Rossobruno venezianoL’aria fritta di Buttafuoco, e la libertà d’espressione da garantire a chi la vieta

Il presidente della Biennale fa la solita ribollitura filosofica da liceale, e si dice vittima delle scelte politiche della Ue, senza rendersi conto (o facendo finta di non rendersi conto) che aver ospitato gli artisti vicini a Putin e non quelli che gli si oppongono è una scelta politica ben precisa

La protesta delle Pussy Riot contro la presenza della Russia alla Biennale di Venezia dello scorso maggio: per questo motivo la Commissione europea ha ritirato i propri finanziamenti alla prestigiosa istituzione culturale
La protesta delle Pussy Riot contro la presenza della Russia alla Biennale di Venezia dello scorso maggio / La Presse

Garantire la libertà di espressione a chi vieta la libertà di espressione. È la sintesi perfetta della ribollitura filosofica di aria fritta che il presidente della Biennale di Venezia ha offerto oggi alla stampa, presentando la 83ª Mostra del Cinema che si terrà dal 2 al 12 settembre. Pietrangelo Buttafuoco si è presentato come vittima di una scelta politica, senza rendersi conto – o fingendo di non rendersene conto – che aprire le porte della più prestigiosa istituzione culturale italiana agli artisti sponsorizzati dal regime di Putin, e tenerle sbarrate a chi quel regime perseguita, è esattamente questo: una scelta politica.

Come noto la Commissione europea, tramite l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura (Eacea), ha deciso di interrompere una sovvenzione di due milioni di euro alla Fondazione Biennale, dopo mesi di lettere e richieste di chiarimento rimaste senza risposta soddisfacente. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen l’aveva anticipato l’11 luglio: «La cultura in Europa, finanziata con il denaro dei contribuenti, dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici. Tali valori non vengono rispettati nella Russia odierna».

Il provvedimento arriva al termine di una vicenda che dura da mesi: la Biennale Arte 2026 ha riaperto il padiglione russo per la prima volta dopo l’invasione dell’Ucraina – nel 2022 furono gli stessi artisti russi a ritirarsi, nel 2024 lo spazio era passato alla Bolivia. Ventidue Paesi dell’Unione hanno firmato una lettera di condanna, il governo italiano – che pure ha nominato Buttafuoco – si è dichiarato contrario, le Pussy Riot sono arrivate a manifestare a seno nudo davanti al padiglione. Buttafuoco ha tenuto la linea, arrivando persino a scomodare, in marzo, la memoria della “Biennale del Dissenso” del 1977 – l’iniziativa di Carlo Ripa di Meana contro la repressione sovietica dei dissidenti – per giustificare la propria apertura al Cremlino di oggi: un cortocircuito storico che meriterebbe da solo un trattato di psicologia politica.

Oggi, davanti ai cronisti, il repertorio si è arricchito di una nuova perla di Buttafuoco: «Con Fedro si potrebbe dire lupus in fabula, il lupo si disseta al torrente e accusa l’agnello di sporcare l’acqua. La Commissione è il lupo che manda la prima lettera». Il paradosso non potrebbe essere più involontariamente rivelatore: nella favola di Fedro il lupo è il potente che inventa un pretesto per sopraffare l’innocente.

Buttafuoco assegna il ruolo del lupo a Bruxelles e quello dell’agnello alla Biennale – ma è proprio lui che, per due anni, ha spalancato le porte al vero lupo della vicenda, la Russia che ha invaso l’Ucraina, sacrificando sull’altare dell’“autonomia” gli agnelli reali: gli artisti ucraini, i dissidenti russi, chiunque paghi con la persecuzione il coraggio di dissentire dal Cremlino.

Uno di loro, Semyon Skrepetsky, presente alla manifestazione promossa da Europa Radicale e dagli artisti russi dissidenti a Venezia il 9 maggio scorso, giorno dell’inaugurazione della Biennale, è stato assassinato il 15 giugno 2026 a Biała Podlaska, in Polonia. Noto per le sue vignette satiriche contro Vladimir Putin, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco in un agguato. La polizia ha arrestato due cittadini bielorussi. Il premier polacco Donald Tusk ha parlato di omicidio politico. Credete che Buttafuoco abbia espresso una parola di stupore, di condoglianze, di qualsiasi cosa? Non risulta.

Ieri Buttafuoco ha annunciato battaglia: «Troveremo un giudice a Berlino» ha detto evocando, senza il minimo imbarazzo, il celebre aneddoto del mugnaio di Postdam, simbolo della giustizia indipendente che protegge il debole dall’arbitrio del sovrano. Un’immagine liberale, presa in prestito da chi passa la vita a considerare liberalismo e democrazia liberale un orpello da smontare.

A pronunciare queste parole infatti è l’uomo che nel 2004, per le Edizioni di Ar, ha firmato “L’Ora che viene, intorno a Evola e a Spengler” – non uno studio critico, ma un’opera scritta dentro la tradizione che ha fatto di Julius Evola uno dei suoi riferimenti. Tutta una vita all’estrema destra la sua dal Fronte della Gioventù al Msi a quel che è venuto dopo.

Quando La Stampa aveva scritto, alla sua nomina nell’ottobre 2023 per volontà del ministro Sangiuliano, citando un dirigente di FdI, che era stato «infranto un tetto di cristallo» Artnet aveva più prosaicamente notato che sul suo profilo WhatsApp campeggiava, all’epoca, il motto fascista “Me ne frego”. Non sorprende che quando si è convertito all’Islam, prendendo il nome di Giafar al-Siqilli, abbia scelto la tradizione più ortodossa, quella che con tanta grazia regna in Iran.

Rivolgendosi alla Commissione Europea ieri Buttafuoco ha declamato:
«Noi siamo chiamati qui alla ricerca a livello internazionale nel campo delle arti, ad obbedire ai loro desiderata. Verremmo altrimenti meno ai principi di autonomia e di libertà di espressione e di ricerca, di fantasia, di immaginazione che da 131 anni sono propri di questa istituzione».

Gratta la superficie delle parole e non troverai che questo: un rossobruno fra i tanti che oggi affollano il discorso pubblico italiano, un impostore morale compiaciuto della propria arroganza e dell’infimo ma lussuoso potere che i suoi camerateschi compagni di strada gli hanno elargito. 24È la moralità buttafuochiana: la libertà come diritto esclusivo di chi già ce l’ha, negata proprio a chi ne avrebbe più bisogno.

X