Sanremo è spaventosamente misogino, ed è ora di protestare davvero

Sanremo 2018. 35 uomini e 4 donne. Ma Il festival non ha mai avuto direttori artistici donna, ha avuto poche conduttrici. È ora di ribellarsi. Con l’hashtag #LafigaLaPortoIo

Sanrema.

Madonna come suona male al femminile. Non che sindaca, presidenta o quel che sia stato oggetto della battaglia linguistica della Presidente della Camera Boldrini suoni meglio, è. Ma Sanreama suonerebbe proprio male male.

Il fatto è che Sanremo, o meglio il Festival della Canzone Italiana di Sanremo, e dire che Canzone è appunto parola chiara, come Musica, ha un serio problema con il femminile, quest’anno. O forse ce l’ha sempre avuto. Mai una direttrice artistica donna, in sessantotto edizioni. Pochissime le presentatrici, mai richiamate a ripetere la propria esperienza. Anzi, le edizioni di Raffaella Carrà, della Clerici o di Simona Ventura vengono ancora oggi ricordate come dei fallimenti epocali, nonostante i numeri e le circostanze dicano altro.

Per dire, quando la Ventura ha presentato Sanremo, nel 2004, a vestire i panni di direttore artistico è stato chiamato Tony Renis. Ricordiamo che quello era il Festival boicottato dalle major, le grandi case discografiche, quindi un Festival monco in partenza. Bene, per tutti quello è stato il flop della Ventura, così come, parlandone in precedenza, era il Festival di Tony Renis. Mentre, i vari festival di Bonolis, che prevedevano la figura di Gian Marco Mazzi come direttore artistico, erano in tutto e per tutto i Festival di Bonolis, perché non sia mai che si scalfisca la professionalità di un uomo.

Quindi forse Sanremo ha da sempre un problema di genere. Un problema serio, se mai il mondo delle canzonette possa essere preso seriamente, e se mai il Festival non sia già in partenza qualcosa di poco serio in sé, canzonette a parte.

Però il Festival della Canzone Italiana vede coinvolta la RAI, che è un servizio pubblico, e il Comune di Sanremo, quindi la faccenda delle quote rosa potrebbe anche avere un certo rilievo, superiore alle chiacchiere da bar che solitamente circoscrivono i discorsi relativi al Festival.

Nell’edizione marchiata Claudio Baglioni, e conseguentemente Friends & Partners, infatti, quella numero 68 che andrà in scena dal 6 al 10 febbraio 2018 sono infatti presenti pochissime donne. Quasi nessuna, se volessimo azzardare un discorso statistico. I cantanti in gara, tra i BIG, sono venti. Ma quest’anno, in un intento ecumenico che in realtà chiama molto alla memoria il manuale Cencelli tanto caro alla Prima Repubblica, gli aristi in gara sono molti di più. Un po’ per la forte presenza di band, addirittura cinque, dai Decibel di Enrico Ruggeri, ai The Kolors, passando per le rinate Vibrazioni, i morituri Elio e le Storie Tese e gli indie Lo Stato Sociale, tutti uomini. Un po’ per la forte presenza di duetti e collaborazioni varie, anche qui con un fortissimo orientamento maschile. Si va dagli ex Pooh Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, al duo campano composto da Enzo Avitabile e Beppe Servillo degli Avion Travel, passando per Ermal Meta in coppia con Fabrizio Moro, Diodato e Roy Paci e il trio d’altri tempi composto da Ornella Vanoni, Toni Bungaro e Pacifico, con la Vanoni unica donna della nutrita schiera. Per il resto al fianco della cantante milanese le sole Nina Zilli, Annalisa e Noemi, poi solo e soltanto uomini. Qualcosa come trentacinque uomini contro quattro donne. Davvero una percentuale irrisoria, quella femminile. A quel punto tanto valeva fare qualcosa per soli uomini e non parlarne più. Anzi, il tutto avrebbe dato maggior risalto al Festivalino di Anatomia Femminile, che proprio da queste pagine avevamo lanciato in luglio, festival virtuale per sole cantautrici che ha dato modo a oltre centoquaranta artiste di esibirsi, sui social.

Baglioni, invece, pavidamente, ha optato per una minima quota, come quando si prevede un menu vegetariano a base di verdure bollite e grigliate al fianco di un sontuoso menu a base di pesce, frutti di mare e aragoste durante un pranzo di matrimonio. Come se già qualsiasi altro ambito lavorativo non fosse così pesantemente permeato di maschilismo. Anche nel campo dello spettacolo.

Allora, forse, è il caso di pensare a qualcosa di eclatante, o quantomeno di sufficientemente dadaista, per riportare il femminile al centro della scena. Come però capita in genere agli esclusi, non basta metterlo al fianco del maschile, tocca metterlo in primo piano, come quando in certi film d’azione l’eroe di turno fa irruzione in un contesto dal quale è stato tagliato fuori, scatenando terrore nei cattivi e un sussulto di speranza in chi ha sempre fatto il tifo per lui.

Ho già avuto modo di lanciare sommessamente questa cosa, ma credo sia arrivato il momento di farlo in maniera più strutturata.

Da qualche anno a questa parte, diciamo da quando prima la rete in generale, e poi i social nello specifico hanno preso sempre più campo, un evento si può definire tale solo nel momento in cui entra in trend topic nei vari Twitter e compagnia bella. Se non ci sei non esisti, verrebbe da dire parafrasando un vecchio slogan. Il Festival di Sanremo, che in passato è stato socialmente uno degli appuntamenti più importane della nostra cultura popolare, non è esente da questa prova del nove. Tanto è vero che i vari addetti alla comunicazione della kermesse non mancano mai di ricordare gli hashtag e i canali ufficiali da menzionare e su cui andare a lasciare commenti.

Bene, in vista di questa sessantottesima edizione tutta al maschile, giunta, guarda caso, proprio a cinquant’anni dal Sessantotto (la sessantottesima edizione a cinquant’anni dal Sessantotto, gli appassionati di Cabala saranno impazziti) sarà sui social che si potrà giocare la partita della parità di genere, rifacendo nostro, o meglio, loro, delle donne, un vecchio slogan femminista così in voga dieci lustri fa, l’utero è mio e me lo gestisco io. Una versione aggiornata di quello slogan, per l’occasione trasformato in hashtag, perché se non hai un hashtag non esisti, sempre per rimanere nelle parafrasi. Hashtag da unire al già celebre #sanremo2018 e da corredare con fotografie di tette, culi e peli pubici, decidete voi che immagine vi è più cara e vi sembra più rappresentativa della vostra femminilità. L’hashtag con cui attaccare il Festival deve essere #LaFigaLaPortoIo, e via foto delle vostre parti anatomiche. Un modo certo maschilista per raccontare la femminilità, ma sicuramente incisivo e di facile decodificazione. Una sorta di flashmob virtuale, come quando in milioni di persone hanno invaso i social di Salvini con immagini di gattini. Solo che stavolta saranno fighe, tette e culi.

L’invito, ovviamente, è rivolto a tutte voi, donne, ma in modo particolare alle donne del mondo dello spettacolo, toccate in prima persona da questa discutibile scelta artistica messa in atto da Claudio Baglioni. L’invito, però, non è rivolto tanto e solo alle escluse, ovviamente anche a loro, ma anche alle quattro donne partecipanti, segno di solidarietà per chi è rimasta fuori, e anche a chi neanche ci ha mai pensato di andare a Sanremo. L’invito, poi, visto che l’idea parte da me, è rivolto anche alle oltre centoquaranta partecipanti al Festivalino di Anatomia Femminile, e a tutte le artiste di valore che abbiamo in questo nostro panorama italiano così pesantemente orientato a celebrare l’uomo.

Giorgia, per dire, che aspetti?

Laura Pausini, lo so abbiamo avuto incomprensioni in passato, e probabilmente presto torneremo a averne, ma questo resta in ascolto che c’è un messaggio per te.

E poi, tutte le altre, da Loredana Bertè alla pasionaria Fiorella Mannoia, da Carmen Consoli alla sempre più bella (cit.) Paola Turci, da Syria a Paola Iezzi, passando per Dolcenera, Andrea Mirò, Marina Rei, Le Deva, Angela Baraldi, L’Aura, Baby K, Giusy Ferreri, Elisa, con o senza parrucca bionda, Francesca Michielin, Gianna Nannini, Tosca, Emma Marrone, Alessandra Amoroso, Malika Ayane, Patty Pravo, Arisa, Levante, Mietta, Alice, Antonella Ruggiero, Anna Oxa, e anche tutte le cantanti del mondo indipendente, da Maria Antonietta a Giorgieness, da Simona Molinari a Federica Camba, valgano i loro nomi per tutte, e chissà quante me ne sono dimenticato.

La figa la porto io, questo il concetto. #LaFigaLaPortoIo, questo l’hashtag, da unire all’hashtag #Sanremo2018 e da corredare con una foto di tette, culi e peli pubici, e largo alla fantasia.

Rendiamo Sanremo un posto meno noioso, almeno per quest’anno. E se mai in futuro dovesse mai capitare come nel romanzo della Alderman, Ragazze elettriche, che il mondo diventerà un luogo dominato dalle donne, lo giuro, sarò il primo a farmi una polaroid del pisello e a metterlo in rete.

Per quest’anno #LaFigaLaPortoIo.