Pakistan contro la rete: Facebook accetta la censura, Twitter no

Pakistan contro la rete: Facebook accetta la censura, Twitter no

Ciò che sta accadendo in Pakistan è talmente comune da avere un nome: effetto Streisand. Come nel 2003, quando la celeberrima Barbra cercò tramite un causa milionaria di far rimuovere una veduta aerea della sua casa, e ottenne al contrario di mostarla a ulteriori centinaia di migliaia di utenti incuriositi, la decisione di censurare Twitter nel Paese si sta rivelando un boomerang. Perché, nonostante il blocco, stanno riuscendo ad accedere comunque al servizio abbastanza iscritti da mandare tra gli argomenti più discussi, i ‘trending topic’, l’hashtag #twitterban, scelto per raccogliere i commenti sulla decisione del governo. E perché quella che poteva essere una questione discussa e risolta all’interno dei confini del Pakistan è finita, proprio a causa della censura, sotto l’occhio della stampa internazionale.

Ma andiamo con ordine. Da tempo le autorità pakistane premono su Twitter e Facebook per ottenere la rimozione di immagini del profeta Maometto, ritenute «blasfeme» e «offensive per l’islam», nelle parole di Mohammed Yaseen, direttore dell’authority per le telecomunicazioni. Ma mentre i gestori del social network di Mark Zuckerberg, secondo Yaseen, avrebbero obbedito (rimuovendo le pagine con i contenuti incriminati), con Twitter non è stato possibile raggiungere alcun accordo. Nemmeno di fronte alla richiesta di porre fine a una gara di caricature del profeta, che secondo quanto riporta l’Express Tribune, costituirebbe la pietra dello scandalo. Come già a maggio 2010, del resto, quando analogo concorso aveva portato a un blocco temporaneo di Facebook, YouTube e Wikipedia. Sfumata la collaborazione del servizio di microblogging, ecco la decisione di inibirne l’accesso, richiesta direttamente dal ministro per l’Informazione e la tecnologia. «Non posso dire per quanto tempo il sito rimarrà bloccato», ha aggiunto Yaseen sempre al Tribune.

E dire che soltanto il giorno prima il ministro dell’Interno, Rehman Malik, aveva usato proprio Twitter per smentire le voci, già circolanti, di una possibile censura. «Cari tutti, vi assicuro che Twitter e Facebook continueranno a funzionare nel Paese e non saranno bloccati. Per favore», aveva concluso in perfetto stile cinese, «non credete alle indiscrezioni». Tuttavia, e proprio come per Bo Xilai in Cina, le voci sono diventate realtà. «Perché mai dovrei voler fare una cosa simile?», si era accalorato il ministro, parlando di una decisione che avrebbe portato al «ritorno dell’età della pietra». Ventiquattro ore, ed ecco la preistoria diventare realtà, con Yaseen intento ad affermare: «Abbiamo negoziato con Twitter fino alla notte scorsa, ma non erano d’accordo a rimuovere il materiale, per cui abbiamo dovuto bloccarlo». Da Malik nessuna risposta.

Certo, il tentativo di convincere i gestori a cambiare idea continuano, spiega ancora Yaseen, e «una volta rimosso il materiale il sito sarà sbloccato». Ma basta scorrere il flusso incessante di ‘cinguettii’ provenienti dal Pakistan con il contrassegno #twitterban per rendersi conto che la misura del governo non è solamente controproducente, ma anche inutile. «Nonostante il blocco, #twitterban è tranding in Pakistan», scrive il co-fondatore della fondazione anti-estremismi Quilliam, Maajid Nawaz, «il governo stia attento, il medievalismo ti si ritorce sempre contro». «Io sto accedendo da Islamabad», scrive Sayed Ali Abbas Zaidi, fondatore della Pakistan Youth Alliance, «beccatevi questa, forze del Medioevo!». Altri invitano a usare la rete per la connessione anonima TOR: il blog Aaqils, per esempio, che ha raccolto in un post gli svariati modi per aggirare il blocco, da Proxify a EvadeFilters, e spiegato che il servizio è accessibile per gli utilizzatori di Hootsuite e Twittcaster, oltre a funzionare tramite diverse reti mobili e per chi usi il browser Opera Lite per cellulare.

Tra i tanti che se la prendono con la «corruzione» e la «stupidità» del governo, su cui «sta ridendo tutto il mondo», c’è chi si offre di ‘twittare’ al posto dei cittadini pakistani colpiti dal blocco: «Inviatemi una mail con i vostri dati di accesso, lo farò io per voi», scrive Salman Khan. E non manca chi sottolinea che mentre il blocco ha fatto notizia in India, sui canali televisivi pakistani non se ne trova nemmeno una parola.

Nel 2010 il blocco durò due settimane. Oggi il Pakistan è già sotto osservazione per la decisione, poi ritirata, di installare un sistema di filtraggio dei contenuti online (avrebbe colpito 50 milioni di indirizzi) in tutto e per tutto simile alla ‘Grande Muraglia Elettronica’ cinese. Ipotesi che era valsa al Paese la minaccia, da parte di Reporters Without Borders, di finire tra i «nemici di Internet». E quindi in compagnia di Iran, Corea del Nord e Siria, tra gli altri: non esattamente delle democrazie. Oltre alla Cina, naturalmente: «Le autorità ne sono grandi fan», dice il leader del movimento per il libero web Bolo Bhi, Sana Saleem, «ma trascurano il fatto che la Cina è un regime autoritario e noi una democrazia».

Definizioni a parte, le scuse per censurare sono sempre le stesse: la lotta alla pornografia, alla blasfemia e a chi metta a repentaglio la sicurezza dello Stato. Se il Pakistan non dovesse ritornare, e subito, sui suoi passi, Islamabad potrebbe assomigliare pericolosamente a Pechino. Nel frattempo noi, cittadini dei Paesi liberi, dovremmo forse chiederci se sia corretto accogliere con indifferenza il diverso atteggiamento di Facebook e Twitter nel difendere i diritti fondamentali dei suoi utenti. 

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