L’esperimento di Facebook sulle emozioni è illegale?

L’esperimento di Facebook sulle emozioni è illegale?

Tra l’undici e il diciotto gennaio del 2012 Facebook ha condotto un esperimento psicologico sugli utenti a loro insaputa. Quasi 700mila account sono stati monitorati con lo scopo di analizzare le reazioni delle persone in seguito alla rimozione dalle loro bacheche di stati estremamente positivi o negativi. Tutto ciò per verificare se il contesto che li avvolgeva all’interno del social network potesse in qualche misura influenzarli, proprio come succede nella realtà. I risultati di quella che dalle parti di Menlo Park è stata definita una “ricerca”, sono stati pubblicati lo scorso marzo sulle pagine della nota rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences.

Grazie ad un sofisticato algoritmo i ricercatori della Cornell University e della University of California sono stati in grado di eliminare parole o immagini legate ai differenti stati d’animo, senza che i soggetti coinvolti ne fossero a conoscenza. Gli esiti dell’esperimento tuttavia hanno testimoniato che “le emozioni espresse dagli altri utenti influenzano le nostre”, o semplificando, gli stati positivi genererebbero stati positivi, quelli negativi stati negativi.

Al di là della validità e dell’eventuale riuscita dell’esperimento, ciò che all’epoca scatenò una pioggia di critiche sulla società di Mark Zuckerberg, fu la presunta mancanza di etica con cui venne condotta tutta la ricerca. Il dito venne puntato contro il fatto di non aver messo al corrente gli utenti coinvolti nella ricerca. Dal canto loro però i dirigenti di Facebook si difesero sostenendo che le condizioni contrattuali che ogni utente sottoscrive al momento dell’iscrizione consentono operazioni di questo tipo. Il gran polverone sollevatosi sembrava quindi dissolto senza particolari conseguenze. E soprattutto senza conseguenze sul piano della legalità.

Su quest’ultimo punto sembrano non essere molto d’accordo due professori di legge della University of Maryland. Secondo quanto riportato da “The Atlantic” James Grimmelmann e Leslie Meltzer Henry sostengono che Facebook e Okcupid (la società assieme alla quale Facebook ha condotto l’esperimento) avrebbero violato la House Bill 917, una legge dello Stato del Maryland che estende la protezione federale — per le ricerche sugli individui— a tutte le ricerche condotte in quello Stato. Ciò che viene richiesto a Facebook di fatto è di uniformarsi alla cosiddetta “Common Rule”, quella norma comune che disciplina le condizioni secondo cui vanno condotte le ricerche su persone nello Stato del Maryland.

I passaggi chiave della norma sono due e riguardano le procedure da seguire, valide per qualsiasi società, nei casi di ricerche finanziate dal governo federale. La prima richiesta implica la necessità di ottenere il consenso informato da parte dei soggetti coinvolti prima dell’inizio dell’esperimento. Tutto ciò non significa solo ottenere un via libera superficiale, ma fornire ai soggetti informazioni dettagliate riguardo al tipo di ricerca a cui verranno sottoposti. Nel secondo caso invece, secondo la legge in questione, ogni ricerca che coinvolge delle persone deve essere esaminata da un “comitato istituzionale di revisione” il quale è tenuto a vagliare la legittimità dell’esperimento.

In tutto ciò quello che resta da capire è se quella condotta da Facebook possa considerarsi o meno un ricerca vera e propria. Su questo tema i due docenti sono convinti che la essa possa considerarsi tale. «Sia la legge del Maryland che la legge federale definiscono la ricerca come uno studio sistematico, volto a sviluppare o a contribuire alla conoscenza generalizzabile — si legge sempre su The Atlantic — quindi dato che Facebook ha pubblicato i risultati del suo studio su di una rivista scientifica, le informazioni rilevate possono essere considerate generalizzabili»

Sul fronte della difesa, da Facebook insistono con la tesi secondo cui si è trattato di un test relativo al prodotto, che sottointendeva l’accettazione da parte del consumatore legata al semplice fatto di aver dato il proprio consenso nel momento in cui ci si è registrati su Facebook. La questione sembra di difficile soluzione, e il caso in questione fa riferimento ad una fattispecie regolata da una normativa di un piccolo stato americano. Ma analizzando a fondo la questione, forse potrebbe venir fuori una violazione che vale anche per le leggi di altri Stati. In ogni caso per cercare di capire come provare a tutelarsi in casi come questo, potrebbe essere utile partire dalla lettura del contratto di licenza che ognuno di noi accetta quando si registra su Facebook.

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