Idea: facciamo studiare il latino all'Itis, come voleva Don Milani

In una lettera mai pubblicata ad un giornale fiorentino il priore di Barbiana esprime le sue opinioni sulla conoscenza della "Parola" ed il latino: l'italiano va insegnato con cura e il latino non deve limitarsi al Liceo. L’istruzione come ascensore sociale e arma per la lotta di classe

Don Milani
13 Settembre Set 2018 0750 13 settembre 2018 13 Settembre 2018 - 07:50

Don Milani non era certo uno che te le mandava a dire. Il priore di Barbiana si poneva alla stregua di quelle anime infuocate dallo spirito santo che si sarebbero trovate a proprio agio nel mezzo della crudezza del vecchio testamento. Lo ricordiamo così: sempre in bilico tra il quinto e il sesto comandamento. E infatti il priore di Barbiana non lasciava certo passare molto tempo tra una confessione e l’altra. Così vivo, così umano.

Se si parla di pragmatismo e azioni concrete, la storia di Don Milani può essere considerata come il punto più alto della dottrina sociale della chiesa dalla Rerum Novarumin avanti. La sua sintesi tra lettura marxista della società e catechismo cattolico è stata antesignana, con buon anticipo, di una ricetta che nella storia del nostro Paese è rimasta croce e delizia per almeno due generazioni: dal compromesso storico alla fondazione del Partito Democratico nel lontano 2007. Ecco perché tornare a studiare Don Milani può essere utile per lucidare gli architravi di un’identità politica scialba, lasciandosi ispirare da veri esempi di concretezza ideologica.

Abbandonarsi alla lettura delle lettere del priore di Barbiana può essere illuminante. Molto spesso vengono tirati in ballo principi, valori, temi della vita pubblica che sembrano riferirsi ai giorni nostri, e invece risalgono al secondo dopoguerra. Delicata la critica ai giornali progressisti che non intaccano la realtà se non con il loro chiacchiericcio vacuo e borghese; sublime l’apologia alla povertà come stile di vita cristiano. «Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò la con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso», così parla il Don ai suoi concittadini, con quella forza bruta della parola che lo contraddistingue e che è il precipitato del suo spirito indefesso. E proprio la parola, la lingua, il significato sono per il priore di Barbiana l’aspetto più importante della conoscenza. A voler fare una sintesi, il pensiero di Don Milani è semplice: ripartire dall’istruzione. L’istruzione sempre e comunque anche quando sembra non essere di alcuna utilità immediata. L’istruzione come ascensore sociale, l’arma più efficace a sostegno della lotta di classe.

A voler fare una sintesi, il pensiero di Don Milani è semplice: ripartire dall’istruzione. L’istruzione sempre e comunque anche quando sembra non essere di alcuna utilità immediata. L’istruzione come ascensore sociale, l’arma più efficace a sostegno della lotta di classe

Il priore conosceva giornalisti ed intellettuali, così spesso avvenivano scambi epistolari tra Don Milani e i suoi conoscenti; altre lettere invece giungevano fin tra le righe di giornali come Il Giornale del Mattino, quotidiano cattolico di Firenze. Proprio un’epistola indirizzata al giornale fiorentino (ma che non fu mai pubblicata) spiega in modo limpido il pensiero del priore rispetto all’importanza della lingua e della conoscenza del latino. Secondo Don Milani, l’intelligenza di un montanaro equivale a quella di un laureato della città; semplicemente, al primo non sono stati dati gli strumenti per sviluppare il proprio intelletto. «Credi proprio che uno dei miei ragazzi di montagna abbia un numero di cognizioni molto inferiore di un suo coetaneo di città?», domanda il priore al direttore del giornale. «Ebbene, ora questi due uomini che abbiamo detto certo non inferiori l’uno all’altro per ricchezza interiore, mettiamoli di fronte l’uno all’altro in discussione. Oppure di fronte ai problemi quotidiani che la vita moderna impone. E vedremo il mio figliolo cadere al primo colpo. Umiliato, battuto in mille occasioni dal primo bellimbusto di studentello cittadino.[…] La differenza fra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma è in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola».

Per Don Milani la parola, la capacita di interpretare e di esprimersi correttamente è la chiave del riscatto sociale. Quando da “fuori” si entra “dentro”, tutto appare più chiaro e l’egemonia culturale viene spezzata. «Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai quasi tutte le altre materie. Non faccio che lingua e lingue. Mi richiamo dieci, venti volte per sera alle etimologie. […] Nei primi anni i giovani non ne vogliono sapere di questo lavoro perché non ne afferrano subito l’utilità pratica. Poi pian piano assaggiano le prime gioie. La parola è la chiave fatata che apre ogni porta. L’uno se ne accorge nell’affrontare il libro del motore per la patente. L’altro fra le righe del giornale del suo partito. Un terzo s’è buttato sui romanzieri russi e li intende. Ognuno di loro se n’è accorto poi sulla piazza del paese e nel bar dove il dottore discute con il farmacista a voce alta, pieni di boria. Delle loro parole afferra oggi il valore e ogni sfumatura. S’accorge solo ora che esprimono un pensiero che non vale poi tanto quanto pareva ieri, anzi pochino. I più arditi hanno provato anche a metter bocca. Cominciano a inchiodar il chiacchierone sulle parole che ha detto».

La parola è la chiave fatata che apre ogni porta. L’uno se ne accorge nell’affrontare il libro del motore per la patente. L’altro fra le righe del giornale del suo partito. Un terzo s’è buttato sui romanzieri russi e li intende. Ognuno di loro se n’è accorto poi sulla piazza del paese e nel bar dove il dottore discute con il farmacista a voce alta, pieni di boria. Delle loro parole afferra oggi il valore e ogni sfumatura

Don Milani, lettera del 28.3.1956 al direttore de Il Giornale del Mattino

Qual è insomma la lezione di Don Milani all’appropinquarsi dell’inizio della scuola? Ragazzi studiate bene l’italiano, e ancora meglio il latino. Portiamo la lingua di Cicerone dentro gli Itis, all’Ipsia, agl’istituti professionali e tecnici di ogni ordine e numero. Una società migliore, un’umanità migliore si costruisce solo se la si sa immaginare, se si coltiva il dono della “Parola”. La sinistra, nell’emanazione del Partito Socialista ha speso anni e anni a combattere contro il latino, mentre non si accorgeva che, per dirla con Don Milani, «il dominio sul mezzo d’espressione è un concetto che non riesco a disgiungere da quello della conoscenza delle origini della lingua. Finché ci sarà qualcuno che la possiede e altri che non la possiedono, questa parità base che ho chiesto sarà sempre un’irrisione. Dopo questo discorso c’è bisogno ancora che ti dica cosa penso del latino?». Se vogliamo davvero ridare appeal alla sinistra nelle scuole, o meglio, se vogliamo davvero rimettere al centro il tema dell’istruzione nel dibattito a sinistra - con un governo che non ha ancora proposto nulla di davvero innovativo - andiamo in controtendenza: lottiamo per far studiare il latino all’Itis, come voleva Don Milani.

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