La rivolta dei serverI data center sono diventati il volto dell’intelligenza artificiale che nessuno sa come fermare

Le manifestazioni a Lacchiarella e Opera, così come quelle negli Stati Uniti, contestano la costruzione di nuove infrastrutture energivore. In realtà raccontano la difficoltà di cittadini e territori di contrastare il totalitarismo digitale delle Big Tech

AP/Lapresse

A Lacchiarella, poco meno di diecimila abitanti a sud di Milano, qualche giorno fa duecento persone si sono ritrovate davanti al municipio per contestare la costruzione del più grande data center d’Italia. È un investimento da tre miliardi di euro sostenuto dal fondo Pimco, controllato dal gruppo Allianz. I timori dei cittadini riguardano il consumo di energia, la vicinanza della falda acquifera, le emissioni dei generatori di emergenza, l’impatto sul territorio e perfino per l’applicazione della normativa Seveso sulle sostanze pericolose.

Quello Lacchiarella non è un episodio isolato. A pochi chilometri di distanza anche a Opera il progetto di un nuovo data center ha diviso il consiglio comunale, con proteste dei cittadini e la richiesta di approfondire gli effetti dell’intervento prima che le decisioni diventino irreversibili. In tutto il territorio stanno nascendo comitati che cercano di coordinarsi, mentre la regione continua ad attrarre investimenti grazie alla presenza delle grandi dorsali in fibra ottica che collegano il Mediterraneo all’Europa. Intanto il Parlamento discute norme che puntano a riconoscere i data center come infrastrutture strategiche nazionali, restringendo ulteriormente il margine di intervento degli enti locali.

A dispetto delle apparenza non è la solita storia italiana di contestazione delle grandi opere da parte di chi teme di pagarne i costi ambientali senza condividerne i benefici. In realtà, quello che sta succedendo in quelle zone è solo un frammento di un fenomeno più vasto.

Negli Stati Uniti l’opposizione ai data center è uno dei letimotiv dell’ultimo anno. Solo a luglio si sono svolte centoquarantadue manifestazioni coordinate in quarantadue Stati, dalla California al Texas, dalla Georgia alla Virginia. New York ha introdotto la prima moratoria statale sui nuovi grandi data center, mentre decine di amministrazioni locali stanno discutendo restrizioni o sospensioni dei progetti. Secondo un sondaggio Gallup, circa sette americani su dieci non vorrebbero un data center costruito vicino a casa.

Le contestazioni parlano quasi sempre di acqua, energia, rumore, consumo di suolo. Ma se fossero solo questo, sarebbe difficile spiegare perché stanno esplodendo contemporaneamente dalla Lombardia alla Virginia. «I data center sono diventati la materializzazione fisica di tutte le ansie che le persone provano verso l’intelligenza artificiale e l’economia», scrive il Washington Post citando il governatore dello Utah Spencer Cox. Le tante manifestazioni diventano il tentativo di reagire a un cambiamento che sembra non arginabile. Per molti cittadini, scrive ancora il Washington Post, «è una delle poche cose contro cui sentono di poter ancora combattere».

È proprio la sensazione di impotenza a spiegare perché il movimento stia attraversando le tradizionali divisioni politiche americane. Tra i manifestanti ci sono sia conservatori sia progressisti, e coinvolgono tanto le aree rurali quanto le grandi città. E quindi, semplificando un po’, si protsta nei territori che votano Trump e nelle amministrazioni democratiche, più o meno allo stesso modo. Non tanto perché condividano un’identica visione dell’intelligenza artificiale, quanto perché condividono l’impressione che le decisioni vengano prese altrove, mentre alle comunità locali resta soltanto la possibilità di opporsi quando arrivano le ruspe.

In Italia come altrove – nelle ultime settimane ci sono state manifestazioni in tutta Europa –, le proteste si possono inquadrare nello spirito Nimby, not in my backyard. Perché c’è ormai una conoscenza condiviso su ciò che accade nei territori in cui i data center vengono innestati come specie aliene rispetto a tutto il resto. Ci sono pochissime eccezioni. Sono quindi manifestazioni legittime. Ma potrebbe essere la prospettiva sbagliata se si vuole combattere l’accelerazionismo politico e tecnologico della destra tech internazionale che con i data center – metonimia dell’intelligenza artificiale tutta – vuole cambiare le regole del gioco in politica, nell’economia, nel lavoro, nell’istruzione, nell’arte. Potrebbe non essere sufficiente, quindi, se l’obiettivo è fare in modo che i data center non diventino un’esigenza tale da rendere la loro diffusione inevitabile.

«Gli americani non sanno come combattere l’intelligenza artificiale, così combattono i data center», ha scritto il mese scorso Vox, in un articolo che coglie il punto centrale della questione. La rivolta contro le infrastrutture centrali dell’intelligenza artificiale è prima di tutto il sintomo di una difficoltà politica. Oggi il cittadino comune non ha praticamente alcuna possibilità di incidere sulle scelte che riguardano l’intelligenza artificiale: non decide come verrà regolata né come saranno distribuiti i suoi guadagni di produttività, per non parlare delle tutele dei lavoratori del settore o i limiti saranno imposti alle Big Tech. L’unica leva concreta allora diventa quella urbanistica. E cioè opporsi al data center che sorgerà a due passi da casa. Così il dibattito pubblico finisce per concentrarsi sugli unici argomenti che possono entrare in una conferenza dei servizi o in un ricorso amministrativo. Ma le paure che alimentano quelle proteste riguardano spesso tutte quelle cose di cui a Linkiesta parliamo da mesi, cioè l’imminente perdita di posti di lavoro, una concentrazione di potere con pochi precedenti nella storia e il rapporto sempre più conflittuale tra democrazia e intelligenza artificiale.

Per questo le proteste di Lacchiarella e di Opera, come quelle del Texas, meritano di essere prese sul serio, ma anche lette per quello che sono. I data center sono l’infrastruttura materiale dell’intelligenza artificiale, simbolo di un nuovo equilibrio di potere economico e politico. Contestare la costruzione di uno di questi edifici può sicuramente cambiare il destino di un territorio. Ma resistere ai tempi oscuri del totalitarismo digitale richiede uno sforzo decisamente superiore: serverà costruire gli strumenti democratici per governare l’intelligenza artificiale, invece di limitarsi a rincorrerne le conseguenze.

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