Il grande giocoIl Global Gateway europeo, e il legame indissolubile tra Cina e Africa

Quattro anni dopo il lancio del suo programma globale, Bruxelles fatica a contendere a Pechino l’influenza sulle materie prime critiche. Il nuovo nazionalismo delle risorse apre però uno spazio che l’Unione può sfruttare soltanto passando dall’estrazione al co-sviluppo

AP/Lapresse

A più di quattro anni dal lancio del Global Gateway, la strategia con cui Bruxelles puntava a costruire un’alternativa europea alla proiezione economica globale di Pechino, il bilancio appare più complesso delle aspettative iniziali. L’Unione europea ha mobilitato risorse finanziarie considerevoli, ha firmato accordi sulle materie prime critiche e ha costruito un impianto normativo coerente con i propri valori. Eppure, nelle aree più strategiche per la transizione energetica e digitale, l’influenza cinese continua a rimanere predominante. La spiegazione più immediata sarebbe attribuire questo risultato a un deficit di investimenti o a una mancanza di volontà politica europea. Ma i numeri raccontano una storia diversa.

Il Global Gateway è stato concepito per mobilitare fino a 300 miliardi di euro attraverso l’approccio “Team Europe”, coinvolgendo Commissione europea, Stati membri, istituzioni finanziarie e capitale privato. Parallelamente, il Critical Raw Materials Act ha fissato obiettivi ambiziosi per ridurre le dipendenze strategiche dell’Europa entro il 2030. Il problema, quindi, non sembra essere quantitativo. È soprattutto qualitativo. L’errore europeo potrebbe essere stato quello di considerare la competizione con la Cina come una sfida prevalentemente economica, quando in realtà si tratta anche di una competizione relazionale. Bruxelles ha costruito partenariati strutturati attorno a standard di governance, trasparenza, sostenibilità ambientale e criteri ESG. Si tratta di principi condivisibili e coerenti con il modello europeo. Tuttavia, in molti paesi africani questi strumenti vengono percepiti come condizioni da rispettare piuttosto che come elementi di una relazione strategica di lungo periodo.

La Cina ha seguito una strada diversa. Per oltre vent’anni ha investito non soltanto in infrastrutture, miniere e logistica, ma anche nella costruzione di capitale relazionale. Forum permanenti, programmi di formazione, borse di studio, scambi culturali e cooperazione mediatica hanno contribuito a consolidare una presenza che oggi non può essere misurata esclusivamente in termini finanziari. In paesi come la Repubblica Democratica del Congo, dove si concentra gran parte della produzione mondiale di cobalto, le aziende cinesi mantengono una posizione dominante non soltanto perché hanno investito prima degli altri, ma perché sono diventate parte integrante dell’ecosistema economico locale. Lo stesso vale per numerosi progetti minerari in Zambia e in altre economie africane strategiche per la transizione energetica globale. Questo non significa che il modello cinese sia necessariamente superiore. Significa piuttosto che ha compreso prima una dinamica fondamentale: nei mercati emergenti la fiducia politica e la continuità della relazione contano quanto il capitale investito.

Per l’Europa, che fonda la propria politica estera sul diritto, sulle regole e sulla trasparenza, il rischio è quello di apparire come un attore che arriva con soluzioni già confezionate e criteri prestabiliti. In alcuni contesti africani, questa impostazione viene letta come una forma di paternalismo, o addirittura come una versione aggiornata della storica asimmetria tra Nord e Sud del mondo.

La vera novità del 2026, tuttavia, potrebbe cambiare il quadro. In diversi paesi africani sta emergendo una forma crescente di resource nationalism. Governi e classi dirigenti locali non intendono più limitarsi all’esportazione di materie prime grezze, ma chiedono una quota maggiore del valore generato dalle filiere industriali. Lo Zimbabwe ha anticipato il blocco delle esportazioni di litio non lavorato. La Namibia ha adottato restrizioni analoghe per alcuni minerali critici. Anche la Repubblica Democratica del Congo sta cercando di aumentare il proprio potere negoziale nei confronti degli investitori stranieri. Questa evoluzione non rappresenta una rottura con la Cina. Al contrario, dimostra quanto la presenza cinese sia ormai radicata. Ma segnala anche un cambiamento importante: i governi africani stanno cercando di diversificare le proprie partnership per evitare dipendenze eccessive da un singolo attore.

È qui che si apre una finestra di opportunità per l’Unione europea. Se Bruxelles continuerà a considerare l’Africa esclusivamente come una fonte di approvvigionamento per le industrie europee, rischierà di arrivare ancora una volta in ritardo. Se invece saprà interpretare il nuovo contesto come una richiesta di industrializzazione locale, trasferimento tecnologico e creazione di valore nei paesi produttori, il Global Gateway potrebbe finalmente acquisire una dimensione strategica più credibile. La sfida consiste nel passare da una logica estrattiva a una logica di co-sviluppo. Non significa rinunciare agli standard ambientali o alla trasparenza amministrativa. Significa riconoscere che questi obiettivi diventano sostenibili soltanto quando sono accompagnati da opportunità economiche percepite come vantaggiose anche dalle comunità locali.

L’Europa possiede un vantaggio che la Cina fatica ancora a replicare: qualità tecnologica, capacità regolatoria, accesso al mercato unico e una tradizione di cooperazione istituzionale fondata sullo Stato di diritto. Ma questi asset devono essere integrati da una maggiore capacità di ascolto politico e da una presenza più stabile nel tempo. Nel frattempo, Pechino non resta immobile. Il nuovo Piano Quinquennale cinese mostra una crescente attenzione alla sicurezza delle forniture strategiche e alla resilienza delle catene minerarie. In altre parole, la Cina sta trasformando la propria presenza economica in una vera architettura di sicurezza delle risorse. Per questo il tempo gioca un ruolo decisivo. L’opportunità aperta dal resource nationalism africano non resterà disponibile indefinitamente. Se l’Europa vuole costruire una reale autonomia strategica e ridurre le proprie vulnerabilità nelle materie prime critiche, dovrà dimostrare di essere non soltanto un investitore affidabile, ma anche un partner capace di condividere crescita, industrializzazione e sviluppo. La partita non riguarda soltanto il cobalto, il litio o il rame. Riguarda la capacità dell’Unione europea di trasformare la propria potenza normativa in una vera influenza geopolitica. Ed è una sfida che Bruxelles non può permettersi di perdere.

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