Tutto quello che NON dovete sapere e NON dovete pensare sul Premio Strega

Cronaca del premio letterario più famoso d’Italia, vinto ieri notte da Helena Janeczek con “La ragazza con la Leica” (Guanda). Premio che dimostra che la cultura non porta soldi. E va bene così

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6 Luglio Lug 2018 0735 06 luglio 2018 6 Luglio 2018 - 07:35

Che cos’è la letteratura?, non c’è, mai, altra domanda, anche quando si parla di frivolezze come il Premio Strega, perché sono le frivolezze che fanno ‘canone’ e fanno storia. Sarò un Savonarola travestito da Casanova, ipnotizzerò la strega.

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La cosa fondamentale del Premio Strega è il liquore, lo Strega. Dal momento che la letteratura italiana è alla frutta, anzi, è ancora peggio, meglio berci sopra lo Strega, per digerirne il peso.

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Un due tre, si parte. Eva Giovannini ci avvisa che in era etrusca “la donna era una protagonista assoluta, libera, rispettata, indipendente”. Maledetti i romani, maledetto il mondo che ho sotto i piedi. Restando in tema, lo Strega quest’anno è importante perché “ci sono tre donne in ‘cinquina’”; poi Eva passa a parlare del Sessantotto, della liberazione sessuale, della rivoluzione estetica e dei costumi. La femmina, il Sessantotto, la liberazione. La Giovannini, bella&brava, si merita lo Strega speciale al politicamente corretto, una rarità nell’epoca della scorrettezza politica.

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Mi dice un lettore disinteressato. “Non li devono fare vedere”. Chi?, dico.“Gli scrittori. Leggano i loro libri. Se vedi la faccia degli scrittori, se li senti parlare, ti passa la voglia di leggerli”. Da pensarci per la prossima edizione dello Strega.Più che votarli, questi, ti vien voglia di fuggirli, di sfoggiare l’analfabetismo.

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…d’altronde, che maleducati, quelli che affollano il Ninfeo si fanno i ca**i loro: gli scrittori parlano alla telecamera, avvolti da Eva, e gli avventori si avventano sui pasticcini, sugli editor del tavolo di fronte, sul direttore editoriale con il calice amaro davanti.La letteratura, se è, è scomoda, irritante, seducente, perversa, crudele, purissima. Al Ninfeo è tutto un fottio di ninfette letterate.

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Paolo Cognetti pare un incrocio tra Mauro Corona e il Brad Pitt di Sette anni in Tibet, è perfetto come un valletto, va al pascolo letterario.

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Per vincere la noia del Premio Strega ci vorrebbe il Gatto del Cheshire, lo Stregatto – oppure improvvisare una provvidenziale risata. La letteratura che celebra se stessa è come chi va al pisciatoio convinto di essere Marcel Duchamp, in realtà è solo uno che piscia fuori dal vaso.

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La vera domanda è sempre quella: che cos’è la letteratura? La letteratura dice la morte perpetuando la vita. Troppo difficile? Macché. Prendete i libri della ‘cinquina’: sono tutti mortificanti, certificano la morte, sono già morti.

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Villa Giulia come Woodstock? Diciamo che papa Giulio III, cinquecento anni fa, se la godeva di più.

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Una folgorazione. Su Canale 5, in concomitanza, c’è il Wind Summer Festival. Il Premio Strega, invece, è analogo al Festival di Sanremo: “è la tradizione”, mi dice un secondo lettore disinteressato. Un sopruso, vorrai dire, dico io, un sopruso alla letteratura. Tradizione è ciò che tradizionalmente viene conservato anche se sarebbe meglio gettarlo al macero, ma nessuno lo dice, tutti si riempiono la bocca di salatini e monili enogastronomici vari.

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Tradizionalmente, lo Strega va sbeffeggiato. Ineguagliabile, in questo senso, il reportage griffato da Cesare Cavalleri per Avvenire, nel 1969 (lo potete leggere, recuperato, nel libro-intervista “Per vivere meglio”. Cattolicesimo, cultura, editoria, ELS, 2018), che accompagna alla kermesse salottiera Ennio Flaiano, recensisce le “molte anziane signore luccicanti e fruscianti” (oggi ci sono anche i giovani allampanati e frustrati dall’ambizione, malvestiti per scena) e l’euforia mistica generale, dove “ciascuno esegue calcoli mentali per verificare se è aggrappato al carro giusto”. Lo sbeffeggio, ormai, però, è un vanto accessorio: i beffati siamo sempre noi, che vorremmo leggere altro rispetto a quello che ci propala lo Strega. E altro, di solito, non c’è.

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Soltanto un cretino può passare la notte a vedere il Premio Strega sulla rete di Stato dedita alla cultura di Stato, uno stakanovista dell’osceno. Eccomi. Blatero di Rainer Maria Rilke sola sanità del mondo, poi non ho le palle di spappolare ogni legame con la letteratura italica e inondarmi di deserti.

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Eva Giovannini e Nicola Lagioia. Esemplare l’esito della chiacchierata: “la cultura porta soldi”. Tanti ideali al vento, poi si torna sempre lì, alla merda di Belzebù, il denaro.La cultura è utile perché fa soldi (Lagioia sciorina, con affettata sicurezza da Ad di una grossa azienda, “l’indotto” del Salone del Libro torinese: costa ‘solo’ 3 milioni di euro e fa cadere “sul territorio” circa 30 milioni di euro, in effetti durante il Salone “non trovi un albergo né un ristorante…”, più che forzarsi a scrivere libri, scriva levigati reportage su TripAdvisor), un libro è bello perché vende, la letteratura funziona finché fa cassa. Cassate. La letteratura è per sua natura gratis, imprevista, imperiale, impagabile; i libri si rubano e quando si comprano, beh, con 10 euro ti pigli i ‘Karamazov’: il Suv lo paghi decine di migliaia di euro e si scassa, la casa crolla, l’uomo muore e Dostoevskij è sempre lì. Se la letteratura non si pone in alternativa al mercato, nell’epoca in cui tutto ha un prezzo, è schiava, farà pure soldi ma è in bancarotta.

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Prima e unica. La prima edizione dello Strega, come si sa, andò a Ennio Flaiano che con Tempo di uccidere ha scritto uno dei libri più inquieti del ‘canone’ italiano, è meglio di Camus. La seconda edizione andò a Villa Tarantola di Vincenzo Cradarelli, rantoli di noia; la terza a La memoria di Giovanni Battista Angioletti… Giovanni Battista chi?Senza qualcuno che ribadisca, ogni anno, l’inutilità del Premio Strega, del Premio Strega non si parlerebbe più.Lo Strega è decaduto, è caduto da quando ha cominciato a camminare.

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Lo Strega, quest’anno, va a quella strega di Helena Janeczek, per La ragazza con la Leica, non c’è stata gara, è un premio dovuto, devoto, ‘alla carriera’. Nell’inconsistenza generale, è quello il libro più bello. “Felicemente sconvolta”, si dice lei, Helena, con una ingenuità che un po’ mi riconcilia con il premio. La strega diventa principessa – o il contrario. Lo Strega rende gli scrittori un po’ demoni, manda in delirio il loro ego, di per sé fragile: dopo lo Strega, non sono più gli stessi. Vincere lo Strega è una maledizione, il morso del vampiro.

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Lo Strega l’avrei dato, bis!, a Cognetti: così con i soldi del Premio Strega 2 si compra un’altra stalla in una valle sperdutaper ricavare un ostello dove infognare i 400 della domenica.

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Che cos’è la letteratura?, non c’è altra domanda. La letteratura avanza, getta l’alba in pasto al prossimo secolo. Per questo il Premio Strega resta un premio che premia le cariatidi – che belle, per altro, quelle che adornano il Ninfeo. Il Premio Strega non dovrebbe premiare i libri di oggi, d’annata, per far felici gli editori. Dovrebbe premiare i libri di domani:cioè bandire una borsa di studio che permetta al progetto letterario di uno scrittore di realizzarsi. Stipendio per un anno, così che tu possa serenamente scrivere un grande libro, il libro che verrà. Essere un premio che bada alla vita, vitale, vitalista. Altrimenti, più che premiare questi morti viventi, lo ripeto, premiamo i morti, i grandi scrittori che la vita non ha onorato a sufficienza.

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Cose che non finiscono di stupirmi. Carlo Bo che il 4 luglio del 1970, Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura, Roma, onora il corpo morto di Giuseppe Ungaretti (perché, poi, lo Strega non premia i poeti, più attrezzati linguisticamente dei romanzieri?). “Giovani della mia generazione in anni oscuri di totale delusione politica e sociale, sarebbero stati pronti a dare la vita per Ungaretti, e cioè per la poesia”, disse. Dare la vita per il poeta.Sacrificare la propria vita per il poeta. Lasciate perdere la lacrima retorica. Anche oggi siamo in anni oscuri di totale delusione politica e sociale, in fondo, lo siamo da sempre. Domandarsi per chi siamo disposti a dare la vita, per quale poeta o scrittore siamo certi di dare il respiro è già la risposta al senso della letteratura. L’assiolo fischia dal pino di fronte a casa, con un ritmo assillante, “pianto di morte”, lo diceva Pascoli. Ucciderà qualcosa. Come una freccia, il suo sibilo trapassa questa e altre notti. La sua ferocia è aurea.

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