Dalle urne a ViareggioMoretti condannato, e la prima risposta della giustizia dopo il referendum

Il carcere come simbolo e la rabbia popolare sullo sfondo della condanna per l’ex manager. Ma a poche stanze di distanza, sulla vicenda di Alessia Pifferi, la Cassazione ricorda che una giustizia senza umanità non è ancora giustizia

AP/LaPresse

All’indomani del clamoroso referendum sulla giustizia, in molti si sono chiesti quali sarebbero state le conseguenze sul rapporto tra magistratura e società civile.

Certamente la vittoria dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha posto un freno alla precipitosa e apparentemente inarrestabile perdita di popolarità della corporazione togata; bisognava capire se essa avrebbe segnato anche un’inversione di tendenza.

L’esito drammatico della vicenda legata alla strage di Viareggio, dopo ben 17 anni e 32 morti, può fornire una prima risposta. Si spalancano dolorosamente le porte del carcere per Mauro Moretti, che fu uno dei più potenti e bravi manager italiani, il realizzatore di quell’Alta Velocità che ha cambiato i trasporti e l’immagine di modernità del Paese.

Tutto ciò avviene poche ore dopo la scarcerazione dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, che aveva denunciato la condizione disumana delle carceri italiane, che Moretti ora saggerà.

Modernità e barbarie che si intrecciano sono una prima chiave di interpretazione, non la sola.

Moretti è stato oggetto di sette gradi di giudizio, un iter processuale che trova eguali solo nell’odissea giudiziaria toccata ad Adriano Sofri, ma per il manager non c’è stata la mobilitazione riservata all’ex leader di Lotta Continua. Uomo altezzoso e di non eccelsa empatia, egli costituiva sin dall’inizio il simbolo ideale del tecnocrate potente e indifferente alle umane sorti («uno spiacevole incidente»: la definizione da lui data alla strage passa alla storia giudiziaria delle dichiarazioni più infelici e autolesioniste). Ma è difficile scacciare una certa sensazione di disagio ripercorrendo la sua storia processuale. A lui è stato addebitato l’alleggerimento delle procedure di controllo dei trasporti merci dall’estero, sicché un difetto di manutenzione su un vagone fabbricato in Germania, all’origine del rogo, è stato messo in conto a lui, totalmente ignaro.

Per far questo la difesa lamenta che sia stata modificata una giurisprudenza più garantista in tema di responsabilità dei vertici societari. È bastata una misura amministrativa e il calcolo delle probabilità gli si è ritorto contro. Ma non è tanto il merito della questione che conta, quanto il trattamento della pena.

Già all’indomani della prima sentenza della Cassazione che, sei anni fa, aveva annullato parzialmente la sua condanna, l’indignazione popolare era eruttata incontenibile, così da costringere gli ermellini di piazza Cavour a un tremulo comunicato in cui sottolineavano che non avevano assolto Moretti, ma solo richiesto di valutare l’entità della condanna e una questione di prescrizione di uno dei capi d’accusa.

Da allora ci sono voluti altri quattro gradi di giudizio per arrivare all’apertura delle porte del carcere. Il punto era proprio questo: la rovina, la polvere e le catene in cui scaraventare un simbolo del potere politico-tecnocratico.

La legge prevede che, per una condanna definitiva non superiore a quattro anni, l’interessato possa richiedere di essere direttamente ammesso alle misure alternative al carcere senza entrarvi. Ciò avviene per migliaia di casi: sarebbe avvenuto, ad esempio, anche per Nicole Minetti, pure senza la generosa grazia di Mattarella. Ne avrebbe potuto usufruire pure Moretti se i giudici avessero concesso una riduzione di pena per le attenuanti generiche che gli sono state riconosciute meno micragnosa di quella applicata (solo 1/9 di pena in meno invece della massima estensione di 1/3).

In pratica a Moretti è stata deliberatamente inflitta la galera e, idealmente, i ceppi, non essendo evidentemente sufficiente la sola macchia di una condanna per una strage.

Difficile sottrarsi alla suggestione che la magistratura abbia restituito alla rabbia popolare una parte del generoso contributo fornito col referendum (il cui esito, per chi scrive, è stato comunque il meno grave tra quelli possibili).

Per uno strano scherzo della storia, nello stesso giorno un’altra sezione della Cassazione, in un’altra vicenda emblematica, quella della figlicida Alessia Pifferi, ha ratificato un atto di umana pietà. Ha confermato a lei le attenuanti generiche concesse da una coraggiosa sentenza che aveva respinto l’idea di una giustizia populista e sommaria e sanzionato, con la cancellazione dell’ergastolo, la gogna mediatica che le era stata inflitta.

Sono pochi i passi che, al “Palazzaccio”, separano le aule dove si sono consumati due diversi destini. In mezzo, nonostante tutto, c’è ancora un po’ di speranza.

P.S. Mercoledì è morto Giacomo Fumu, per diversi anni presidente di sezione della Corte di cassazione e primo a pronunciarsi sul caso Moretti. Era un degno esponente di una giustizia che non dimenticava mai l’umanità.

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