Anelli di fumo“Io sono Giorgia”: l’autobiografia di “un semplice soldato” della politica

Il libro di Meloni presenta zero dubbi e mille contraddizioni. Descrive un mondo manicheo dove ogni problema complesso ha una soluzione semplice. E segna il passaggio dal nazionalismo sovranista anti-UE all'europeismo confederale.

Giorgia Meloni il 19 luglio del 1992 ha 15 anni e mezzo. Appresa la notizia dell’uccisione di Paolo Borsellino, esce di casa, alla Garbatella, e va alla sede del Movimento Sociale Italiano di via della Scrofa a chiedere dove potersi iscrivere al Fronte della Gioventù vicino casa. Troverà la sua sezione in via Guendalina Borghese 8. Sarà la sua entrata nel mondo degli adulti. Un’entrata disperata e di speranza, anti-elitaria, popolana e popolare, di chi è sicura che la mafia è dentro le istituzioni e non già fenomeno di popolo e di cultura.

Recensire un libro di Giorgia Meloni non è semplice. Se lo fai, ci sarà una parte della società (stolta e non piccola) che ti accuserà di “intelligenza col nemico”. È la stessa parte di società che si vanta, se gestisce una libreria, di non ordinare e non vendere l’autobiografia Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee (Rizzoli, 2021, pp. 324, €18) come se la censura preventiva contro i libri fosse una cosa intelligente, democratica, di sinistra e non una melma che ci arriva dritta dritta dall’ Index Librorum della Chiesa cattolica e dal regime nazista.

Un’autobiografia fin troppo sincera

Quindi il libro l’ho letto con grande attenzione. Le pagine sono scritte con uno stile pulito e chiaro, elementare e non colto. Di propaganda ce n’è poca, ma non è nemmeno un manifesto potente o persuasivo che resisterà al tempo. Si racconta come Meloni abbia rifondato un partito di Destra dopo la non soddisfacente (?) esperienza del PDL, ma soprattutto si narra chi è Giorgia Meloni. Se dovessi fare un tweet: il genere è l’autobiografia, ma è tuttavia un libro molto sincero, a tratti ingenuo, molto più personale che politico.

Un cristianesimo folkloristico e primordiale

La sincerità è spesso un pregio; in un libro scritto da una donna politica di questo livello può essere però controproducente o inopportuna. Come quando Meloni ci rivela di credere tanto nell’oroscopo, citando il suo segno zodiacale del Capricorno più di una volta. O quando ammette che il suo famoso dirsi “cristiana” comprende una credenza profonda negli angeli custodi e nell’angelologia. Quello di Giorgia ha anche un nome che lei le ha trovato, non ci dice dove: Harael (213-4).

È dunque un cristianesimo folkloristico e primordiale, di quelli davvero molto diffusi presso le generazioni over 65 e nei paesini di provincia. Un cristianesimo che vive di credenze da strada, che crede in padreppio. Immagina, l’autrice, che la laicità dello Stato sia alla base della religione cristiana (225): con buona pace della teocrazia papalina che ha governato mezza Italia e ha impedito l’unità dell’altra mezza dalla falsa Donazione di Costantino al 1870. Un cristianesimo che ignora che la Bibbia ha un Antico Testamento assai più prescrittivo per i credenti di quanto lo sia il Corano.

Ora: non si chiede a Meloni di essere una teologa. Però di approfondire meglio sui contenuti della Bibbia e del Corano magari sì, se proprio ne vuole parlare. La sua cifra è trattare ogni argomento con la stessa lineare sicumera e semplicità, spesso fuori bersaglio. Ne viene fuori una visione semplificata e manichea della realtà, della società, e della politica che non si applica solo al versante religioso.

