Brexit, dieci anni dopoL’intelligence britannica tra due relazioni imperfette

A Washington la «special relationship» è un’eredità storica, non un privilegio esclusivo. A Bruxelles le banche dati restano chiuse. Un decennio dopo il referendum, Londra gestisce due vuoti che nessun accordo ha ancora colmato

AP/LaPresse

Domenica mattina Donald Trump ha scritto su Truth Social che Keir Starmer si sarebbe dimesso. Il primo ministro britannico non aveva confermato nulla, anche se i media britannici riportavano con certezza ciò che in effetti sarebbe accaduto 24 ore più tardi. Il tempismo – due giorni prima del decennale del referendum che il 23 giugno 2016 aprì la strada alla Brexit – è involontario, ma difficilmente potrebbe essere più eloquente. È un confine che nessun presidente degli Stati Uniti aveva mai valicato: preannunciare le dimissioni del governo dell’alleato più stretto. Pochi giorni prima J. D. Vance aveva equiparato il Regno Unito a Israele come «buon partner», dimenticando come la condivisione d’intelligence tra Washington e Londra non abbia equivalenti nel mondo, nemmeno con Gerusalemme, grazie anche (ma non soltanto) all’alleanza di condivisione di intelligence Five Eyes, che riunisce Australia, Canada e Nuova Zelanda, oltre a Regno Unito e Stati Uniti. 

I due episodi fotografano uno dei due nervi scoperti dell’intelligence britannica a un decennio dalla Brexit: il rapporto con gli Stati Uniti. L’altro nervo è la sponda europea: lì il problema non è di retorica, ma di accesso concreto alle banche dati che ogni sistema di sicurezza moderno considera il suo sistema nervoso.

Il doppio vuoto
Quando il primo gennaio 2021 l’Accordo di commercio e cooperazione tra Unione europea e Regno Unito entrò in vigore, aprì simultaneamente due lacune. La prima riguardava l’architettura della cooperazione in politica estera e sicurezza: il Regno Unito usciva dal Centro di situazione e di intelligence dell’Unione europea (IntCen, l’agenzia che elabora analisi strategiche per la macchina diplomatica europea) e dalla struttura di intelligence dello Stato maggiore dell’Unione europea (Eums Int), perdendo canali formali e presenza fisica di propri funzionari negli hub comunitari. Lucia Frigo, docente alla Royal Holloway della University of London, in un articolo recentemente uscito sulla rivista specializzata Intelligence and National Security, ricostruisce come quel congelamento si sia propagato su tre livelli distinti – tra governi, tra organizzazioni, tra singoli funzionari – e come la fiducia interpersonale e organizzativa abbia retto meglio di quella politica, permettendo una ripresa pragmatica quando la guerra in Ucraina ha reso la cooperazione nuovamente necessaria.

La seconda lacuna era più operativa: il taglio dagli strumenti digitali su cui poggiano le indagini quotidiane. La perdita più significativa è stata quella del Sistema d’Informazione Schengen di seconda generazione, il SIS II, una rete di allerta in tempo reale che segnala istantaneamente a tutte le forze di polizia europee i movimenti di ricercati, veicoli rubati, persone sorvegliate. L’accordo entrato in vigore nel 2021 ha preservato altri accessi (come lo scambio di Dna e impronte digitali in formato Prüm e i dati dei passeggeri aerei) ma non SIS II. Per compensare, Londra usa il canale I-24/7 dell’Interpol, più lento e meno radicato nella routine delle polizie europee.

La risposta britannica ha seguito due direttive. Sul piano multilaterale, la porta dell’Unione era e resta quasi sempre chiusa: il Club di Berna, il forum informale dei servizi di sicurezza europei, ha continuato a funzionare con la partecipazione britannica, ma è uno strumento di dialogo e analisi. Sul piano bilaterale, Londra ha investito nel rafforzamento dei rapporti Paese per Paese, contando sulla reputazione storica dei propri servizi per aprire porte che il canale multilaterale teneva chiuse.

La strada di Younger
Era anche la bussola di Sir Alex Younger, che ha guidato il Secret Intelligence Service (o MI6, il servizio segreto britannico per l’estero) dal 2014 al 2020 ed è scomparso lo scorso 2 giugno. Younger aveva chiaramente indicato che preservare i canali con i partner europei era una delle sue priorità assolute: aveva capito che la frattura formale al livello politico non avrebbe potuto essere compensata dalla sola fiducia personale tra funzionari, destinata a erodersi con i normali turnover delle carriere. Era convinto che con la Brexit il Regno Unito era diventato «irrilevante» in Europa.

La partnership su difesa e sicurezza firmata il 19 maggio 2025 è il tentativo più ambizioso di colmare parte di questo vuoto. Il testo impegna le parti a dialogare ogni sei mesi sui principali dossier geopolitici e include una sezione dedicata alla condivisione di valutazioni di minaccia, incluse informazioni classificate. Sul tema dei database operativi, però, il nodo resta aperto: l’accordo non introduce meccanismi nuovi per l’accesso a SIS II, e la questione rimane irrisolta.

La promessa mancata
La Brexit aveva un’implicita promessa: uscire dall’orbita di Bruxelles avrebbe liberato il Regno Unito per consolidare quella con Washington. A dieci anni dal voto, è su questa promessa che occorre fare i conti.

Londra considera la relazione con Washington «speciale» nel senso tecnico del termine: unica, asimmetrica ma mutuamente vincolante. Per Washington, il rapporto con il Regno Unito è quello con un alleato di prima grandezza, affidabile e storicamente vicino, inserito però in una rete più ampia in cui non occupa un posto esclusivo. C’è un elemento strutturale che aggrava questa asimmetria e che raramente viene detto esplicitamente: nell’Unione europea che il Regno Unito ha lasciato, il ruolo di interlocutore privilegiato di Washington si è progressivamente spostato verso Varsavia. La Polonia combina oggi una postura marcatamente anti-russa, una spesa per la difesa tra le più alte dell’Alleanza atlantica e una consonanza con l’amministrazione Trump – sui confini, sulla sovranità, sull’attivismo militare – che la rendono il principale alleato degli Stati Uniti tra i 27.

Le agenzie di intelligence hanno cercato di smorzare queste tensioni. Sir Richard Moore, capo di MI6 fino allo scorso settembre, ha descritto il direttore della Central Intelligence Agency nominato da Trump, John Ratcliffe, come «un ottimo partner», al pari di William Burns sotto Joe Biden – un segnale deliberatamente distensivo sulla continuità operativa tra Langley e Vauxhall Cross. Ma la stessa amministrazione Trump aveva sospeso a marzo la condivisione d’intelligence con Kyjiv: un precedente che nessun alleato europeo ha dimenticato e che ridimensiona il valore di quelle rassicurazioni quando il livello politico torna a farsi sentire.

A dieci anni dal voto
Il paradosso del decennale è questo: il rapporto con Bruxelles – quello che nel 2016 si voleva tagliare – ha ora, per la prima volta, una cornice formale scritta. Quello con Washington – che doveva essere l’alternativa – mostra crepe strutturali che nessun accordo protegge. Younger lo aveva intuito. E la sua preoccupazione per un Trump che «prende un approccio diverso sulle alleanze» si è rivelata anche più che fondata. Londra si trova a gestire due relazioni imperfette: quella con Bruxelles, dove i progressi sono reali ma il nodo delle banche dati operative è irrisolto; e quella con Washington, dove la continuità dipende da rapporti personali e organizzativi che nessuna leadership politica sembra più disposta a garantire dall’alto.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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