Gig Economy
16 Giugno Giu 2018 0745 16 giugno 2018

Il “decreto dignità” sui rider? “Non serve, per tutelarli basta usare meglio il Jobs Act”

Col “decreto dignità” Di Maio vuole obbligare le piattaforme come Deliveroo e Foodora a trasformare i rider in lavoratori dipendenti. I dubbi dei giuslavoristi: “Non ci può essere un obbligo. E poi un decreto non serve. Basta usare una delle norme del Jobs Act”

Deliveroo

La “controriforma” del nuovo ministro del Lavoro Luigi Di Maio è stata annunciata: i fattorini delle piattaforme che portano cibo a domicilio dovranno essere considerati “prestatori di lavoro subordinato”, cioè dipendenti, con tanto di stipendio fisso, ferie e contributi, e senza pagamento a cottimo. I rider sono stati i primi che il neoministro ha incontrato nel suo primo giorno di mandato, e saranno loro il simbolo del primo provvedimento del governo Conte, il “decreto dignità” anticipato sul Blog delle stelle. L’ipotesi, a quanto pare, è quella di un decreto legge che metta ordine in un settore che Di Maio, cavalcando l’onda mediatica, ha individuato come priorità. Un settore, quello dei ciclofattorini della gig economy, che raccoglie in realtà solo 6-7mila lavoratori in bicicletta (dati ufficiali non ne esistono) tra Deliveroo, Foodora, Jus Eat e Glovo, concentrati tra l’altro per lo più da Roma in su. Una piccola fetta della più grande platform economy, che comprende anche Big come Google, Facebook e Amazon.

Tanto più che i giuslavoristi, intervenuti alla due giorni di Inapp sul lavoro nelle piattaforme digitali, avanzano più di un dubbio sul provvedimento annunciato dal governo pentaleghista. «È impossibile imporre alle piattaforme lo schema del lavoro subordinato, sarebbe in contrasto con la libertà di iniziativa economica presente nella Costituzione», spiega Valerio De Stefano, docente di diritto del lavoro all’Univesrità di Leuven, in Belgio, e tra gli autori del Manifesto per salvare la Gig Economy. «E poi bisognerà vedere se il Parlamento convertirebbe davvero in legge un decreto di questo tipo». Lo conferma anche Michele Faioli, che insegna diritto del lavoro all’Università Tor Vergata di Roma: «Escludo che la norma possa essere scritta in questo modo».

Anche perché, ricordano entrambi, un decreto legge non serve. «Abbiamo già gli strumenti normativi per farlo, lavoriamo sulla legislazione esistente», dice Faioli. E cioè sul Jobs Act renziano, che però il nuovo governo vorrebbe smontare pezzo per pezzo come un puzzle. «Nel Jobs Act il decreto legislativo 81 all’articolo 2 estende le tutele del lavoro subordinato anche a quello autonomo», continua Faioli. «Questa norma è nata proprio con l’idea di dare più protezione ai lavoratori come i rider. Se le norme esistenti fossero ben applicate, avremmo già delle risposte concrete». La norma, continua il giuslavorista, «al comma 2 poi rimette nelle mani dei sindacati la possibilità di fare degli accordi specifici. Le sigle sindacali l’hanno fatto con i call center, perché non fanno la stessa cosa con i rider?». Una domanda alla quale le parti sociali dovranno rispondere, ora che stanno provando a recuperare il ritardo con cui si sono accorti di questo mondo.

Nel Jobs Act il decreto legislativo 81 all’articolo 2 estende le tutele del lavoro subordinato anche a quello autonomo. Questa norma è nata proprio con l’idea di dare più protezione ai lavoratori come i rider. Se le norme esistenti fossero ben applicate, avremmo già delle risposte concrete

Il giudice del Tribunale di Torino, però, nella sentenza sui lavoratori di Foodora è andato in un’altra direzione, affermando che i rider sono autonomi a tutti gli effetti. «Un’interpretazione assurda», commenta De Stefano. «Un’assurdità», dice Faioli. «Il giudice ha frainteso il pezzo della norma in cui si dice “anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”, che andrebbe letto invece come: “anche soltanto con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. Ma non è detto che ora in appello non venga cambiata questa impostazione».

Anche perché, secondo De Stefano, «i modelli organizzativi delle piattaforme di food delivery, con il Gps che dice dove si trova il fattorino, cosa deve fare, dove deve andare, controlla se fai ritardo e ti inserisce all’interno di un ranking, rendono questi lavoratori chiaramente subordinati». Nella gig economy non tutto il lavoro è dipendente, «ma ci sono alcuni lavoratori come i rider che dovrebbero già esserlo da tempo», spiega De Stefano. Lo dice anche Faioli: «Con l’uso dei mobile tool di controllo, il mondo dei rider non ha più niente a che vedere con la vecchia radiolina del pony express. E non si possono applicare più i vecchi criteri che la giurisprudenza applicava al pony express».

Michele Faioli fa parte del gruppo di lavoro che al Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), guidato dall’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, sta elaborando una proposta di legge di regolamentazione della gig economy, ipotizzando di applicare il regime delle agenzie di somministrazione alle piattaforme come Foodora e Deliveroo, estendendo poi la tutela dei lavoratori subordinati somministrati anche ai rider.

In ogni caso, dice Faioli, «non possiamo fermarci a una regolamentazione della sola gig economy, che è solo un pezzo del tutto». E «non possiamo pensare solo a una rigida risposta nazionale. La risposta deve essere europea. Questa è una di quelle materie che andrebbe affrontata in modo coordinato a livello europeo, perché altrimenti c’è il rischio di dumping e competizione tra ordinamenti giuridici». Come già accade a livello fiscale

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