Inciviltà giuridica
3 Dicembre Dic 2019 0600 03 dicembre 2019

Riforma della prescrizione: ecco la prova che i Cinque Stelle sono per la giustizia ingiusta

A Roma e in altri luoghi i penalisti hanno deciso di scioperare contro la nuova norma del ministro Alfonso Bonafede. Oltre a non snellire i tempi della giustizia, secondo molti metterà a dura prova gli uffici giuridici, portando il sistema italiano al collasso totale

Tribunale

«Perché partire dalla fine? Perché partire proprio dal rimedio al processo troppo lungo?». A chiederselo è Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione camere penali (Ucpi) e portavoce di una campagna d’informazione per spiegare in maniera semplice e intuitiva l’importanza della prescrizione. A un mese dall’entrata in vigore della riforma targata Cinque Stelle, infatti, gli equilibri di maggioranza tornano a tremare. In sostanza, dal prossimo anno la prescrizione dei reati si interromperà dopo la sentenza di primo grado, sia di condanna sia di assoluzione: per molti è l’unico modo per impedire la prescrizione dei reati dovuta ai tempi eccessivi della giustizia italiana, per altri, viceversa, la riforma si propone come l’unico modo in cui l’ordinamento può difendere gli imputati dalla lunghezza dei processi. La voce degli addetti ai lavori però sembra tutto sommato unitaria: l’effetto boomerang è dietro l’angolo, in particolare sulla durata delle udienze e gli effetti negativi per imputati e parti offese.

«La riforma va a minare un principio di civiltà: ovvero quello che vuole che un cittadino non debba e non possa essere in balia della giustizia penale per un tempo indefinito», spiega Caiazza. «Si può anche ragionare su una prescrizione che intervenga nella sentenza di primo grado, ma in un contesto in cui la durata dei processi è ragionevole. I processi durano decenni, pertanto la prescrizione del reato è l’unico argine a questa patologia del sistema giudiziario italiano». In altre parole, la riforma parte con le polveri bagnate, in quanto è proprio la conditio sine qua non a mancare e le intenzioni del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ad essere a dir poco pruriginose. Secondo una folta schiera di avvocati penalisti, la cui cassa armonica è il silenzio che dal 2 al 7 dicembre riempirà le aule di Roma, come di altri distretti giudiziari, per lo sciopero proclamato, quella del Movimento 5 Stelle è l’ennesima acrobazia di propaganda in grado di canalizzare un malcontento generale dei cittadini nei confronti delle istituzioni di giustizia e di un sistema di lungaggini oggettivamente estenuante.

Una propaganda che prende adito dalle parole dello stesso ministro Bonafede, il quale considera la norma della prescrizione come “l’àncora di salvezza del delinquente che anche se beccato inconfutabilmente con le mani nella marmellata, fa di tutto per allungare i tempi processuali e ottenere la prescrizione del reato”. Ma è davvero questo l’iter e la risoluzione in voga nei tribunali italiani? «Innanzitutto - commenta Caiazza - il 75 per cento delle prescrizioni matura prima della sentenza di primo grado. In secondo luogo, i reati che si prescrivono in breve tempo sono quelli bagatellari. Quelli che generano allarme sociale, i più gravi, hanno tempi di prescrizione che vanno dai 16 ai 50 anni». Come se non bastasse laccusa mossa agli avvocati, non a caso lo sciopero di massa, è considerata da molti una sorta di fake news del foro, in quanto per legge a ogni richiesta di sospensione o di rinvio degli avvocati si sospendono anche i tempi di prescrizione (è quindi impossibile per questultimi pilotare la grammatica di un processo). Di che cosa stiamo parlando, quindi?

La riforma va a minare un principio di civiltà: ovvero quello che vuole che un cittadino non debba e non possa essere in balia della giustizia penale per un tempo indefinito

Il nodo gordiano delle tempistiche (non vengono ridotti i tempi troppo lunghi delle indagine dei processi), così come un rovescio della medaglia che può rendere eterni i processi successivi a quello di primo grado (dopo che il reato cade in prescrizione, si perderebbe l’interesse a procedere con un secondo grado di giudizio), potrebbero tradurre la picconata pentastellata in un ulteriore ingolfamento degli uffici giudiziari. Il blocco della prescrizione avrà conseguenze diverse in base alla percentuale di archiviazione per prescrizione delle varie Corti nazionali. Per capirci: questa percentuale a Roma è del 36% mentre a Milano del 10%. «Togliere la prescrizione non basterà ad assicurare il legittimo andamento della giustizia e a salvare quanto stabilito in primo grado», continua il presidente dell’Ucpi. Si stima per giunta che lo stop porterà molti uffici ad avere circa 30 mila procedimenti in più ogni anno, il che lascia solo immaginare la velocità che la catena operativa assumerà a pieno regime.

Detto questo, lo snellimento del sistema giuridico italiano non è certo questione per cuori deboli. La struttura penale ha bisogno di una rigenerazione in senso lato, a partire da idee di ispirazione internazionale e al contempo fedeli alla Costituzione. Quelle stesse idee proposte e riproposte durante i tavoli di lavoro con lo stesso Bonafede. «Per immaginare riforme per il codice di procedura penale, del quale abbiamo discusso con lo stesso ministro della Giustizia durante il tavolo di confronto, che favoriscano una velocizzazione dei processi bisogna guardare a soluzione tipiche di tutti i sistemi processuali accusatori. Questi riti alternativi possono essere il potenziamento del rito abbreviato, il potenziamento delludienza preliminare e una fortissima depenalizzazione». Quindi, ripetiamo la domanda ancora e ancora: Perché partire dalla fine? Perché partire proprio dal rimedio al processo troppo lungo?

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