Buona e mala politicaSe finisce l’idea del voto al PD come “male minore”

Nel giorno di una Assemblea considerata “drammatica” per le sorti del PD, sia consentita una nota un po’ esterna alle componenti di quel “dramma” , ma che riguarda il ruolo di quel partito come s...

Nel giorno di una Assemblea considerata “drammatica” per le sorti del PD, sia consentita una nota un po’ esterna alle componenti di quel “dramma” , ma che riguarda il ruolo di quel partito come spina dorsale di un più vasto elettorato che appartiene non solo alla diaspora del marxismo novecentesco, ma anche ad altre componenti ideali del cosiddetto progressismo.

Negli ultimi anni non sono poche le persone di buon senso che hanno votato PD come “male minore”.

I più senza nemmeno sofisticare troppo sul gruppo dirigente, sul turn over (qualche volta imbarazzante) dei capi di governo, sulle rottamazioni, sui giovanilismi, sull’eccesso delle intemperanze.

Tra l’irriconoscibile destra italiana, alcuni professionisti dell’interstizio del centrismo postdemocristiano e l’allegra brigata dell’incompetenza in Parlamento, molti italiani non hanno più fatto l’analisi filologica dell’offerta del PD e l’ hanno sostenuta. Anche perché l’unica alternativa sarebbe stata l’ astensione; ma l’ astensione sarebbe stata al tempo stesso un ritiro dall’unico ultimo spunto costituzionale per dare un contributo al destino comune.

Per una certa componente di quell’elettorato, la resistenza (che , appunto, non significa rifiuto) al voto al PD veniva da lontano. Veniva dalla percezione della centralità delle nomenclature post-comunista e post-democristiana nella formazione di un blocco di centrosinistra destinato a occupare, nello spazio politico europeo, lo spazio che fu dei socialisti e dei socialdemocratici, a condizione che essi sparissero – o fossero fatti sparire – dalla scena. Veniva dalla ricostituzione, in ragione della necessità di fare coalizione, di una ennesima centralità del dibattito “a sinistra” tra i moderati del PD e gli eredi di una ideologia pesantemente sconfitta (il comunismo) per giustificare compromessi necessari a sottrarre il governo alle destre.

Veniva dal convincimento, che pur si è un po’ indebolito nel tempo, che i dibattiti veramente utili ad un paese come l’Italia sarebbero stati quelli promossi tra le componenti liberal-democratiche (in realtà marginalizzate nell’offerta politica) sostenitrici della cultura dell’impresa, della concorrenza, della società civile e dei diritti della persona e le componenti del riformismo socialista, attrezzate a difendere le ragioni della spesa sociale e della giustizia sociale nel quadro della lotta alla evasione fiscale e quindi della sostenibilità economica delle riforme. Storie che nascono con la formazione culturale del primo centrosinistra che fu deriso dai comunisti e dalla destra ma che diede all’Italia il maggior tentativo di modernità fatto negli anni della Repubblica.

Per un certo tipo di italiani progressisti lo spostamento a sinistra dell’asse del dibattito politico ha fatto perdere all’ Italia venti anni di sensatezza, di europeità, di competitività, marginalizzando (spesso con chiari intenti dei gruppi dirigenti del PD) la scomoda presenza di tutti i soggetti appartenenti alla cultura storica liberalsocialista.

Malgrado questa percezione, c’è stata una componente del voto al PD che ha sostenuto in varie occasioni elettorali la necessità del voto orientato al “male minore”. Argomento che anch’io ho adottato salvo quando, soprattutto nei contesti territoriali, ho sostenuto (e più di una volta anche partecipando ad organizzare) l’offerta politica del civismo progressista in qualche modo imparentato con la tradizione di posizioni legate al pragmatismo dei diritti e non all’ideologismo delle finte purezze. Nel quadro di un dialogo piuttosto frequente con questo PD, pur diverso dalle mie aspettative, ho imparato a conoscere anche tanti esponenti apprezzabili, tanti amministratori con la testa sulle spalle, tanti elettori davvero compresi in un moderno amor di patria. Lo dico per aver ascoltato, aver letto e qualche volta anche partecipato direttamente.

Fine della miopia

Ma quel che si è visto in questi ultimi tempi temo che sia la fine di ogni miopia. Sulla testa di tutte quelle brave persone, ha agito un ceto politico apparso (certo con qualche eccezione, in cui colloco ad esempio l’attuale capo del governo Paolo Gentiloni) globalmente irresponsabile se si parte dai parametri antichi ma sempre validi dell’interesse generale preposto a quello personale e di partito.

