7 Novembre Nov 2019 0600 07 novembre 2019

Il capitalismo della sorveglianza esiste, e sta già cambiando le nostre vite

La sociologa Shoashanna Zuboff propone una teoria sistemica per comprendere, analizzare, interpretare il mondo in cui stiamo vivendo. E di cui rischiamo di essere vittime

Google Ads

Negli ultimi anni tantissimi teorici, saggisti, studiosi hanno cercato di sistematizzare il tempo in cui viviamo cercando di capire come orientarci in un sistema che cambia a una velocità mai vista e che sta modificando stili di vita e di consumo, abitudini e comportamenti. Non solo Internet, ovviamente, ma Internet come centro attorno a cui si raccoglie e si svolge grande parte della nuova esperienza sociale interconnessa, post-capitalista, immateriale, legata agli spostamenti fisici delle persone, alla fluidità dei soldi e — ovviamente — all’onnipresenza dei dati. Se James Bridle in Nuova era oscura ci ha avvertito sulle conseguenze della computazione anche in termini di impatto sul clima e sulle nostre capacità cognitive; se Byung Chul-Han in Psicopolitica ha tracciato un sentiero in cui descrive gli effetti di queste nuove logiche sulla mente delle persone (quasi portate a una auto-schiavitù non più legata al corpo, ma appunto alla mente); se Jonathan Crary in 24/7 ha raccontato come le nuove conformazioni del capitalismo dopo la crisi del 2007 si siano interessate all’aggressione della sfera immateriale (dai sentimenti al sonno), quello che mancava era una teorizzazione generale, un esercizio di costruzione e analisi sistemica capace di cogliere in profondità questa “grande trasformazione” di cui siamo vittime e al tempo stesso complici inconsapevoli. Ecco quello che ha fatto Shoshanna Zuboff, sociologa americana di stanza ad Harvard che da anni studia l’ascesa dell’era digitale, con le sue trasformazioni e le conseguenze sulla vita delle persone.

Di fatto, quello che viene teorizzato è proprio l’ingresso dentro una “nuova era”. Un’era in cui la logica di accumulazione e sfruttamento del capitalismo tradizionale si è in qualche modo spostata verso la sfera immateriale e comportamentale

Con Il capitalismo della sorveglianza (edito da LUISS University Press e tradotto da Paolo Bassotti), infatti, Zuboff propone prima di tutto un nome da dare a questa cornice. Faccenda non banale. Iniziare a chiamare le cose, soprattutto quelle nuove che non si conoscono ancora, è il primo passo per iniziare a comprenderle e superarle. Di fatto, quello che viene teorizzato è proprio l’ingresso dentro una “nuova era”. Un’era in cui la logica di accumulazione e sfruttamento del capitalismo tradizionale si è in qualche modo spostata verso la sfera immateriale e comportamentale. Per Zuboff questa logica — che non va intesa come una conseguenza della tecnologia, ma dell’uso che della tecnologia ne fanno determinati attori come Google (indiziato principale) e Facebook — parte dai dati, li offusca, li rende in qualche modo proprietà non di chi li emette ma di chi li sfrutta, e costruisce un nuovo castello di stimoli e tentazioni che non vogliono solo trasformarti in un prodotto (andando quindi oltre il vecchio adagio per cui “se una cosa è gratis vuol dire che il prodotto sei tu”), non vogliono solo costringerci a un consumo senza confini, ma portarci proprio a una modifica predittiva del comportamento e a una graduale erosione del libero arbitrio. In questo contesto, in gioco non c’è solo una questione — sacrosanta — di privacy e di contrasto ai monopoli, ma tutta l’architettura democratica e personale. Del resto, vediamo tutti i giorni nella nostra esperienza come le dinamiche che sottendono a questa cornice stiano via via modificando usi, costumi, abitudini e modi di stare insieme. Erano solo intuizioni sparse in centinaia di articoli e libri: adesso possiamo rimandarle a un sistema.

In questo contesto, in gioco non c’è solo una questione — sacrosanta — di privacy e di contrasto ai monopoli, ma tutta l’architettura democratica e personale. Del resto, vediamo tutti i giorni nella nostra esperienza come le dinamiche che sottendono a questa cornice stiano via via modificando usi, costumi, abitudini e modi di stare insieme

Stiamo vivendo un periodo storico di completa ridefinizione dei poteri. Non è più boutade leggere nel nostro quotidiano la realizzazione delle distopie di, tra gli altri, William Gibson (che ne Il neuromante immaginava un mondo governato non dagli stati ma dalle multinazionali), di Philip K. Dick (che in Rapporto di minoranza costruisce una società regolata dai meccanismi predittivi) e J. G. Ballard (che ne Il condominio descrive plasticamente la deriva di una società sempre più incapace di vivere insieme). Quello che ne Il capitalismo della sorveglianza Shoshanna Zuboff cerca di fare, oltre a una diagnosi precisa del problema, è cercare di delineare possibili antidoti per la salvaguardia della democrazia e della persone contro questa “sovversione che viene dall’alto”. Del resto, se le degenerazioni del capitalismo tradizionale di matrice industriale e fordista ha sostanzialmente distrutto la natura e ha messo a rischio la nostra sopravvivenza nel mondo; il capitalismo della sorveglianza, con la sua spinta a colonizzare le sfere immateriali, plasmare comportamenti, e intendere le persone più come fasci di dati da cui estrarre valore e predire il futuro che non come corpi da sfruttare per lo scambio di beni e valori, rischia di avere delle conseguenze proprio sul concetto stesso di umanità.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook