Non aprite quelle porteOfelia a Marrakech – un racconto a puntate (20)

Vienna Prater

Questa è la storia di un viaggio; la puoi leggere su questo blog a puntate oppure, se preferisci, la puoi leggere per intero qui.

Ofelia a Marrakech – ventesima (e ultima) puntata (continua da qui)

«Ho una proposta per te» mi dice Nick a cena.

Siamo finiti in una trattoria poco lontana dall’hotel, che ha ancora una sala fumatori e un nutrito gruppo di avventori che beve e gioca a carte.

«Spara» rispondo prima di addentare la Wiener Schnitzel, che sembra ottima e che così si conferma poco dopo.

«In questi giorni ho riflettuto a lungo sul mio progetto. Ho fatto tante foto, ma stento a trovare un filo conduttore. C’è qualcosa che non mi convince, forse è troppo asettico. Per cui oggi pomeriggio, mentre riguardavo la foto di una statua di Schönbrunn, mi è venuta un’illuminazione ed è qui che entri in gioco tu».

«Io?»

«Sì, tu. Hai un passato come Ofelia a Marrakech, intendo proprio l’opera di Gaetano, quindi possiamo dire che sei già del mestiere».

Rimango zitta perché non capisco e anche perché quell’accenno a Ofelia mi si è conficcato nella carne come uno spillo.

«Vorrei sovrapporre alle statue una figura umana, una sorta di fusione, con dei piani diversi, trasparenze diverse. Non è ben chiaro ancora nemmeno a me, ma non c’è niente come provare per capire se è una gran cazzata oppure no. E per farlo ovviamente mi serve una figura umana».

Mi guarda con un sorriso da parte a parte. Credo sappia che mi sta chiedendo molto. È vero che ho acconsentito a farmi fotografare, ma un conto è fare la turista, un altro è posare apposta. Però – forse per merito della pioggia che mi fa stare bene e dei dieci e passa gradi in meno che ci sono rispetto allo zoo, venti gradi in meno rispetto a Budapest – mi viene voglia di provare, di regalare una nuova vita a Ofelia, di ripescarla dal Danubio dove si è inabissata per darle una nuova forma, di tirar fuori qualcosa di buono dalla merda. Un’Ofelia consapevole, un’Ofelia leggera nella sua intensità, un’Ofelia che si sa fondere con lo sfondo per trarne arricchimento e non per nascondersi.

Non sarà facile. Mettersi in posa non è una cosa che si impara da un giorno con l’altro. Bisogna essere predisposti, anche. Avere confidenza in se stessi e nella macchina fotografica. Sapersi adattare. Ma almeno questo lo so fare. Dopo anni a fondermi con lo sfondo per non irritare Sami, posso dire di avere una certa esperienza in proposito: sono stata sedile, muro, lenzuolo, prato e cielo. Sono stata ogni cosa possibile; per paura, certo, ma adesso sono una persona diversa, o quasi, e posso sfruttare il mio passato per rendere più produttivo il mio presente. Se c’è una cosa che ho capito, è che cancellarlo non si può, o per lo meno io non ne sono capace, e allora tanto vale farne buon uso. È l’ultimo passo che mi manca: trasformare la mia capacità di mimetizzarmi in qualcosa di buono, per non associarla più solo alla fuga.

«Va bene, ci sto. Ofelia risale la corrente e risorge dal Danubio e dalle sue ceneri come una perfetta fenice. Mi piace».

«Ottimo. Ho anche un’idea per il posto. Cosa ne dici di Praga?»

«Praga?»

«Sì, mi sembra la città ideale. Ti confesso una cosa: da vero fan degli INXS, da ragazzino sognavo di replicare il video di Never Tear Us Part, quello con Michael Hutchence nei pressi del Ponte Carlo. A parte questa mia fissazione, Praga è un mix perfetto di vecchio e nuovo e secondo me ci lascia un ampio spazio di manovra».

La voce di Nick è carica di entusiasmo e all’improvviso mi sento entusiasta anche io. Sì, voglio andare a Praga, voglio rimettermi in gioco, voglio essere parte di una nuova avventura. Quante volte ho rinunciato a qualcosa perché mi sentivo in difetto o non mi sentivo pronta; adesso non lo voglio più fare. Non voglio aver paura di provare, voglio poter dire che ci ho provato, indipendentemente dal risultato.

«Cerco un albergo?» chiedo a Nick prendendo il cellulare.

«Grazie» mi risponde lui. «Grazie davvero».

No, grazie a te, Dominick Yacine, penso. Grazie per avermi proposto questo viaggio senza conoscermi, grazie per essere piombato nella mia vita con garbo mentre cercavo di riappropriarmi di me stessa.

Rientriamo sotto una pioggia leggera, che ci accompagna senza infastidire.

Non è da tutti saperlo fare.

Vienna, sabato 11 agosto 2018

Quando mi sveglio non piove più. Apro la finestra e respiro a pieni polmoni l’aria del mattino. Mi sento piena di energia, quasi euforica. Non mi illudo di aver superato tutti i miei problemi, quello no, ma so che a poco a poco li sto risolvendo, che mi sto impegnando davvero nel voltare pagina. Il mio libro è pieno di cadute e di sicuro ce ne saranno altre, ma il mio cuore e la mia testa sono pronti ad affrontarle. Mi sono perdonata, insomma, e questa al momento è per me la cosa più importante.

È il nostro ultimo giorno a Vienna e lo passiamo macinando chilometri, a piedi, in tram, in metropolitana. Compriamo dei mini-fumetti in un distributore automatico vicino al Leopold Museum, attraversiamo la Hofburg pensando alla Sissi di Romy Schneider, torniamo bambini sulla ruota panoramica del Prater, pranziamo con una frittellona che crediamo dolce ma in realtà è all’aglio, recuperiamo con una fetta di Sacher nel cortile interno del KunstHausWien, che, per inciso, con le sue forme e i suoi colori è uno degli edifici che preferisco in assoluto. Mi lascio fotografare ovunque, per prendere confidenza con quello che succederà a Praga. Esco a volte bene, a volte male, a volte malissimo, come è normale che sia, e piano piano comincio a rilassarmi. Ci fermiamo anche a comprare dei vestiti che rispondano all’idea che Nick ha della figura umana nel suo progetto. Ripesco la capacità di Ofelia di fondersi con lo sfondo, divento appendiabiti, muro, ponte. Il gesto è lo stesso che ho sempre fatto, ma il modo no. Mi adatto ma non mi anniento, mi mimetizzo ma non mi cancello. Esisto. Non mi nascondo. Do qualcosa allo sfondo invece di lasciare che lo sfondo tolga qualcosa a me.

Ceniamo, esausti, in un ristorante all’aperto dentro lo Stadtpark. Le lucine tutte intorno mi fanno pensare a quanto è bello poter brillare nel buio e sento il cuore colmo di gratitudine verso questo viaggio di riscoperta.

Mentre rientriamo a piedi, Nick mi prende la mano e io non mi sottraggo. Continuiamo a camminare così, in silenzio, con le dita intrecciate, verso l’hotel, verso quello che verrà, verso Praga, verso il nostro progetto, verso l’ignoto.

Un ignoto che non vedo l’ora di scoprire.

FINE

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