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7 Febbraio Feb 2020 0600 07 febbraio 2020

Perché i romanzieri (anche grandi) non ce la fanno proprio a parlare di arte contemporanea

I nuovi libri di Percival Everett, Ilaria Bernardini e Frederik Sjoberg fanno riferimento all’immaginario artistico, e in particolare ai pittori. Ma non si confrontano con le idee estetiche di oggi: niente fotografia, niente multimedialità, niente sperimentazione

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Photo by Dan Gold on Unsplash

Chi conosce l’arte contemporanea e ama la letteratura ha come l’impressione che questi due mondi fatichino a parlarsi. E non da oggi. Alberto Moravia, ad esempio, che pure si chiedeva Non so perché non ho fatto il pittore (la raccolta dei suoi scritti d’arte è stata pubblicata da Bompiani un paio d’anni fa), concentrava la propria analisi su Guttuso e la pittura romana, visto che anche sua sorella Adriana Pincherle dipingeva. Julian Barnes non ama proprio l’attualità, storce il naso di fronte agli Young British Art e preferisce rifugiarsi nei cosiddetti classici-moderni perché la storia garantisce un certo riparo e tutto sommato i linguaggi tradizionali funzionano meglio delle sperimentazioni.

Ci sono poi i romanzi che parlano di artisti, che a parte qualche rara eccezione (come il divertissimo Madre nostra che sarai nei cieli di Piersandro Pallavicini, dove la coprotagonista è una performer estrema che di nome fa Relata Refero, e soprattutto il Vila-Matas di Kassel non invita alla logica) sono pittori perché gli scrittori difficilmente comprendono forme più attuali -video, fotografia, installazioni- nelle loro narrazioni. Ecco perché gli artisti raccontati dagli scrittori risultano inevitabilmente fuori tempo, quasi non si fossero accorti dei cambiamenti e delle rivoluzioni intorno a questa figura.

Sul tavolo tre libri appena usciti, poco o niente in comune salvo che un personaggio principale è pittore: Percival Everett con Quanto blu (La nave di Teseo), Ilaria Bernardini e Il ritratto (Mondadori), Frederik Sjoberg, Mamma è matta, papà è ubriaco (Iperborea).

Il primo è il tipico romanziere americano upper-class, snob, raffinato, piuttosto freddo, che ha costruito un montaggio alternato su tre sequenze. Kevin Pace è un pittore assalito da dubbi e ripensamenti, inseguito da un inconfessabile segreto, una vita familiare come tante, un’amante molto più giovane conosciuta a Parigi. Dipinge quadri astratti, strato su strato, convinto i quadri contengano misteri aldilà dell’immagine, pittura come specchio di sé e della propria anima. Magari quotato, anche se il contesto resta sullo sfondo e ci sembra comunque di percepire quel mondo ormai démodé della pittura astratta che piace in particolare agli americani. Pure la giovane Valerie (l’amante) si diletta nell’acquerello: ma è possibile che il buon Kevin si commuova ancora davanti a un foglio di carta illustrato didascalicamente, alla fine degli anni Dieci del terzo millennio? Ecco un esempio di visione stereotipata.

C’è tanta arte nel nuovo romanzo di Ilaria Bernardini, dove l’aggancio lo dà un triangolo amoroso e il tentativo di scoprire qualcosa di più sulla vita di un uomo diviso (anche lui) tra la moglie pittrice e l’amante scrittrice di successo. Rispetto al libro di Everett qui l’ambientazione gioca un ruolo determinante, spinge sul presente, c’è tanta high society dell’arte e della cultura che vive tra Londra, Parigi, New York, va in vacanza nelle isole greche frequentando sempre i posti giusti. La pittrice è specializzata in ritratti ma ne esegue pochi e solo in determinate circostanze, non a tutti e solo quando di fronte individua il modello giusto, che le trasferisce qualcosa di autentico. Stupisce che in un ambiente così alto borghese non ci sia qualche collezionista più sensibile al gusto contemporaneo, che si compri un Dot Painting di Damien Hirst, un ritratto di Alex Katz, un paesaggio di Peter Doig se ha abbastanza soldi.

Frederik Sjoberg, invece, è scrittore di culto che usa il romanzo per avventure picaresche, curiosità personali, indagini nel mondo reale dove è saltato il confine tra realtà e finzione. Ne L’arte della fuga si era messo sulle tracce di Gunnar Widforss, sconosciuto in Europa e idolatrato negli Stati Uniti come pittore di parchi nazionali. Questa volta l’indagine parte da un ritratto dipinto nel 1921 da un tal danese Anton Dich, misterioso e dimenticato, che offre il destro per tornare alla Parigi della Belle Epoque fino a concludere la storia a… Bordighera. Altra lettura piacevolissima e divertente, non sfugge però all’abitudine di indagare nel passato quegli spunti che forse non si trovano nel presente.

Cercasi scrittore che abbia voglia di buttarsi nell’arte contemporanea, capirla e raccontarla.

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