Una radice popolana e matriarcale

Una parziale giustificazione di questo atteggiamento è nelle sue origini. Meloni, a differenza di molti altri leader politici odierni, è una donna che viene da strati bassi, con tutto ciò che di positivo e di negativo questo comporta: una famiglia di radici modeste, cui viene a mancare quasi da subito il supporto del padre. Un uomo che si fa gli affari suoi dopo aver messo al mondo due figlie e lascia la compagna a vedersela da sola, trasferendosi in un isolotto minore delle Canarie. Manderà cartoline. Arriverà il giorno in cui lei smetterà di perdonarlo.

La sua radice, dunque, è insieme popolana e matriarcale. Frequenta scuole pubbliche, si diploma (con 60/60, minacciando un ricorso al TAR contro una commissione di insopportabili insegnanti prevaricatori e di sinistra) all’Istituto professionale con indirizzo turistico Vespucci, l’unico istituto statale di Roma che negli anni 90 offriva una maturità linguistica. Non si iscrive alla prestigiosa Scuola per traduttori e interpreti perché “Era a Trieste, aveva l’obbligo di frequenza e costava anche parecchio. E io, che già lavoravo per mantenermi e dare anche una mano a mia madre, dovetti rinunciare” (274). In questa radice popolana e piccolo-borghese, che impone un grave stop alla propria formazione e una chiusura degli orizzonti personali e professionali, c’è uno stesso sentire e una intesa nei confronti degli strati popolari che altri leader, anche carismatici, non hanno. Nel bene e nel male.

Forma mentis da clan

Nel libro Meloni tradisce una forma mentis da clan. Per usare il suo vocabolario tolkeniano da “Compagnia dell’Anello”: ogni uomo incontrato nel FdG è descritto con nome, cognome, immancabile soprannome, e attuale posizione ai vertici di Fratelli d’Italia. L’autrice ha un profluvio di complimenti per ciascuno di questi camerati (si potrà ancora usare questo termine per gli iscritti del FdG? Lei però non lo usa, nel libro). Un fatto: sono tutti uomini, non c’è nemmeno una donna. E manca qualunque riflessione sulla militanza genuina degli altri partiti: nessuna curiosità.

Giorgia: mamma poliglotta ma non cosmopolita

Chi è allora Giorgia Meloni? A giudicare dalla bella e profonda dedica in postfazione, direi che è anzitutto una brava madre. Una donna a cui la maternità ha cambiato le priorità. La Meloni pubblica è una parlamentare di Destra di lunghissimo corso, nonostante i soli 44 anni: è nelle istituzioni (locali e poi nazionali) da quando ne aveva 21. È una donna relativamente preparata, che parla 4 lingue straniere: dunque una vera poliglotta, e in questo c’è una chiave interpretativa importante, di apertura e curiosità verso le altre culture (246 e 274-6), che il libro non sfrutta a sufficienza: è un’occasione persa.

Ripudia l’accusa di razzismo e di xenofobia (243), ma non spiega attraverso quali scelte politiche (maggiori fondi alla cooperazione internazionale? Una nuova guerra neo-coloniale in Libia, per respingere le mire turche?) si possono evitare le ondate migratorie dall’Africa in Italia.

Le pagine in cui spiega e giustifica le sue politiche sulla migrazione (dal blocco navale all’accoglienza dei profughi) difettano di senso della realtà: se, con Meloni premier, una nave della nostra marina militare dovesse mai sparare su un barcone di clandestini, dovrebbe poi salvarli dal mare e portarli in Italia, mentre il governo sarebbe investito da un’ondata di reazioni internazionali di difficile gestione. Tutto ciò renderebbe impossibile dare l’ordine di sparare una seconda volta. Meloni non sembra realizzare di vivere dentro un contesto internazionale di questo tipo e ciò lascia davvero interdetti.

