Due anni passati a caccia di musica etiope

Pochi lo sanno, ma il Corno d’Africa ha una grande vitalità artistica: alle sue forme tradizionali si affiancano chitarre elettriche. Il tutto raccolto da un documentarista spagnolo

In Etiopia ci sono almeno 80 culture diverse, e 100 milioni di abitanti. Un Paese immenso che ospita savana, giungla e altipiani: conosce il Nilo e le culture della regina di Saba (dicono), ha una popolazione in gran parte musulmana, ma con una fortissima componente cristiana (che ha il potere). L’unica cosa che li accomuna, allora, è la musica. O almeno: le varie forme di musica.

Il pluripremiato documentario Roaring Abyss cerca di vendersi come un “poema audiovisivo”, realizzato dal regista spagnolo Quino Piñeiro per descrivere la grande varietà dei suoni africani. Dopo due anni di ricerca nel Corno d’Africa, ha raccolto e registrato storie e canti, danze e musiche delle diverse popolazioni locali. Ne è uscito un quadro complesso: agli strumenti tradizionali da cartolina, come il krar o il washent (una sorta di flauto) si sovrappongono chitarre elettriche e microfoni. Cosa rimane della tradizione? E cosa si trasforma? È un abisso, appunto, molto scuro.

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