Propaganda e realtàSalvini, Meloni, Vannacci e il ritorno ciclico delle promesse sull’immigrazione

Rimpatri di massa, blocchi navali e retorica securitaria hanno prodotto aspettative enormi e risultati minimi. La destra radicalizza sempre più il linguaggio per coprire l’assenza di strumenti efficaci

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Le storie politiche di Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno in comune le campagne di porti chiusi, rimpatri di massa e blocchi navali, oltre alla capitalizzazione elettorale che, in momenti alterni, ne è conseguita. Quella tipologia di ondata retorico-migratoria è oggi incarnata dal volto di Roberto Vannacci, che punta a raccogliere altrettanto successo nell’incastro tra il consenso dei delusi di quel popolo, tramite una proposta ancora più estrema. Il problema del populismo migratorio sta proprio qui: fallisce, per evidenti limiti dettati da vincoli di realtà, per poi radicalizzarsi, e questo avviene negli ultimi dieci-quindici anni in maniera ciclica.

Affermare ciò non significa sottovalutare la questione dell’immigrazione in Italia, che comporta ovviamente problematiche rilevanti. Per certi versi, verrebbe anzi da dire che l’ascesa di Vannacci è l’ennesima sveglia per il centrosinistra e per la maggioranza, al fine di affrontare finalmente, politicamente parlando, la partita migratoria, smettendo di sottovalutare e ridurre le preoccupazioni di milioni di italiani – errore che viene sistematicamente compiuto da più di un decennio, e che è un abbaglio speculare a quello sovranista, nel suo restare nel campo della strumentalizzazione.

Ignorare le tensioni generate dai flussi – dalle periferie alle aree interne, pensando anche allo stesso mercato del lavoro –, che è nei fatti oggi evitare di parlare di sicurezza, è consegnare un pezzo sostanziale di agenda al mondo politico-culturale che si vuole sfidare. Allo stesso tempo, l’essersi meglio resi conto, a destra, della legittimità del problema si scontra con l’inefficacia di politiche non adeguate o non realizzabili, proposte negli anni.

«Datemi due settimane al ministero dell’Interno e ne espello cento al giorno, in aereo», diceva Salvini nel 2018, durante la campagna che l’avrebbe portato al Viminale. La realtà racconta che, in 460 giorni di governo Conte I, la media è stata di circa 18,2 rimpatriati al giorno, sostanzialmente identica a quella del governo precedente – governo Pd, Paolo Gentiloni premier. Ancora, la principale conseguenza misurabile degli sbandierati decreti sicurezza fu opposta a quella promessa, con la cancellazione della protezione umanitaria che comportò infatti un aumento dei dinieghi, con una stima di circa 80mila nuovi irregolari nel 2019. Più fondi per i rimpatri, più irregolari da rimpatriare: il paradosso perfetto di una politica che inseguiva l’effetto comunicativo senza costruire le condizioni strutturali per ottenerlo.

La ragione era, e resta, la stessa, ossia che, senza accordi con i Paesi di origine, non è possibile attuare politiche efficaci sui rimpatri, fronte sul quale Salvini ha fatto ben poco. Questione che ha almeno provato ad affrontare Meloni al governo, dopo anni di posizionamento propagandistico, con il Piano Mattei. Questo prometteva di lavorare sulle cause profonde dell’emigrazione africana attraverso partenariati con quattordici Paesi, attraverso un impianto concettualmente condivisibile, sulla carta, ma per il momento fallimentare nella messa in pratica. Dei 5,5 miliardi annunciati, ne sono stati allocati solo 600 milioni, più o meno lo 0,5 per cento del Pil aggregato dei Paesi coinvolti: non certo un importo in grado di offrire impulsi decisivi alle economie coinvolte. Non solo: molti dei 57 progetti oggi ricompresi nel Piano erano già avviati prima del 2024, essendo poi stati semplicemente rietichettati.

Velo pietoso sull’accordo con l’Albania: 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a trentaseimila persone l’anno. A questo ritmo, ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi. Con Vannacci si è giunti alla ripetizione continuativa di quel ciclo, arrivando all’apice del nemmeno indicare le ricette per le iniziative che si propongono – su tutti, il tema «remigrazione». Nel 2025 il governo Meloni ha rimpatriato 6.772 persone, pari a circa il 2 per cento dei 339mila stranieri irregolari stimati. Perfino il nuovo Regolamento europeo sui rimpatri, approvato a metà giugno, registra che nel 2025 il tasso di rimpatrio effettivo dell’Ue è salito al 28 per cento, livello più alto dell’ultimo decennio, sebbene sette persone su dieci destinatarie di un ordine di espulsione siano rimaste comunque sul territorio comunitario. Ciò precisato, la «remigrazione» non può essere una politica, rimanendo slogan che prospera nello spazio lasciato vuoto dall’inattuabilità di date scelte pubbliche.

Tornando a Meloni, la presidente del Consiglio merita un capitolo a parte, perché la sua parabola sull’immigrazione è inseparabile da una scelta politica più ampia, ossia quella di aver costruito la propria credibilità internazionale sulla vicinanza a Donald Trump, nell’idea di trasformarlo in un asset strategico. Si inizia con le foto a Mar-a-Lago e la narrazione della lady di ferro occidentale, volta ad architettare l’idea di una leader che aveva capito il nuovo ordine prima degli altri. Poi Donald Trump ha alzato i dazi, ha trattato l’Europa come un avversario commerciale e poi politico, ha scaricato l’Ucraina, ha umiliato Volodymyr Zelensky e gli alleati della Nato. Prima degli attacchi a Meloni, ci sono stati quelli, appunto, a Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer, eufemisticamente non travolti da un’ondata solidaristica. Alla fine, Meloni si è ritrovata a gestire le conseguenze di un’amicizia che non aveva mai avuto il coraggio di interrogare.

