Il dibattito sull’intelligenza artificiale generativa e sui grandi modelli di linguaggio non si declina al futuro, è già un argomento del presente. Grandi aziende del settore come OpenAI stanno trasformando nel profondo l’economia, la politica, la comunicazione, la quotidianità di ognuno di noi. Ma mentre la tecnologia avanza a ritmi vertiginosi, cresce anche il rischio che le persone diventino consumatori di un prodotto progettato non per servirle, ma solo per generare profitti.
«AI eats its users», l’intelligenza artificiale divora i suoi utilizzatori, scrivono gli esperti del think tank Eurasia Group nel report di inizio anno “Top Risks 2026”. Le nuove tecnologie non sono solo un’altra piattaforma da affiancare alle altre già entrate nelle nostre abitudini: catturano la nostra attenzione, plasmano i nostri comportamenti, e spesso lo fanno senza regole adeguate né consenso informato.
Il parallelo con i social network è inevitabile. Facebook, X, Instagram e gli altri social dimostrano come l’ottimizzazione dell’engagement possa degradare esperienze che inizialmente erano pensate per connettere persone. L’intelligenza artificiale si muove lungo una traiettoria simile, ma più rapidamente e su scala più ampia. «Con l’esigenza di generare fatturato, e senza vincoli, nel 2026 diverse aziende leader nel campo dell’intelligenza artificiale adotteranno modelli di business che minacciano la stabilità sociale e politica, seguendo il copione distruttivo dei social media, solo più velocemente e più in grande», si legge nel report.
La posta in gioco è enorme. Milioni di persone usano quotidianamente chatbot per scrivere email, correggere codici, imparare nuove competenze, persino esplorare aspetti intimi della propria vita o della propria psiche. Eppure, i modelli più avanzati continuano a commettere errori – quelli che erroneamente chiamiamo allucinazioni – mostrando capacità incredibili in alcuni compiti e totale inaffidabilità in altri.
I modelli di linguaggio già riescono a ragionare su problemi complessi, simulano il proprio processo decisionale e vengono integrati in flussi di lavoro di coding, ricerca e gestione della conoscenza. Nella biotecnologia e nello studio dei materiali, ad esempio, l’intelligenza artificiale apre nuove vie di ricerca e mostra potenzialità altrimenti inesplorabili. Ma applicazioni su vasta scala bisognerà aspettare ancora un po’. Il report “Top Risks 2026” riporta i dati del Census Bureau, secondo cui negli Stati Uniti solo il dieci per cento delle aziende private usa l’intelligenza artificiale per produrre beni e servizi. I benefici in termini di produttività sono già visibili in alcuni contesti, ma per vedere ritorni economici diffusi e significativi servirà tempo.
Eppure, i mercati stanno scommettendo su quella che sembra una rivoluzione annunciata più che un’evoluzione graduale. «La spesa cumulativa per l’intelligenza artificiale potrebbe superare i tremila miliardi di dollari entro il 2030 a livello globale», si legge ancora nel report. «Alcuni creatori di modelli di linguaggio si preparano a essere quotati in Borsa nel 2026 o 2027 e subiscono una pressione crescente per dimostrare di saper monetizzare e poter generare rendimenti da tutto questo capitale, soprattutto data l’intensificarsi della concorrenza da parte di alternative open source cinesi più economiche come DeepSeek, che offrono prestazioni non eccezionali ma accettabili a costi molto minori». Ma per giustificare gli attuali livelli di investimento, i ricavi derivanti dall’intelligenza artificiale dovranno crescere di molto. Senza adeguate cornici legislative e senza una serie di regole del gioco comunemente accettate, si corre il rischio di veder proliferare schemi di monetizzazione aggressivi basati sui dati degli utenti, pubblicità integrate nelle interazioni, contenuti erotici per tenere gli utenti agganciati, algoritmi che massimizzano l’engagement indipendentemente dai danni psicologici e sociali. Si tratta di modelli di business che potrebbero avere senso dal punto di vista finanziario, soprattutto nel breve termine. Ma che diventano corrosivi per la società e la democrazia. «Pensiamo a cose come partner AI addestrati sui dati personali, in particolare partner romantici o sessuali, che sono già in commercio, o pensiamo a bambini che diventano dipendenti dall’intelligenza artificiale e la usano per scopi inappropriati, come un aiuto per la salute mentale. Anche l’uso dell’IA per massimizzare l’engagement, ad esempio negli algoritmi di raccomandazione di app come TikTok, crea dipendenza e mina le capacità cognitive dei giovani», dice a Linkiesta Nick Reiners, Senior Analyst di Eurasia Group nella divisione Geo-technology.
Il problema evidenziato da Reiners è che l’intelligenza artificiale non si limita a catturare la nostra attenzione: modella pensieri, emozioni e comportamenti. Gli assistenti personali iperpersonalizzati diventano amici fidati, capaci di conoscere le nostre insicurezze meglio di chiunque altro. Ma se lo scopo principale di questi sistemi è mantenere l’utente coinvolto e ingaggiato anziché aiutarlo davvero, allora l’essere umano diventa il prodotto.
Le conseguenze di un approccio simile da parte delle Big Tech sono potenzialmente disastrose. L’intelligenza artificiale riduce la necessità di concentrazione prolungata e contribuisce a una diminuzione dell’impegno verso lettura approfondita, contenuti complessi e pensiero critico. Il risultato è un indebolimento diffuso delle capacità di alfabetizzazione, calcolo e pensiero critico nelle società occidentali. E sarebbe un’inversione di tendenza storica per l’Occidente, stravolgendo un trend positivo che prosegue da decenni.
«Perché la democrazia sopravviva a lungo avremo bisogno di regolamentazione, e avremo bisogno di aziende responsabili per l’utilizzo dei loro prodotti», dice ancora Reiners a Linkiesta. «Nel report evidenziamo i problemi strutturali insiti nel capitalismo della Silicon Valley che portano a questi risultati socialmente distruttivi. In particolare, la necessità per le aziende tecnologiche di dimostrare una crescita infinita agli investitori, sia per giustificare le valutazioni già altissime sia per spingerle ancora più in alto».
Con l’IA, dice Reiners, il problema è particolarmente evidente perché, prima di tutto, è una tecnologia importante per l’economia e la società globale. E, in secondo luogo, è necessario generare un ritorno sui miliardi investiti nell’infrastruttura dell’intelligenza artificiale. «Insomma, non possiamo salvare la democrazia fin quando non riformiamo i mercati tecnologici e non imponiamo regole democraticamente concordate sulle aziende tech, per garantire che la tecnologia avvantaggi la società, non solo gli azionisti», dice l’esperto di Eurasia Group.
Questo mix di aspettative enormi, pressione a monetizzare da parte delle aziende e assenza di regole rischia di imporre costi sociali altissimi prima ancora che benefici reali. Se l’umanità saprà stabilire regole chiare e governance responsabile, l’IA potrà davvero realizzare il suo potenziale rivoluzionario. Altrimenti, rischia di diventare una tecnologia che divora i suoi utenti, come Saturno con i figli, lasciando dietro di sé profitti enormi, disuguaglianze accentuate e un degrado sociale e cognitivo di lunga durata. Il 2026 sarà un anno di grande opportunità, ma anche un banco di prova. Per le aziende dell’intelligenza artificiale, e per tutto il mondo.