Fare lavorare i richiedenti asilo? Si può, ma il ministero dell’Interno tace

L’Agenzia per le politiche attive, con il ministero del Lavoro, ha emesso una circolare in cui si dice che i richiedenti asilo devono potersi iscrivere alle liste di disoccupazione dei Centri per l’impiego, come gli italiani. Ma serve un chiarimento sulla normativa, che deve arrivare dal Viminale

Salvini

(MARCO BERTORELLO / AFP)

30 Agosto Ago 2018 1210 30 agosto 2018 30 Agosto 2018 - 12:10

È la seconda volta in pochi mesi che l’Agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal) lo ripete: i richiedenti asilo devono potersi iscrivere nelle liste dei disoccupati dei Centri per l’impiego, come gli italiani, anche se risiedono in una struttura d’accoglienza. Il concetto era stato messo nero su bianco in una nota informale di maggio e ora l’Anpal è tornata sul tema con una circolare scritta insieme al ministero del Lavoro, chiedendo di effettuare «una ricognizione della normativa vigente, al fine di offrire una quadro organico della materia». Il destinatario del messaggio – è chiaro – è il governo, e in particolare il ministero dell’Interno di Matteo Salvini, che o dovrebbe sollecitare i comuni a iscrivere i richiedenti asilo nelle anagrafi o dovrebbe emanare una norma ad hoc per eliminare il requisito della residenza per l’iscrizione ai Centri per l’impiego. Mosse che, considerando lo slogan del “prima gli italiani” sul fronte immigrazione, probabilmente non arriveranno.

Chi fa richiesta d’asilo e vive in un centro di accoglienza spesso oggi non chiede la residenza. O, se la chiede, in molti casi non riesce a ottenerla dai comuni. Che ne fanno, a seconda del colore delle amministrazioni, anche una scelta di indirizzo politico. Da qui l’impossibilità a i scriversi nelle banche date dei disoccupati. Superati i 60 giorni dalla presentazione della domanda, infatti, il richiedente protezione internazionale può cercare un lavoro. Come scrive l’Anpal, a questo proposito dovrebbe essere garantita «parità di trattamento» nell’accesso «alle misure di politica attiva del lavoro», che «costituiscono presupposto indefettibile di una strategia di integrazione socio-lavorativa».

Superati i 60 giorni dalla presentazione della domanda, infatti, il richiedente protezione internazionale può cercare un lavoro

Già il 23 maggio, a governo non ancora insediato, l’Anpal con una nota aveva specificato che per l’iscrizione dei richiedenti asilo nelle banche dati dei centri per l’impiego si potevano considerare i centri di accoglienza come «dimora abituale». Ora l’agenzia, insieme al ministero del Lavoro guidato da Luigi Di Maio, ribadisce che per chi possiede la ricevuta della richiesta di asilo, dopo 60 giorni, «il centro o la struttura rappresentano luogo di dimora abituale ai fini della iscrizione anagrafica». E quindi gli stranieri richiedenti asilo potranno accedere «ai servizi e alle misure di politica attiva erogati dai Centri per l’impiego». Per questo motivo anche l’Inps a fine luglio ha aggiornato il suo software per poter registrare i contratti tramite i codici fiscali numerici provvisori rilasciati dalle Questure ai richiedenti asilo al momento del rilascio della ricevuta della richiesta di protezione internazionale. Ma dal Viminale non è arrivata alcuna risposta di chiarimento.

La circolare da girare ai centri per l’impiego non basta a chiarire la questione. Il testo, formalmente, è in contrasto con la legge vigente, né può costituire di per sé una legge. E per di più chiede ai centri per l’impiego di sostituirsi ai comuni nella registrazione delle residenze dei richiedenti asilo. Ecco perché Anpal e Direzione generale dell’immigrazione delle politiche di integrazione del ministero del Lavoro insistono per una «ricognizione» della normativa vigente. Dal ministero dell’Interno non è uscita ancora nessuna carta. Difficile immaginare che il governo che si allea con Orban riconoscerà ai richiedenti asilo la stessa, seppur minima, possibilità di accedere alle politiche attive del lavoro concessa agli italiani.

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