La questione riguarda strettamente anche la tematica immigrazione: il modello che Meloni ha a lungo ammirato – chiusura dei confini, spettro del sentimento nazionale assediato – è esattamente quello trumpiano. Nel disordine globale che Donald Trump ha contribuito a creare, e che persevera nel rivendicare, diventa difficile fingere che l’ammirazione fosse solo tattica. Meloni non è una vittima delle circostanze, ma è corresponsabile di un posizionamento scelto liberamente, a partire dalla riproduzione della postura migratoria, essenza di quello che doveva essere il «ponte» euro-americano. In sostanza, una vittima delle proprie scelte, di compagni di viaggio avversari della società aperta dei quali si è però circondata, al netto della troppo facile parvenza governativa istituzionale: i nodi delle sparate sovranistoidi, prima o poi, vengono al pettine.

Se le soluzioni nazionali sono insufficienti, la domanda giusta non è «come fermiamo i barconi», ma «come costruiamo una politica migratoria europea che funzioni», meno adatta ai comizi, ma forse più utile, fuori da una politica tutto e il contrario di tutto, che non è politica, ma solo marketing comunicativo. Analizzare la realtà continua a dimostrarci che l’unica cornice possibile resta, su questo come su tanti altri nodi, quella europea. L’Ue ha compiuto passi significativi con il Patto sulla migrazione e l’asilo del 2024: il meccanismo di solidarietà obbligatoria, la procedura accelerata alle frontiere, il sistema di screening all’ingresso sono tutti strumenti utili. Ma il Patto non basta senza la volontà politica necessaria per attuarlo con decisione, lì dove a mancare è una vera politica europea di partenariato con i Paesi di origine – non la versione superficiale che scambia accordi di riammissione con fondi di sviluppo, ma cooperazioni strutturate sulle cause profonde dei flussi: instabilità politica, prospettive economiche.

Questo richiede risorse ingenti, governance dedicata a livello unionale e capacità di pensare in orizzonti di quindici, venti, trent’anni, insieme alla necessità di riformare davvero il Regolamento di Dublino: l’Italia che porta da sola il peso degli sbarchi, ricadendo la responsabilità sul Paese di primo ingresso, è senz’altro una stortura che alimenta il nazionalismo migratorio e che nessun politico italiano dovrebbe accettare. Infine, andrebbe affrontata con maggiore serietà la questione dei canali legali di migrazione economica. L’Europa invecchia rapidamente – l’Italia ancora più velocemente rispetto a quasi tutti – e il fabbisogno di forza lavoro in settori come l’agricoltura, la logistica e il lavoro di cura è destinato a crescere. Continuare a fingere che questo fabbisogno non esista è un’altra forma di menzogna politica istituzionalizzata: una politica migratoria intelligente deve includere canali regolari e rapidi per la migrazione economica, gioco a somma positiva per tutti i coinvolti.

C’è un ultimo intreccio da sciogliere, che Domenico Petrolo pone con lucidità nel suo nuovo libro “La stagione dell’identità” (FrancoAngeli, 2026). Il tema dell’appartenenza non è liquidabile come residuo reazionario, poiché le comunità hanno legami, memorie, forme di convivenza che chiedono continuità e riconoscimento. Chi pensa di non affrontare il tema dell’identità è destinato ad accomodarsi a lungo nei banchi dell’opposizione, e il problema non è che la destra populista abbia inventato il bisogno di protezione identitaria, piuttosto che è rimasta l’unica a raccoglierlo, trasformandolo in benzina per la macchina della paura. La sfida non è scegliere tra apertura e identità, ma costruire le forme in cui entrambe possano coesistere senza annullarsi, esattamente ciò che il ciclo Salvini-Meloni-Vannacci non ha mai provato a fare, perché utilizzare l’identità è più redditizio elettoralmente che provare a gestirla davvero.

Per concludere, la politica italiana sull’immigrazione resta intrappolata in un ciclo vizioso: promesse impossibili che generano aspettative; aspettative che si scontrano con realtà e vincoli; realtà che alimenta frustrazione e perdita di fiducia; frustrazione che genera promesse ancora più radicali. Da Salvini a Meloni a Vannacci, il ciclo si avvita senza produrre né meno immigrazione né, probabilmente, più integrazione, fermo restando che sottovalutare o non guardare il problema è esso stesso un problema. Quando però le soluzioni proposte sono composte di fantasia e insostenibilità, invece di incorrere in delusioni a posteriori, è lì che serve lo sforzo di andare oltre il confine e comprendere le menzogne.

Uscire da questo ciclo richiede qualcosa che il populismo e il sovranismo non possono offrire, ossia il coraggio della complessità: il coraggio di dire che il problema è reale, ma che soluzioni semplici non ci sono; che la sovranità nazionale ha dei limiti di fronte a fenomeni globali; e che l’unica scala per via della quale governare l’immigrazione è quella europea. E, ancora, che costruire quella governance richiede anni di lavoro paziente, investimenti enormi e la capacità di scontentare il presente per non abbandonare il futuro.

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