Il gioco delle tre carteTrump ha trovato un altro pretesto giuridico per imporre altri dazi

Dopo lo stop della Corte Suprema e la scadenza della misura temporanea adottata in primavera, la Casa Bianca individua una nuova giustificazione normativa per rilanciare la sua offensiva commerciale. Diversi osservatori prevedono un’altra stagione di contenziosi

AP/Lapresse

Donald Trump ha rilanciato la sua guerra commerciale con una nuova ondata di dazi che colpisce più di ottanta Paesi, tra cui l’Unione europea, il Regno Unito, il Canada, il Messico, l’India e la Cina. Da oggi sono entrati in vigore dazi compresi tra il dieci e il 12,5 per cento, destinate a sostituire il dazio globale del dieci per cento introdotto a febbraio come misura temporanea dopo che la Corte Suprema aveva bocciato la precedente architettura tariffaria costruita dalla Casa Bianca.

La novità non riguarda soltanto le aliquote, ma soprattutto il fondamento giuridico. Come spiega il New York Times, l’amministrazione ha deciso di ricorrere alla Section 301 del Trade Act del 1974, una norma che consente al presidente di imporre dazi nei confronti di Paesi accusati di pratiche commerciali sleali. In questo caso Washington sostiene che molti governi non abbiano introdotto o fatto rispettare divieti efficaci sull’importazione di beni prodotti con il lavoro forzato, creando una concorrenza sleale per le imprese americane che invece sono soggette a regole più stringenti. Per questo motivo i dazi vengono presentati come una misura contro il cosiddetto forced labor, e non come un semplice strumento protezionistico.

Il ricorso a questa legge arriva dopo una lunga serie di sconfitte giudiziarie. A febbraio la Corte Suprema aveva stabilito che Trump non poteva utilizzare i poteri di emergenza per imporre dazi generalizzati e aveva invalidato il suo principale impianto tariffario. La Casa Bianca aveva quindi ripiegato su un’altra disposizione del Trade Act, la Section 122, mai utilizzata in precedenza, che però consentiva di mantenere le tariffe per soli centcinquanta giorni. Con la scadenza di quel termine, l’amministrazione ha cercato una nuova strada per evitare che il sistema cadesse nuovamente.

Anche questa scelta, però, rischia di finire davanti ai tribunali. Diversi esperti citati dal New York Times sostengono che la Casa Bianca stia usando il tema del lavoro forzato come giustificazione per ripristinare dazi che in realtà rispondono alla visione economica di Trump. Peter Harrell, ex funzionario dell’amministrazione Biden e oggi studioso della Georgetown University, definisce l’indagine sul lavoro forzato «un pretesto» per imporre i dazi che il presidente desidera da tempo, mentre Alan Wolff, ex numero due dell’Organizzazione mondiale del commercio, ha fatto notare al Guardian che il Congresso non ha mai delegato al presidente un potere così ampio in materia tariffaria e che le nuove misure potrebbero essere nuovamente dichiarate illegittime.

Le proteste non arrivano solo dagli esperti. Australia, Brasile, Canada e Norvegia hanno contestato immediatamente i nuovi dazi, sostenendo che non vi siano le condizioni per giustificarli. Ottawa, in particolare, ha ricordato di avere già norme che vietano l’importazione di prodotti realizzati con il lavoro forzato e ha chiesto un approccio multilaterale invece di iniziative unilaterali americane.

Nonostante le contestazioni, la strategia della Casa Bianca non cambia. Trump continua a considerare i dazi lo strumento principale per riportare la produzione negli Stati Uniti, ridurre il deficit commerciale e proteggere l’industria nazionale. «Le basi giuridiche possono cambiare, ma la strategia commerciale no», ha sintetizzato davanti al Congresso il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer. Una linea che, secondo il New York Times, lascia intendere che l’amministrazione sia pronta a utilizzare qualunque strumento previsto dalla legislazione americana per mantenere in vita la propria politica protezionistica, anche a costo di affrontare nuove battaglie nei tribunali.

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