Notes da (ri)vedereCosto del lavoro, aumenta la “Big Resignation”

Il mondo del lavoro subisce un cambiamento a seguito della pandemia del Covid-19. Non possiamo dimenticare la rivoluzione economica dovuta al nuovo paradigma del XXI secolo. È uno scenario che in molti hanno definito “Great Resignation”, ovvero “Grandi Dimissioni” prevenienti soprattutto dai giovani under 30, appartenenti alla Generazione Z, senza tralasciare gli occupati nei settori ad alto tasso di stress. Vogliono cambiare e decidono di voltare pagina, riconciliandosi con i propri affetti e le proprie passioni. Un fenomeno dilagante anche in Italia dove, secondo i dati più recenti del Ministero del Lavoro, le dimissioni sono aumentate del 23,2% da aprile a novembre 2021. Con Antonio Panìco, founder di Business Coaching Italia, vogliamo comprendere questa nuova situazione, al fine di conoscere le possibili conseguenze in termini economici.

Qual è il motivo principale delle dimissioni dei giovani, fenomeno in costante aumento in questo periodo storico?

«La causa principale è legata al costo del lavoro poiché in Italia è molto alto. Il dipendente costa all’azienda il doppio dello stipendio netto che riceve mensilmente, quindi guadagna poco e l’impresa spende tanto. Se a questa condizione economica, spesso non soddisfacente, aggiungiamo un ambiente di lavoro male organizzato, poco formativo e sfidante, in cui non c’è una leadership costruttiva e non si vede la possibilità di carriera oppure di ottenere un miglioramento delle proprie competenze, generando malcontento e stress, il giovane preferisce lasciare la certezza del posto fisso per l’incertezza della libera professione. Sempre per la ragione del costo del lavoro eccessivamente alto, tra l’altro, a un giovane conviene di più aprire la partita iva: con i regimi fiscali forfettari agevolati del 5-15% risulta più remunerativa a fine anno della busta paga tradizionale».

Come intervenire su questa situazione occupazionale?

«La situazione deve cambiare. L’Italia è un paese che con queste dinamiche non incentiva la produttività. Le persone preferiscono fatturare un tot e poi fermarsi, per evitare di pagare troppe tasse all’anno. Sarebbe auspicabile una “tassazione al contrario”, in cui più fatturi meno ti faccio pagare in percentuale di tasse (che poi in termini di volumi sarebbe comunque di più di chi fattura poco). Se un giovane, dopo aver studiato, finisce in un’azienda in cui il capo non è in grado di stimolarlo e farlo crescere, inevitabilmente farà il raffronto con il libero professionista che spesso guadagna bene, magari con il business online; per questo sarà incentivato a lasciare il lavoro di dipendente per cercare la sua strada. Le aziende devono fare lobby per ridurre il costo del lavoro e al contempo i manager devono essere persone competenti, in grado di formare e offrire possibilità di crescita in azienda, altrimenti gli stimoli a vestire la maglia della squadra vengono meno».

È fondamentale coinvolgere i dipendenti nel lavoro di un’impresa. Forse è necessario un nuovo approccio verso i lavoratori della nuova generazione?

«È necessario considerare lo smart working come una modalità di lavoro destinata a restare. I giovani, dopo quasi due anni di DAD, di impiego massivo delle tecnologie per lavorare a distanza, faticano a comprendere la necessità di lavorare per forza 8 – 9 ore in azienda, quando possono fare la stessa cosa in un qualsiasi altro ambiente, bene e forse meglio. La pandemia ha ridisegnato la percezione del lavoro, come tradizionalmente intesa, ecco che quindi, oltre a offrire un ambiente stimolante e di crescita, le aziende dovrebbero investire sulla flessibilità lavorativa. È necessario poi ripensare in maniera istituzionale il mondo del lavoro. Non limitando i privilegi delle partite iva, che già di per sé limitano la produttività come detto precedentemente, ma agevolando ad esempio il datore di lavoro che intende premiare in busta paga il dipendente valoroso per incentivarlo a restare, con una riduzione concreta del costo del lavoro. Il dipendente di valore, a mio avviso, deve essere visto come una risorsa preziosa, quasi più importante di un cliente. Trovare un buon dipendente è cosa rara oggi, più che conquistare un nuovo cliente. Altro aspetto da rivedere è rendere più semplice l’allontanamento del personale poco produttivo o addirittura lesivo degli interessi dell’azienda. Oggi, troppi datori si vedono costretti a pagare due stipendi al posto di uno perché molti cavilli ostacolano il licenziamento, a svantaggio del lavoratore valido che così non vede aumentare il proprio stipendio. Gli imprenditori devono unirsi e rivolgersi alla politica con richieste concrete in questo senso. In questo modo i dipendenti meritevoli potranno essere adeguatamente remunerati per il proprio impegno e, lavorando in un ambiente stimolante e guidati da un leader competente, non avranno alcuna esigenza di cambiare impiego, portando stimoli importanti alla crescita delle aziende, ai consumi e al gettito fiscale».

Francesco Fravolini

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