Letture non settoriali, ma scolastiche

Meloni è una donna di qualche lettura e sono letture non settoriali: legge Gramsci, Brecht, cita De André, Gaber. Sono però letture canoniche, con la valida eccezione di politologi come Roger Scruton o Céline o Tolkien. La leader della Destra, quando cita, va su Dante, Mazzini, Leopardi, Beccaria, Machiavelli, Mameli, Hugo, Rimbaud, Baudelaire, D’Annunzio, De Amicis: il dominante scolastico. I contemporanei si fermano a Stephen King (L’ombra dello scorpione), Renato Crotti (In attesa di un pullman) e Taleb (Il cigno nero). Nella musica Battiato, Renato Zero, Guccini, Michael Jackson, i CCCP: cantautori del Novecento e non di nicchia, quando ci arriva lei.

Non sembrano però letture approfondite, né sempre comprese: Meloni esalta il Risorgimento e i suoi giovanissimi eroi, ma li cita solo attraverso il bellissimo intervento tv di Roberto Benigni al Festival di Sanremo del 2011. E dimentica di come tutti o quasi quei patrioti (qui è forse l’unico punto in cui il termine non è usato a sproposito nel libro) fossero anche massoni, anticlericali, deisti e anticattolici. Esalta il pensiero italiano, la cultura italiana di ogni tempo, ma dimentica giganti come Giordano Bruno, Campanella, Galileo o Vico che combatterono contro l’oscurantismo della Chiesa.

Dal sovranismo anti-UE al confederalismo europeista

Nel famoso comizio di San Giovanni del 2019, che dà il titolo al volume, Meloni si è urlata alla piazza: “Sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana, sono italiana”. A pagina 205 aggiunge però un assai significativo “sono europea” a quelle che lei stessa chiama “le mie identità plurime” (205). Va davvero sottolineata tre volte questa virata dal sovranismo nazionalista anti-UE, rivendicato e ostentato financo in queste pagine, a una forma di europeismo confederale senza però citare Gioberti. Un europeismo che osanna le politiche di leader nazionalisti come l’ungherese Viktor Orban, legato a triplo filo alla Destra italiana anche da una canzone di Pierfrancesco Pingitore, il fondatore del Bagaglino, intitolata Avanti ragazzi di Buda, scritta in memoria della rivolta ungherese del 1956.

È molto di più di quella “Europa delle nazioni” di cui il MSI parlava nei suoi congressi. Si avvicina forse al concetto di “Europa nazione” proposto dal Centro Studi Ordine Nuovo di rautiana memoria.

L’europeismo confederale di Meloni comprende infatti la Russia: in chiave anti-Cina, ma non tanto in chiave anti-USA. Quindi non è quella “Terza Posizione” di Fiore. È un atlantismo occidentalista con idee confuse sul capitalismo (ora difeso nella libertà d’impresa, ora condannato nella libertà di licenziamento o di delocalizzazione), che però stigmatizza sia l’imperialismo americano che il neo-colonialismo europeo, ma non quello italiano… Quando dicevo le contraddizioni.

Le mille contraddizioni di New York

Nei confronti degli USA il giudizio di Meloni è poliedrico, cangiante e contraddittorio come un caleidoscopio: ha in orrore tutto ciò che sa di “progressismo”, a cominciare da Hillary Clinton, che presenta con toni propagandistici e faziosi, per finire con Obama o Biden, dei quali stigmatizza l’interventismo sul piano internazionale, per poi però elogiare la vittoria contro l’Islam integralista in “Siria e Iraq” (318).

Ancora: esalta Trump e la sua politica isolazionista e del non-intervento, ma condanna allo stesso tempo l’inerzia contro l’imperialismo cinese in Africa. E chi dovrebbe frenare la Cina in Africa, allora? Meloni ama alla follia il concetto di “muro” trumpiano, che viene quasi poeticamente traslato nel principio di oikophilia (l’amore per la propria casa, fatta di mura, appunto, 198). Ci sono, all’inizio, due pagine (94-5) di descrizione del suo primo piccolo appartamento che descrivono un maniacale bisogno di ordine: “nel cassetto delle posate i coltelli alternati lama/manico, in modo che rimanessero perfettamente dritti. Sì, lo so, non è normale” (95).

