Governare le macchineL’intelligenza artificiale è un’opportunità, la disumanizzazione è una scelta

Un’intera generazione di lavori cognitivi di medio livello, il ceto medio impiegatizio che ha costituito la spina dorsale del welfare contributivo europeo, rischia di sparire prima che le istituzioni se ne accorgano

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Il 25 maggio 2026, nell’Aula del Sinodo in Vaticano, è accaduto qualcosa che non era mai successo: un Papa ha presentato di persona la propria enciclica. Leone XIV — primo Papa statunitense, in gioventù studente di matematica — l’aveva firmata dieci giorni prima, il quindici maggio, nello stesso giorno in cui, centotrentacinque anni fa, Leone XIII promulgava la «Rerum Novarum». La scelta del nome e della data non è un omaggio: è una tesi. Come allora la Chiesa affrontò la prima rivoluzione industriale e la difesa dei lavoratori dallo sfruttamento, oggi prova a misurarsi con una trasformazione altrettanto profonda. Il sottotitolo lo dice senza giri di parole: un testo «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale».

Il punto dell’enciclica non è la macchina. È l’uomo. Leone XIV non condanna la tecnologia e non la teme: riconosce che farà parte sempre più della nostra esistenza, e che proprio per questo va governata. Il rischio che nomina non è l’apocalisse, ma qualcosa di più sottile e già in corso: la “disumanizzazione”, cioè un mondo in cui alle persone viene attribuito valore solo in base alla loro efficienza e alla loro produttività. Dietro l’immagine biblica della Torre di Babele — l’«idolatria del profitto che sacrifica i deboli» — c’è una diagnosi che un riformista può fare sua: lo sviluppo dell’IA è oggi in mano quasi per intero ad aziende private che seguono logiche non necessariamente allineate al bene comune. Da qui l’appello, secco: «Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano».

È qui che la voce della Chiesa incrocia un dibattito tutto laico, e non risolto. Per la prima volta nella storia delle rivoluzioni tecnologiche esiste un disaccordo serio tra economisti di primo piano sul fatto che lo spiazzamento di lavoro possa superare strutturalmente la creazione di nuovi impieghi. Non è una posizione di minoranza apocalittica: studiosi come Daron Acemoglu — tra i più citati al mondo in economia del lavoro — sostengono che i guadagni di produttività dell’IA potrebbero non tradursi in nuova domanda di lavoro umano nella misura in cui è sempre avvenuto in passato. La ragione è semplice: l’IA non sostituisce un singolo compito manuale, ma la capacità cognitiva generica, cioè il cuore di ciò che rendeva il lavoro umano non automatizzabile.

Non parliamo dei mestieri manuali ripetitivi colpiti dall’automazione industriale degli anni Ottanta. Parliamo di lavori cognitivi di medio livello: assistenti legali, analisti finanziari junior, operatori di servizio clienti, programmatori alle prime armi, ragionieri, redattori, funzionari amministrativi. È il ceto medio impiegatizio che ha costituito la spina dorsale del welfare contributivo europeo.

E ci sono tre ragioni per cui questa transizione può essere diversa dalle precedenti. La prima è che il saldo netto è incerto, e l’incertezza è essa stessa un problema. La seconda è la velocità: ciò che prima si distribuiva su generazioni, ora si concentra in cinque anni, e le istituzioni costruite per transizioni lente non sono attrezzate per transizioni rapide. La terza è che i nuovi lavori non bilanciano automaticamente i vecchi: nascono altrove, chiedono competenze diverse, arrivano dopo.

Il prezzo non lo paga un’astrazione. Lo paga Giulia, ventisei anni, neolaureata in giurisprudenza, assunta come assistente in uno studio milanese: il primo gradino della professione, quello in cui da sempre si impara il mestiere, è anche il primo che un modello linguistico svolge in pochi secondi. Lo paga Davide, programmatore entry-level, che scopre che le mansioni junior con cui si formavano i senior vengono ora generate automaticamente — e senza junior, domani, non ci saranno senior. Lo paga Rosa, cinquantadue anni, vent’anni di contabilità in una piccola impresa, un mestiere che si svuota da dentro mentre lei è troppo giovane per la pensione e considerata troppo vecchia per ripartire. Lo paghiamo tutti, il giorno in cui un’intera fascia di reddito medio smette di esistere e con essa la base fiscale e contributiva su cui regge la nostra protezione sociale.

Eppure l’enciclica non è un trattato di rassegnazione. L’intelligenza artificiale resta una straordinaria opportunità: può alleggerire il lavoro ripetitivo, accelerare la diagnosi medica, moltiplicare la produttività di chi la usa come strumento e non la subisce come destino. La differenza tra emancipazione e subordinazione non sta nella tecnologia: sta nelle istituzioni. Significa trattare i dati pubblici — sanitari, amministrativi, urbani — come un bene comune, costruendo grandi bacini europei interoperabili che permettano alle nostre imprese di sviluppare soluzioni proprie invece di restare utilizzatrici di “scatole nere” costruite altrove.

Significa una rete di infrastrutture di calcolo pubbliche, alternativa credibile al cloud americano su cui oggi transita il settanta per cento del traffico dati europeo. E significa accompagnare chi viene spiazzato — formazione continua, sostegno al reddito legato alla riqualificazione, una sicurezza che protegga le persone e non i singoli posti. Le assicurazioni si comprano prima del danno, non dopo.

Su questo l’enciclica dice una cosa che vale la pena ascoltare anche fuori dalle chiese. Le strutture nate per proteggere i lavoratori durante la prima rivoluzione industriale — sindacati, associazioni — potrebbero non bastare più. I governi, scrive Leone XIV, dovrebbero aprire un luogo di confronto con imprese, comunità scientifica e rappresentanti sociali per costruire nuove regole condivise, senza per questo ostacolare il progresso tecnologico. È esattamente il compito della politica: non frenare l’innovazione e non abbandonarle il campo, ma governarla.

La finestra non è illimitata, e ha due orologi che corrono insieme. Il primo è quello della tecnologia: chi avrà accumulato dati, modelli e capacità di calcolo entro il 2028-2030 detterà le regole del decennio successivo, e l’asimmetria è già enorme — quaranta grandi modelli prodotti negli Stati Uniti nell’ultimo anno, quindici in Cina, tre nell’Unione europea.

Il secondo è quello sociale: la velocità con cui lo spiazzamento arriva è superiore a quella con cui costruiamo gli strumenti per assorbirlo. Aspettare di sapere chi ha ragione tra gli economisti significa scegliere di non scegliere. E non scegliere, qui, vuol dire decidere che la transizione la pagheranno per intero Giulia, Davide e Rosa, mentre i guadagni di produttività si concentreranno nelle «poche aziende» che il Papa indica come gli architetti di questa rivoluzione.

È qui che il discorso sull’intelligenza artificiale si tiene tutto insieme con il resto. Tecnologia senza welfare è frattura sociale: l’automazione che arriva senza accompagnamento produce licenziamenti, non innovazione condivisa. Tecnologia senza formazione sono modelli senza ingegneri e lavoratori senza una seconda possibilità. Tecnologia senza industria sono data center vuoti, e tecnologia senza Europa non ha scala, perché nessun Paese del continente può da solo investire le cifre che mettono in campo Stati Uniti e Cina. E tutto questo senza una bussola — la dignità della persona, che è poi il punto dell’enciclica — diventa pura efficienza, cioè esattamente la disumanizzazione che si vuole evitare. Il lavoro, ricorda Leone XIV, non serve solo a guadagnarsi da vivere: è parte essenziale della realizzazione della persona. Welfare, formazione, lavoro, industria e sovranità tecnologica non sono ambiti separati. Sono componenti di un’unica architettura. Tutto si tiene, o niente regge.

L’intelligenza artificiale non è un destino che ci capita addosso. È una tecnologia che possiamo ancora decidere come governare. La domanda non è se servirà l’umanità o il potere di pochi. È se avremo il coraggio di sceglierlo prima che lo scelga qualcun altro al posto nostro.

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