Corazza semioticaDentro la grande beffa dei corpi d’élite

Quale migliore definizione dare della moda, se non quella di tecnologia emozionale? E dove possiamo apprenderne le regole se non nei luoghi esclusivi del Pianeta? Mark Andrew Kelly, a Londra, è tra coloro che interpretano i dress code dei Club più esclusivi tra gli esclusivi. Con lui ne abbiamo decifrato i codici. Per scoprire che cosa accade quando il gusto s’intreccia con il potere

Illustrazione di Vincenzo Suscetta

Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Il corpo dei ricchi non è biologico: è un progetto semiotico, una superficie addestrata a parlare. È un corpo costruito, educato, disciplinato: un organismo simbolico che comunica appartenenza come un segnale Morse di cashmere. Lo studioso Nicola Squicciarino ha scritto che “l’abbigliamento trasforma il corpo biologico, percepito come un’opera incompiuta, in una figura culturalmente significativa”: ed è precisamente questa la funzione delle élite, completarsi nell’apparenza, diventare figura. La cura dell’apparire non è vanità, ma politica: la prima e più raffinata barriera non tariffaria, il filtro invisibile che separa chi accede da chi resta a guardare. In questa liturgia dell’eleganza, Mark Andrew Kelly è il gran sacerdote. 

Dublinese con un passato da Céline e JW Anderson, oggi scrive e interpreta, tra le altre cose, i dress code dei club più esclusivi di Londra. «Dopo la pandemia, l’esperienza unica è diventata un nuovo tipo di lusso», racconta, «abbiamo creato guardaroba che trasportano le persone a Versailles, allo Studio 54, al Carnevale di Venezia». I suoi codici vestimentari sono romanzi brevi senza trama, ma con un climax preciso: la soglia del potere. Oscar Wilde l’aveva capito più di un secolo fa: “Solo le persone superficiali non badano alle apparenze”. Se il corpo d’élite è un testo, abiti e accessori ne sono l’alfabeto. Niente viene lasciato al caso. Una giacca, un profumo, un muscolo tonico o una pausa calcolata prima di parlare: tutto è linguaggio. 

Mark ce lo spiega alla perfezione, introducendoci all’ermeneutica dell’apparire che governa il gusto delle élite. Gli abiti dei ricchi sono volutamente poco pratici, fatti per impedire il lavoro manuale e proclamare così il prestigio di chi non deve faticare. Il consumo vistoso è un dovere sociale: «Ricchezza o potenza devono essere messe in evidenza, poiché la stima è concessa solo di fronte all’evidenza». Non basta avere potere: bisogna mostrarlo. Ogni epoca trova i suoi mezzi. Nell’800 erano i corsetti a strizzare la vita delle dame, segnalandone la fragile inutilità; oggi sono i completi su misura e gli orologi di lusso capaci di resistere a 300 m di profondità. In un caso o nell’altro, l’élite comunica col corpo la stessa idea: «Io appartengo a un’altra specie, più rara e preziosa».

Illustrazione di Vincenzo Suscetta

Simmel avrebbe parlato di “differenziazione”: «La nuova moda appartiene soltanto alle classi superiori; non appena le classi inferiori cominciano ad appropriarsene, le élite la abbandonano». Questa rincorsa genera un ciclo infinito che Simmel definì “il gioco della moda”: le élite dettano le regole, le classi subalterne tentano di emularle e così ne consolidano il primato. Mark è pagato per rendere visibile l’invisibile. «I miei clienti non vogliono ostentare, vogliono alludere», racconta. «Un vero signore indossa un completo da diecimila sterline come fosse una vecchia vestaglia», aggiunge, sottolineando l’apparente paradosso. L’élite cerca la qualità, ma la riveste di nonchalance, ispirato all’estetica gangster-chic di Guy Ritchie: «Un completo tre pezzi è perfetto solo se può contenere una pistola». 

La frase strappa un ghigno ai suoi facoltosi clienti, ma il messaggio passa. L’abito dell’élite deve suggerire pericolo sotto il candore, minaccia trattenuta in fodera di seta. «Eleganza e aggressività, fusione di opposti», aggiunge. Moda e chirurgia plastica, fitness e diete, perfino il silenzio e gli odori: ogni aspetto del corpo concorre all’aura di superiorità. Nell’élite oggi è considerato normale che un uomo d’affari cinquantenne abbia gli addominali di un 30enne e la fronte liscia di un quarantenne: la combinazione di personal trainer quotati a peso d’oro e chirurghi estetici produce questo risultato a metà fra la statua classica e il vampiro postmoderno. Nel frattempo, l’industria del benessere detta regimi di vita monastici: tapis roulant all’alba, meditazione, centrifugati detox e integratori. 

Il cibo, per l’élite, diventa un campo minato di precetti: quanta più abbondanza potrebbe permettersi, tanto più seleziona e sottrae. L’élite adora fingere di nutrirsi d’aria e status. Porzioni minuscole, biologico ortoressico, intolleranze alimentari esibite come medaglie (glutine? giammai). È la nuova ascesi secolarizzata: via il pane, via gli zuccheri, corpi scolpiti e affamati, disciplinati come soldati di una caserma aromatizzata all’eucalipto. A proposito di disciplina: questo corpo perfetto è addomesticato sin dall’infanzia. L’élite cresce in scuole dove s’impara a stare composti sul banco e a controllare ogni sfumatura dell’eloquio. Pierre Bourdieu l’avrebbe chiamato habitus: il sistema di disposizioni incorporate che “scrive la società nel corpo, nell’individuo biologico”.