Una nazionalista che conosce poco il fascismo

La leader di FLI non è, a mio giudizio, una “fascista” e nemmeno una “neofascista” dal momento che queste etichette le respinge lei stessa. Non si definisce però “antifascista” e non credo si ritenga equidistante sul tema. Questo perché non ha, per me, del fascismo la necessaria e approfondita conoscenza storica. Meloni infatti è nazionalista, sovranista e statalista, ma non statolatrica.

Sullo Stato ha letto Hegel e Marx (forse anche Sorel?) e non li condivide. Rispetta la legge, ma non tutte le leggi sono da rispettare a prescindere. Fosse vissuta sotto Mussolini, si sarebbe ribellata alla legge che imponeva di chiedere il nulla osta del prefetto per spostarsi da Roma: avrebbe viaggiato lo stesso, io credo, ma forse da clandestina, non volendosi piegare a una legge così liberticida. Quindi mi sono fatto l’idea, magari sbagliata, che sotto Mussolini, Meloni sarebbe diventata antifascista.

Si autodefinisce una patriota italiana nazionalista. Ma rimane inesplorato come si possa mettere insieme il nazionalismo e il confederalismo europeista. Rimane inspiegato come si possa credere in uno Stato forte e al contempo opporsi a un obbligo vaccinale durante una pandemia, anche se questa è posizione degli ultimi giorni, cambiata rispetto al 2018. Qui, la coerenza, non c’è.

Idee manichee e frutto di esperienze personali

Meloni illustra in modo nitido di avere idee precise, fra le quali lo spazio del dubbio è pressoché assente. In questo si sente che le sono mancati studi di filosofia. Sono idee tagliate con l’accetta e frutto delle sue esperienze personali. Ecco perché sostengo che le sue letture non sembrano esserle servite ad ampliare gli orizzonti, a coltivare il dubbio, a immedesimarsi in ciò che non si è esperito di prima mano. In questi suoi primi 44 anni non ha incontrato, per dire, persone in transizione fra i generi, e di conseguenza è convita che i generi siano solo due: o sei maschio, o sei femmina (135). E se la realtà ti mostra che le cose stanno diversamente, tanto peggio per la realtà, parafrasando Hegel. L’onorevole è convinta che problemi complessi abbiano soluzioni semplici. Non perseguite per via di qualche interesse esterno, anti-italiano.

Linguaggio militaresco e valori politici da Campo Hobbit

Mi ha molto colpito il fatto che usi più volte un linguaggio militaresco per descriversi: si individua, più volte, come “un semplice soldato” della politica, ovviamente al maschile, e vien da chiedersi quanto ci sia di Franco Freda o Ninni Raimondi, in questa peculiare definizione. Meloni crede che uno Stato sia grosso modo come un manipolo di soldati, guidati da un “capitano”, che sarebbe il premier. Le doti richieste a questo capitano? Tre su tutte: il “coraggio”. La “coerenza”. Il “patriottismo”. Sulla centralità del coraggio Meloni non scherza: “L’educazione al coraggio è qualcosa di cui i giovani, oggi, sono decisamente privati. Per come la vedo io, dovrebbe essere materia scolastica. E, se lo fosse, il libro di testo che userei per il corso è Le porte di fuoco, di Steven Pressfield.” (44)

Meloni non realizza che uno statista del XXI secolo che non modificasse nulla delle sue idee rispetto al XX secolo, più che essere “coerente” sarebbe inadatto a interpretare il presente e il futuro, questo perché non tutte le soluzioni si possono trovare nel passato o nella tradizione. Questo capitano-Sigfrido deve difendere “il popolo” che non è il corpo elettorale, dai “banchieri”, “dalla Cina”, “dalla Sinistra”, “dalla globalizzazione”, “dallo sfruttamento”. Ora io non faccio politica in Parlamento, ma non credo che siano questi i termini corretti per descrivere il profilo di un buon capo di governo. Certo non lo sono in politologia.