Un ceto politico che è parso più preoccupato dello spazio per proseguire il proprio personale cammino nel professionismo della politica che dei destini del paese e del confronto con il quadro internazionale. Largamente più capace di gestire, spesso con odio e insopportabilità interna, le diversità che risalgono ad antiche storie male appiccicate rispetto al bisogno di gestire le criticità sociali del nostro tempo. Compreso il rapporto con chi ancora allunga una mano verso la politica (ovvero verso le istituzioni) spesso percepito come elettore ma non come cittadino.

Alla nuova baldanza del progetto di rottamazione (che pure ha avuto qualche ragione) ha corrisposto la vecchia supponenza dei cosiddetti “migliori”, professionisti di una egemonia punita dalla storia ma rivendicata ancora molto spesso con gli stessi metodi di denigrazione che appartenevano agli anni più cupi (ma per loro più ruggenti) della storia della sinistra italiana ed europea.

La deriva di questo scontro ha condotto quel gruppo dirigente a non assicurare più la polizza del “male minore” chiunque emerga dal conflitto in atto.

E’ evidente che quello scontro lascia naturalmente pari amarezza in tanti dirigenti, rappresentanti, amministratori, militanti che hanno con fervore sostenuto dall’interno non la filosofia del “male minore” ma la filosofia della speranza da rigenerare. Una vecchia antinomia che la sinistra ha proposto in molti momenti della propria storia.

Ma i partiti costruiti sulle élites professionali conoscono, per l’appunto, questi catastrofici momenti di caduta. Quando cioè la cultura della speranza viene tradita non dalle urne ma dal proprio gruppo dirigente. Tutti gli analisti spiegano in questi giorni che dietro alla scissione c’è ora più una guerra di posti, nelle regole di formazione dei nuovi gruppi parlamentari, rispetto alla guerra di profonde diverse visioni della marcia necessaria per salvaguardare in Italia riforme e democrazia. Caso mai si spingono a dire che lo scontro è prima di tutto di “stile ” che di idee. Il che rende comprensibile buona parte dei contenuti dell’attuale dossier (tipo Michele Emiliano, presidente della Regione, che nella sua Bari viene estromesso dalla stanza del presidente del Consiglio in visita alla Fiera del Levante), ma non rende accettabile il rapporto muscolare tra soggetti incapaci di contenere il proprio egocentrismo.

Ho ascoltato quasi tutto il dibattito svoltosi in Direzione. Non sono il solo ad aver colto molto tatticismo e pochi interventi elevati.

In attesa degli esiti della Assemblea

Ora vedremo gli esiti dell’assemblea in corso. Ma è possibile che una parte dell’elettorato d’opinione entri nell’idea che il voto al PD non sia più esprimibile come “male minore” dato a prescindere da un giudizio serio e severo sulla qualità del suo gruppo dirigente.

Ciò aprirebbe per la verità un’altra stagione della politica italiana. Nel senso che si aprirebbero scenari imprevisti e finora congelati dall’architettura del baluardo (incolore, insapore, inodore) contro la destra populista e contro la demagogia grillina. Si rimobilita, per esempio, una offerta politica che potrebbe dimostrare che l’unica preoccupazione democratica non è rappresentata solo dal rapporto tra le tante schegge della decomposizione del comunismo (che ha spinto Giuliano Pisapia a gettare ponti tra rivalità e risse delle varie componenti della cosiddetta sinistra). Oggi tutto ciò potrebbe anche tornare a dare voce al racconto di una più grande dinamica italiana, dal risorgimento a oggi, che riguarda la storia di un riformismo interrotto, in realtà incompatibile con la demagogia e capace di esprimersi – malgrado tante dicerie e generalizzazioni – in condizioni di servizio etico al paese e alla società italiana.

Naturalmente lo spostamento del cantiere circa l’attualità del “male minore” – oggi espressione di molte analisi sul rapporto tra Stati e terrorismo (si pensi per esempio alla Siria di Assad) – sdrammatizza l’accezione attorno ai nodi delle opzioni dentro contesti democratici, così da rendere più semplice e quindi meno importante l’uso di questa espressione per casi in cui la stessa parola “male” pare un po’ stressata.

Ma, in fondo, anche questa laicizzazione del linguaggio è parte del cambiamento elettorale che si rende possibile. E rende possibile e coesistente anche – non va negata questa ipotesi – un’altra prospettiva sensata nell’interesse della democrazia italiana. Cioè quella di un rialzo di qualità civile nel dibattito interno del PD, nella sua idea di relazionalità con il pluralismo della voci della politica, nella sua rigenerazione prima di tutto culturale attorno alla vocazione riformistica. Così da fare di una apparente difficoltà – la riduzione del “male minore” come elemento di forza – un elemento di forza.

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