Nell’estate del 2016 a Varsavia, capitale della Polonia, conobbi il giornalista Michał Rachoń. Mi trovavo al vertice della Nato per tenere un intervento sulle operazioni belliche russe nei social e lui, che lavorava per l’emittente di stato polacca Tvp, mi fece un’intervista. Michał mi aveva colpito subito per le sue particolari doti oratorie: aveva scritto interessanti articoli sulla Russia offrendo al pubblico notevoli spunti critici. Incontrato di nuovo l’anno dopo, l’ho intervistato per il libro a cui stavo lavorando sui troll russi e la guerra dell’informazione.
Rachoń mi ha raccontato di quell’evento catastrofico attraverso il quale la Russia, a suon di menzogne, aveva diviso in due il popolo polacco e il mondo del giornalismo: il disastro aereo di Smolensk del 2010, nel quale erano morti il presidente della Polonia e altre novantacinque persone.
Avendo lavorato come inviata all’estero, ero ovviamente a conoscenza dei fatti: la causa dell’incidente era stato un errore del pilota, così avevo letto. Messo sotto pressione dal presidente e dal comandante dell’aeronautica militare, nel tentativo di atterrare in condizioni di nebbia fitta e ignorando le segnalazioni della torre di controllo russa, aveva causato la collisione dell’aereo contro gli alberi. Questa teoria è ancora oggi la spiegazione più comune e condivisa.
Seduto davanti a me in un ristorante di Varsavia, nell’autunno del 2017 il collega polacco, persona che stimo molto, mi riferì che, sull’incidente, non erano mai state avviate opportune indagini, ma esistono prove che testimoniano la responsabilità della Russia nella disgrazia. I giornalisti che investigavano in Polonia sui legami col Cremlino e sull’ipotesi della presenza di materiale esplosivo sull’aereo erano però stati calunniati e dipinti come complottisti; qualcuno aveva anche perso il posto. In mancanza di un’indagine seria, alcuni parenti delle vittime non ebbero altra scelta se non finanziare di tasca propria piccole inchieste non ufficiali, nel tentativo di arrivare alla verità.
Un altro dettaglio che ignoravo è che, l’estate in cui conobbi Michał, in un cimitero polacco erano state aperte le tombe di tutti gli uomini di stato morti nell’incidente sei anni prima. Una bara dopo l’altra, si fecero scoperte orribili. La Russia aveva mandato in Polonia le spoglie delle vittime smembrate e mescolate tra loro, e il governo polacco aveva impedito ai parenti di vedere le salme prima del funerale e della chiusura delle bare. Non dimenticherò mai il momento in cui Michał me lo ha raccontato, fu come se il tempo si fosse fermato: la notizia mi aveva scioccata. Come giornalista, rimasi inoltre sorpresa e turbata dal fatto che avevo potuto acquisire informazioni di tale importanza unicamente attraverso un collega polacco in prima linea.
Nonostante a quel tempo, in Polonia, riportassero quotidianamente notizie sull’incidente di Smolensk, il ruolo della Russia nella tragedia veniva misteriosamente trattato solo da qualche raro canale d’informazione polacco. Rimasi senza parole. Tra tutti i dettagli della vicenda, questo non aveva avuto alcuna ripercussione internazionale. Era rimasto bloccato da qualche parte: sembrava che qualcuno, nel mondo dell’informazione, avesse alzato una cortina tra la Polonia e il resto del mondo. Come in Unione Sovietica.
Come nella guerra ibrida del Cremlino contro l’Occidente. Michał mi suggerì alcune fonti su cui concentrare la mia attenzione: giornalismo d’inchiesta di colleghi polacchi, veri professionisti. Una pagina web nella quale uno o più volenterosi hanno per anni tradotto in inglese gli articoli principali, oltre ad alcuni risultati di studi sulla tragedia di Smolensk condotti a livello accademico.
Più approfondivo il comportamento dei dirigenti russi e delle autorità a Smolensk, più mi rendevo conto di quanto feroce, sistematica e inarrestabile fosse stata la Russia nelle operazioni contro l’Occidente condotte nel corso del XXI secolo. E quante fossero state le azioni condotte costantemente dal Cremlino, nascoste dietro un muro di nebbia costruito con aggressioni informatiche, mentre la sua quinta colonna, nei paesi occidentali, si dava da fare per tutelarne la reputazione. Aspettai per anni il momento opportuno per scrivere su Smolensk. Ero talmente presa di mira dai miei detrattori che il progetto rimase nel cassetto. Ero ancora in maternità quando, a febbraio 2022, il Cremlino iniziò l’escalation della sua guerra di sterminio contro l’Ucraina: era il momento per mettermi al lavoro. Dovevo occuparmi non solo di Smolensk, ma anche del terrorismo e della guerra ibrida del Cremlino contro l’intero mondo occidentale.
Cominciai a cercare contatti in Polonia. Incontrai i parenti e le meravigliose famiglie di due delle vittime, Natalia Januszko e Janusz Kochanowski. Mi confrontai con giornalisti e investigatori polacchi, autori di ricerche che seguivo da tempo. Conobbi anche un ingegnere di origine danese e un documentarista polacco che avevano studiato il caso di Smolensk in condizioni difficili, disumane.
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Queste persone mi hanno aiutata a mostrare ai lettori quanto hanno provato sulla propria pelle: la guerra mondiale di Putin e i suoi diversi fronti nel cuore dell’Europa, sotto i nostri occhi, contro tutto ciò che, per noi, ha valore.
Tratto da “La guerra segreta di Putin” (Neri Pozza), di Jessikka Aro, 9,99 euro, 304 pagine.
