertici militari che avevano avuto un ruolo operativo il 7 ottobre 2023 hanno spontaneamente dato le dimissioni, accettando così di pagare per le proprie responsabilità: il ministro della Difesa Yoav Gallant, il comandante in capo Herzi Halevi, l’ex capo dei servizi segreti militari Aharon Haliva, il capo della Direzione Operazioni Oded Basyuk, il comandante dell’Unità 8200 Yossi Sariel e il capo del Comando meridionale Yaron Finkelman.
Coerentemente con la sua volontà di disconoscere ogni responsabilità, il premier ha così presentato alla Knesset la proposta di istituire una specifica commissione d’inchiesta di iniziativa governativa sul 7 ottobre, non neutrale, non tecnica, ma con un presidente con poteri forti di indirizzo, dipendente sostanzialmente dallo stesso Netanyahu e non dalla Corte Suprema, unica garanzia di indipendenza, e con commissari nominati dall’esecutivo, con una rappresentanza paritaria tra maggioranza e opposizione. Ha così ovviamente rifiutato la proposta dell’opposizione di formare una commissione effettivamente terza, neutrale, non condizionata dall’appartenenza politica.
Questa scelta opportunistica e tutta difensiva ha avuto come effetto immediato, come si è detto, di obbligare di fatto i vertici militari a schierarsi con l’opposizione, come mai avevano fatto nella storia del Paese. Naturalmente, lo hanno fatto in modo istituzionale. Infatti, il generale Eyal Zamir ha chiesto «l’istituzione di una commissione d’inchiesta esterna, obiettiva sui fallimenti del 7 ottobre, cioè indipendente dal governo, come fu fatto nel 1973». Allora, Golda Meir, per indagare sul disastro dei primi giorni dell’attacco egiziano e siriano, con la caduta in poche ore della “Linea Bar-Lev” sulle rive del Canale di Suez, nominò una commissione presieduta da Shimon Agranat, un ex magistrato della Corte Suprema, un altro magistrato dell’Alta Corte, un Controllore generale e due generali ex capi di Stato maggiore.
Questa posizione di arroccamento totale di Netanyahu e di accusa esplicita solo e unicamente ai vertici militari per il disastro del 7 ottobre ha così di fatto costretto Eyal Zamir, il comandante in capo dell’Idf, nonostante sia stato nominato dal premier come uomo di sua stretta fiducia, a diventare nettissimo nel contrastare la versione che il governo vuole imporre e scaricare sugli alti gradi militari, assolvendo completamente i ministri, a partire dal premier.
Di conseguenza, tutto il vertice delle Forze Armate è oggi, e sarà per tutta la campagna elettorale, stretto attorno al comandante Eyal Zamir su un punto tutto politico che il generale ha chiaramente enunciato già mesi fa, in apertissima polemica col governo: «Il fallimento del 7 ottobre è stato sistemico e di lunga data (…) L’Idf si è assunto le responsabilità e ha avviato un’indagine autonoma, ma l’evento non è di esclusiva competenza dell’esercito e sarebbe sbagliato puntare l’attenzione esclusivamente sull’Idf».
Zamir, inoltre, è andato e andrà ben oltre la difesa delle responsabilità dei militari: ha infatti apertamente indicato le responsabilità politiche dello stesso Netanyahu prima del 7 ottobre, sostenendo che abbia contribuito a rafforzare Hamas puntando a contenerlo con i finanziamenti del Qatar, finendo però per renderlo più forte. Dunque, una critica non solo al governo, ma al premier in prima persona, perché ha ricordato che le azioni di contrasto ad Hamas, a partire dal 2008 e poi dall’Operazione Margine Protettivo del 2014, sono state «condotte secondo gli obiettivi definiti dal livello politico e su raccomandazione del livello militare, e miravano a indebolire il nemico e ripristinare la deterrenza, non a sconfiggerlo». Dunque, dietro gli errori israeliani emersi il 7 ottobre c’è stata, secondo l’Idf, una strategia errata più che decennale definita dal governo Netanyahu.
Una strategia decisa e condotta dal premier, che Eyal Zamir, sulla base dei risultati della Commissione Turgeman che ha indagato per conto dell’Idf sulla catastrofe, ha così stigmatizzato: «L’idea era di tenere Hamas sotto controllo e indebolito, di corromperlo con il denaro. Questo concetto di elusione ha permesso a Hamas di attuare un massiccio rafforzamento militare». Un attacco politico frontale al premier. Come si vede, sarà una campagna elettorale inedita e dai continui colpi di scena.