29 Gennaio Gen 2016 1155 29 gennaio 2016

Volano gli stracci nell'antimafia

La gestione dei beni confiscati alle mafie mette tutti contro tutti nel mondo dell'antimafia. Libera nel mirino per i rapporti con le cooperative dai fatturati milionari.

Vendita Bene Mafia
ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images

Volano gli stracci nella grande casa dell’italica antimafia. Prima o poi doveva succedere, questione di tempo e di rodaggio di meccanismi e trust più o meno economici del settore. Perché oggi l’antimafia è anche un settore economico. La guerra è stata fino a oggi a bassa intensità: la “supercosa” dell’antimafia rappresentata da Libera di tanto in tanto veniva attaccata da associazioni più piccole sparse sui territori e che quei territori probabilmente meglio conoscevano. Poi sono scesi in campo negli ultimi mesi anche nomi di peso, come il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone, e uno dei magistrati di punta della direzione distrettuale Antimafia di Napoli Catello Maresca. Così l’intensità dello scontro si è alzata, a tal punto che la commissione parlamentare antimafia ha deciso di dedicare un ciclo di audizioni per ascoltare i diretti interessati.

Il fronte antimafia non è mai stato un capolavoro di compattezza, e per molto tempo non si è voluto guardare al tema, che lentamente ha risalito la china ed è esploso definitivamente il giorno in cui Franco La Torre, figlio di Pio, viene «cacciato con un sms» da don Ciotti, fondatore dell’associazione antimafia. Il casus belli sarebbe stato l’intervento di La Torre all’assemblea di Libera nel novembre 2015. In quella sede il figlio dell’ex parlamentare del Pci Pio La Torre, ucciso dalla mafia nel 1982, aveva toccato questioni sull’assenza dell’associazione su temi come Mafia Capitale e soprattutto sulle indagini che avevano coinvolto il presidente regionale di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, e del magistrato Silvana Saguto che a Palermo guidava la sezione per la gestione dei beni confiscati.

Il fondatore di Libera, Don Luigi Ciotti (MARCELLO PATERNOSTRO/AFP/Getty Images)

La Torre spiegava all’Huffington Post: «Poiché non sono ancora riuscito a parlare direttamente con don Luigi – racconta La Torre – posso supporre che la ragione del mio brusco allontanamento sia dovuta proprio alle mie parole all’assemblea di Libera. Ma ho 60 anni e pretendo un minimo di educazione. Se don Luigi non la pensa come me, allora dobbiamo confrontarci, anche litigando se necessario, ma il confronto diretto è fondamentale per la democrazia».

Da lì in poi è stata tutta salita. Poche settimane fa il pm di Napoli Catello Maresca in una intervista rilasciata a Panorama ha parlato di «monopolio» di Libera sulla gestione dei beni confiscati. Don Luigi Ciotti non l’ha presa bene: «Noi questo signore lo denunciamo: le sue dichiarazioni a Panorama sono sconcertanti. È in atto una semplificazione che vuole demolire il percorso di Libera con la menzogna».

D’altronde che l’associazione di don Ciotti, nata nell’ormai lontano 1995 abbia fatto il pieno dei beni confiscati non è un mistero. Il conto aggregato di tutte le associazioni “figlie” di Libera, in tutto sei, tocca i 10 milioni di euro, e una gran parte dei beni e dei terreni confiscati sono finite a cooperative affiliate alla stessa Libera.

Posso supporre che la ragione del mio brusco allontanamento sia dovuta proprio alle mie parole all’assemblea di Libera

Franco La Torre

Don Ciotti e i suoi si sono poi difesi anche davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia nell’audizione dello scorso 13 gennaio: «Libera non gestisce le cooperative, ma le promuove». Cooperative e sponsor che non sempre sono stati irreprensibili. Un caso su tutti, di un gigantismo difficile da gestire, è stata la vicinanza della Cpl Concordia che nel luglio 2015 ha visto il presidente finire in manette in seguito a una inchiesta proprio della dda partenopea. Sempre davanti all’antimafia lo stesso don Ciotti ammette: «il tentativo di infiltrazione c’è, dalla Calabria alla Puglia, dalla Sicilia al Lazio. Che sia ben chiaro: è trasversale in tutte queste nostre realtà. Questi tentativi, questi ammiccamenti a volte, ci sono stati e noi abbiamo chiesto conto all’associazione». Eppure i tentativi di segnalazione spesso si sono tradotti in reprimende e allontanamenti come successo nel caso di Franco La Torre o di Enzo Guidotto in Veneto. E lo stesso Maresca ha sottolineato la non linearità di queste cooperative e che questa gestione «ha tradito lo spirito dell'antimafia iniziale».

Tuttavia, sempre su Panorama è stato Raffaele Cantone a condividere le preoccupazioni di Maresca spostandosi poi sul tema delle carriere politiche costruite prima dentro Libera e poi in parlamento o nelle istituzioni locali: «è cresciuta tantissimo - ha detto Cantone - ed è diventata sempre più nota e visibile; è diventata anche un brand di cui, a volte, qualche speculatore potrebbe volersi appropriare». Un fatto che non coinvolge in questo senso solo Libera, ma anche una serie di altre associazioni antimafia che negli anni hanno preparato il terreno a politici locali e nazionali.

Il presidente dell'Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone (GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images)

Negli anni non è stata solo questione di “monopolio materiale”, che la commissione parlamentare antimafia sicuramente avrà l’ardire di stabilire se sia più o meno reale, ma anche “morale”. Noto nell’ambiente è il caso di Libera e della Casa della Legalità di Genova, fondata da Christian Abbondanza. Abbondanza da anni presidia un territorio ad alta permeabilità mafiosa come la Liguria, e spesso in solitudine, facendosi carico anche delle denunce dei cittadini, si è trovato a denunciare (con atti e fatti nelle procure) la ‘ndrangheta, e non solo, nei settori economici liguri. Più volte il fondatore e presidente della Casa della Legalità ha evidenziato come sul palco e alle manifestazioni con Libera si fossero trovati sindaci di comuni poi sciolti per mafia (Bordighera e Ventimiglia) e politici con vicinanze e strabismi di vario genere. Risultato? Una querela e il bollo di “cattivi”.

«Uno Stato può, anzi deve, riuscire a controllarare la vendita di un bene sequestrato. Da uomo delle istituzioni non posso pensare che lo Stato non sia nelle condizioni di farlo. È un'idea di impotenza»

Catello Maresca, Sostituto Procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli

Insomma, se la mafia si organizza e riorganizza, nell’antimafia volano invece gli stracci. Se le frizioni sono all'ordine del giorno nell'antimafia delle toghe, figurarsi in quella “civile” di associazioni e tanti galoppini della politica. La prossima partita? La legge sulla vendita dei beni confiscati alla criminalità organizzata: anche qui le visioni si dividono. E se c’è chi parla di «vendere, vendere, vendere», dall’altra parte c’è ancora Libera, che a questa ipotesi si è sempre opposta, perché così «il bene torna ai mafiosi». lo stesso Maresca ha risposto anche a questa sollecitazione: «uno Stato può, anzi deve, riuscire a controllarare la vendita di un bene sequestrato. Da uomo delle istituzioni - ha concluso il magistrato - non posso pensare che lo Stato non sia nelle condizioni di farlo. È un'idea di impotenza»

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