Statue, inchini e seni coperti: quando la cortesia verso l’ospite è una calata di brache

Italiani che si inchinano più del dovuto davanti ai diplomatici esteri. Dal baciamano a Gheddafi alle provocazioni di Pio XI. E Renzi è recidivo

L’ospite è sacro, soprattutto da noi. Non si spiega altrimenti la deferenza così italiana nell’accogliere le delegazioni straniere in visita ufficiale. Mentre il Paese si interroga sulla grottesca vicenda delle statue dei musei Capitolini – frettolosamente coperte per non offendere l’illustre rappresentante iraniano – la mente torna al passato. Si scopre così che il governo non ha fatto nulla di nuovo. Al limite tra cortesia istituzionale e calata di brache, non è la prima volta che i nostri rappresentanti si inchinano, forse più del dovuto, davanti ai diplomatici esteri. Ottobre 2015, il protagonista è ancora Matteo Renzi. Da Roma a Firenze, quel giorno è in visita lo sceicco Mohammed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario degli Emirati Arabi. A Palazzo Vecchio si decide di nascondere dietro un paravento un’opera dell’artista americano Jeff Koons: un nudo maschile in bell’evidenza che, deve aver pensato qualcuno, potrebbe urtare la sensibilità del riverito ospite.

Quando si parla di diplomazia ed eccessi di zelo non sono solo gli italiani a rischiare figuracce: ospite dell’imperatore giapponese Akihito, Barack Obama si era fatto immortalare in un perfetto inchino stile nipponico. A novanta gradi verso l’illustre interlocutore. Negli Stati Uniti non tutti gradirono il gesto

Gli ambasciatori di lungo corso non si scandalizzano. Al netto delle polemiche di questi giorni, in passato altri paesi occidentali hanno avuto simili accortezze. Un’estrema forma di educazione o semplice umiliazione? Il confine è labile. Non è forse segno di rispetto verso un ospite islamico la scelta di non servire bevande alcoliche nei pranzi ufficiali? Sono decisamente meno comprensibili altre forme di cortesia. Come le concessioni accordate alle richieste del colonnello Mu’ammar Gheddafi durante le sue ultime visite in Italia. I diplomatici presenti agli incontri ricordano ancora inorriditi le stranezze del leader libico. A partire dall’alloggio scelto a Roma: una tenda piantata nel giardino della sua ambasciata. L’anno precedente Gheddafi si era presentato indossando sull’uniforme la fotografia di Omar Al-Muktar, eroe libico simbolo della resistenza al colonialismo italiano. Nel 2010 qualcuno rimase sorpreso dal baciamano dell’allora presidente del Consiglio. Altri, invece, dal solenne ricevimento organizzato in onore dell’ospite straniero nella caserma Salvo d’Acquisto, alla periferia nord della Capitale. Appassionato di cavalli, Gheddafi aveva chiesto, e ottenuto, di assistere a un suggestivo spettacolo equestre con i nostri carabinieri e una trentina di cavalli berberi.

Lo spirito patrio impone un dovere di verità. Quando si parla di diplomazia ed eccessi di zelo non sono solo gli italiani a rischiare figuracce. Lo sa bene il presidente americano Barack Obama, che qualche anno fa è finito al centro delle polemiche per lo stesso motivo. Ospite dell’imperatore giapponese Akihito, l’inquilino della Casa Bianca si era fatto immortalare in un perfetto inchino stile nipponico. A novanta gradi verso l’illustre interlocutore. Negli Stati Uniti non tutti gradirono il gesto, considerato nella migliore delle ipotesi un evidente segno di umiliazione.

La cortesia che diventa censura. Peggio, autocensura. Nel 2008 fu il governo Berlusconi a oscurare un’opera d’arte: dietro un leggero strato di vernice finì “la Verità svelata dal Tempo”. Durante le riprese video un seno della protagonista finiva sistematicamente alle spalle del premier

Il dilemma resta. Con le delegazioni diplomatiche è meglio essere scortesi o deferenti? Il buonsenso suggerisce rispetto, il rischio di un incidente diplomatico è sempre dietro l’angolo. Devono aver pensato lo stesso a Torino, lo scorso giugno, prima di oscurare le locandine della mostra di Tamara de Lempicka in occasione della visita del Papa in città. Una vicenda passata sotto silenzio, ricordata oggi da alcuni esponenti Radicali.
Tra Chiesa e diplomazia, peraltro, il rapporto è complesso. Le polemiche di questi giorni portano i ricordi a un’altra visita ufficiale. Roma, 1938, allora l’ospite d’onore era il Cancelliere del Reich Adolf Hitler. Per l’occasione il regime fascista aveva organizzato un lunga parata per le vie della Capitale, con tanto di visita guidata ai più suggestivi musei della città. Per tutta risposta Pio XI decise di chiudere i musei vaticani, ufficialmente per restauri. Non soddisfatto, il pontefice lasciò la città per trascorrere alcuni giorni nella sua residenza di Castel Gandolfo. Ma solo dopo aver vietato a tutte le sedi vaticane di esporre insegne e bandiere lungo il percorso della delegazione. Gli storici ricordano che alcuni parroci, evidentemente di fede fascista, disobbedirono al Papa, meritandosi un severo rimprovero della Santa Sede.

Gli aneddoti e le curiosità sono numerosi, a ripercorrere la storia si rischia di perdere il filo. Meglio tornare alle statue del Campidoglio, oscurate per non imbarazzare la delegazione iraniana. La cortesia che diventa censura. Peggio, autocensura. Anche stavolta i precedenti non mancano. Nel 2008 fu il governo Berlusconi a oscurare un’opera d’arte per non offendere la sensibilità altrui. Dietro un leggero strato di vernice, per l’occasione, finì “la Verità svelata dal Tempo”, riproduzione della celebre opera di Giambattista Tiepolo. La Presidenza del Consiglio aveva voluto l’immagine nella sala conferenze di Palazzo Chigi, sublime allegoria delle trasparenti politiche governative. Poco dopo, però, qualcuno si era accorto che durante le riprese video un seno della protagonista finiva sistematicamente alle spalle del premier. Si decise così di metterci un pezza, letteralmente.

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