Il rapporto con gli altri politici

Meloni rivendica il successo politico della festadi Atreju, dove sono passati tutti i politici tranne Matteo Renzi, invitato tre volte e mai andato (76). È descritto un rapporto obtorto collo con Berlusconi, cui l’autrice si sente distinta e distante, e non solo per l’età, ma anche per la differenza di valori e di visione. C’è un grande buco nero e un punto interrogativo su Gianfranco Fini, come anche verso Mario Draghi, anche se qui l’interrogativo è di diverso tipo, ed esprime una potenzialità che per Fini ha invece il sapore del rammarico. C’è un rapporto di competizione e distinzione con Matteo Salvini. E c’è una discreta apologia di Giorgio Almirante, accompagnata però dalla condanna della pena di morte, nell’ottica del ritenere la vita umana sacra, sempre.

Un libro ricco di contraddizioni, ma da leggere

Nonostante tutte queste ricche contraddizioni, il libro non è affatto da buttare. È utile a capire meglio chi sia questa donna che ha bruciato le tappe di tutto nella sua vita: prima donna a guidare un movimento politico giovanile di destra, più giovane eletta in un consiglio Provinciale a 21 anni, più giovane donna parlamentare, più giovane e prima donna vice-presidente della Camera, più giovane ministra della Repubblica, più giovane segretaria di un partito di rilievo nazionale, unica donna a guida di un partito politico europeo e italiano. Tanto di cappello, anche se la figura di Gianfranco Fini avrebbe meritato un trattamento non sbrigativo. Non dico gratitudine, ma almeno non quella acredine che si percepisce tra le righe, frutto di discordia e incomprensione.

Le analisi condivisibili: il M5S come partito populista poltronista

Ci sono anche brani di analisi politica che ho condiviso con gusto: su tutti, la condanna senza appello verso il M5S e i suoi leader: Giuseppe Conte, Luigi di Maio, Roberto Fico (182). A Virginia Raggi sono dedicate righe di disprezzo culturale altrettanto condivisibile per la chiusura della storica sezione MSI di Colle Oppio. Giusta la lettura che Meloni dà del M5S come partito populista, di gente priva di cultura politica, improvvisata e diventata subito poltronista, anche se l’autrice sostiene che non siano stati sovranisti, ma di sinistra, e qui si sbaglia. Convince anche la critica verso il PD come partito dell’establishment in crisi d’identità, andato a rimorchio del partito populista. E convince gran parte dell’ultimo capitolo, dove, prendendo spunto da Gramsci, presenta alcune idee su come affrontare la Questione meridionale con una politica di investimenti in grandi opere pubbliche.

Quell’eccesso di fiducia in un popolo non responsabile

In definitiva, il tratto distintivo di Meloni è di avere una enorme fiducia in quel popolo che i filosofi liberali, alla Stuart Mill, invece disprezzavano, invocando un voto non per testa ma per titolo di studio: “La sfida dell’Italia è proprio questa”, scrive, “riuscire a risolvere la sua grande contraddizione, avendo una classe dirigente, uno Stato che siano all’altezza del popolo italiano e del forte sentimento di unità che gli italiani hanno più volte dimostrato” (269-70). Come se lo Stato non sia fatto dal popolo italiano. Come se il popolo non eleggesse la sua classe dirigente. Come se ogni popolo non avesse – sempre – i governanti che si merita.

A fermare il vento con le mani, controcorrente. Ma come Frodo.

È la guerra di Giorgia alle élites, al capitale, all’America di Biden, alla sinistra, all’establishment, al “mainstream” che cita non so quante volte, all’Europa di Mario Draghi, alla globalizzazione, all’immigrazione, alla cultura delle differenze, al diritto della donna di decidere se abortire e quando, alla possibilità di un single di poter adottare. Con l’appoggio del 20% degli italiani, con l’elmetto del soldato semplice in testa, a fermare il vento con le mani, in un gesto marinettiano. Non ci riuscirà, ma la direzione è quella, “controcorrente” (327), ma al modo di Frodo e non di Matteo Renzi.

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