Illustrazione di Vincenzo Suscetta

Si cammina, ci si siede, si gesticola in un certo modo perché così fan tutti nel proprio ambiente d’origine. Un lord inglese e un figlio di contadini sardi, a parità di peso e statura, non occupano lo stesso spazio con il corpo: il primo tenderà a espandersi con agio, come se il mondo gli appartenesse, mentre il secondo, se catapultato fuori dal suo contesto, potrebbe oscillare tra la goffaggine ansiosa e l’ostentazione fuori luogo. La postura è un patrimonio ereditato: spalle dritte, mento alto ma non altezzoso, movimenti lenti. Nulla da dimostrare, nessuna fretta. Il vero aristocratico non corre (al massimo, fa jogging all’alba nel parco privato). Anche il linguaggio è calibrato: un tono di voce basso, controllato, punteggiato da pause strategiche. L’educazione formale affina l’accento e il vocabolario fino a farne un marcatore di ceto. Un corpo davvero dominante non ha bisogno di riempire ogni spazio sonoro; anzi, può divertirsi a creare vuoti di imbarazzo che solo altri di pari rango sapranno tollerare senza precipitare nel panico sociale. 

Il silenzio, per chi comanda, è un’arma sottile: un colpo che lascia l’avversario a mezz’aria, appeso alla vostra prossima mossa. Perfino gli odori obbediscono al codice. L’élite tende a rifuggire dall’odore acre e animale del sudore: lo tiene a bada con ambienti climatizzati, deodoranti clinici, biancheria di ricambio continua. La fragranza corporea deve essere neutra, o al più sussurrata da un profumo di nicchia (quei bouquet costosi e delicati che solo i nasi più fini riconoscono). Nessun eccesso olfattivo. Un dopobarba troppo forte, un’acqua di colonia dozzinale? Cadute di stile imperdonabili. L’aroma ideale è quello che percepisci appena e non dimentichi più: un passaggio fugace di oud, cuoio inglese e legno di cedro, giusto una scia nell’aria che ti fa pensare “chiunque sia, dev’essere qualcuno”. Così anche l’invisibile diventa status. 

Un tempo si portava all’occhiello un fiore fresco; oggi si porta addosso un’aura, risultato di creme idratanti senza profumo, saponi artigianali e qualche goccia di profumo raro dietro l’orecchio. E se l’eleganza consiste nel non lasciare tracce sgradevoli, l’élite mira a lasciare tracce seducenti. Si potrebbe dire che hanno perfino un odore di casta, immediatamente percepibile da chi appartiene allo stesso club olfattivo. Il naso, dopotutto, è un antenna primitiva: distingue l’odore del denaro ancor prima che il portafoglio venga aperto. Quanto agli accessori, il discorso sarebbe infinito. «Ogni oggetto che l’élite porta su di sé è un segnale criptato» racconta Mark.

Illustrazione di Vincenzo Suscetta

Orologi: un vero potente non indossa l’ultimo modello tempestato di diamanti (lo lascia a neoricchi e rapper), ma un Rolex o un Patek Philippe vintage, ereditato, con cuoio logorato ad arte. Gioielli: pochi, selezionatissimi, con una storia. Borse: di foggia antica, materiali pregiati, nessun logo appariscente. L’accessorio deve sussurrare “pedigree”, non urlare “prezzo”. Le élite preferiscono l’intramontabile. Hanno calendari sartoriali più lenti, classicità spavalde. Persino la tecnologia è rivestita di tradizione, con custodie in pelle su misura per smartphone e tablet. «Lo stile non ha nulla a che vedere con i soldi e tutto a che vedere col gusto», sentenzia Mark, «le persone di stile vestono per se stesse». Hanno un prurito che non riescono a grattare: vogliono dirti chi sono senza essere costrette a parlare. «I vestiti raccontano la loro storia, non le etichette o i loghi», prosegue. 

Viene da chiedersi, però: che cosa resta, dietro questa corazza semiotica? Un corpo perfettamente e costantemente sorvegliato, dagli altri e da se stesso. L’élite è prigioniera della propria immagine almeno quanto ne è padrona. Il corpo per essa è un patrimonio aziendale, un investimento: deve generare fiducia, deferenza, invidia persino. Per questo, dietro le quinte, regnano stress e ansie sotterranee. Il potere si fa carne. Ma questa trasformazione ha un prezzo. Malinconia dell’élite: aver costruito un tempio e vederlo incrinarsi con l’età. C’è un momento in cui il principe davanti allo specchio nota un’incrinatura: una ruga sfuggita al botox, un cedimento nel sorriso. È questa la beffa suprema: aver indossato per decenni il costume dell’invincibilità, per poi scoprire di non poter ingannare l’unico spettatore che conta: il tempo. Lì, allora, anche il corpo d’élite abdica al suo mito e ritorna polvere. Elegante polvere, magari, ma pur sempre polvere.

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