CortocircuitoCosì i social ci hanno fottuto il cervello (e non si può tornare indietro)

Cultural Stereotype

L'ultimo libro di Gabriele Ferraresi, “Cortocircuito” (Ledizioni), è la presa di coscienza di un fallimento. Anche chi sta dalla parte giusta usa i social in modo sbagliato, alimentando così ogni giorni una dinamica che ci sta fregando

Forse è fisiologico, ma negli ultimi anni sembra che tutti gli aspetti legati alla vita online stiano diventando molto più faticosi. Dalla condizione di burn-out permanente cui sono affetti i lavoratori del cosiddetto “terziario avanzato” (che non è nient’altro che il nuovo proletariato cognitivo: poche tutele, pochi soldi, nessuna possibilità di disconnettersi) di cui ha scritto il Guardian in un articolo molto letto e discusso nei giorni scorsi, alla palese difficoltà di avere a che fare con le contraddizioni e le degenerazioni che porta il cosiddetto Capitalismo delle Piattaforme: il futuro di Facebook sarà anche privato, come dice Mark Zuckerberg, e Instagram toglierà pure i Like (sono entrambe cose tutte da verificare, ovviamente), ma è evidente che i modelli di business, pur se riconfigurati, avranno sempre conseguenze riguardo l’estrazione di dati, la privacy e la società del controllo.

Ormai è troppo tardi per tornare indietro, e non avrebbe nemmeno più senso, ma stiamo vivendo in un vero e proprio mondo “al di là” in cui è diventato difficile capire se la vita offline imita la vita online, o ne é propriamente subordinata. Soglia dell’attenzione, capacità di articolare pensiero complesso, alfabetizzazione e consapevolezza nell’analizzare le cose che succedono. Tutti i pilastri su cui si fonda la “vita di comunità” nella democrazia per come la conosciamo sono costantemente messe in discussione da meccanismi che — e lo diciamo in modo volutamente brutale — portano a una complessiva deumanizzazione.

Dalla FREGATURA di cui scrive Jaron Lanier in Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social (il Saggiatore) passando per la discussione sull’uso dei dati nella costruzione di una vera e propria società di controllo (in autunno uscirà per LUISS University Press il libro di Soshanna Zuboff Il capitalismo della sorveglianza), fino ai modi in cui la vita online sostanzialmente agisce a livello profondo per cambiare le abitudini e riconfigurare la mente (dal citatissimo Psicopolitica di Chul Han Byung, Nottetempo, a 24/7 di Jonathan Crary, Einaudi) e la progressiva incapacità di essere nel mondo perdendo l’uso della parola e dell’analisi (La conversazione necessaria di Sherry Turkle, Einaudi), il dibattito è decisamente vivace. Se davvero viviamo nella Nuova era oscura per cui, come scrive James Bridle (Not), le conseguenze dell’accettazione acritica della computazione e del soluzionismo saranno così radicali da portare una regressione nell’intelligenza umana, allora bisogna capire come architettare un movimento di resistenza. Non tanto per essere luddisti (non serve a niente), né tantomeno per lasciare in massa i social network (anche quello è inutile), quanto per costruire un modo per vivere decentemente in un “tempo interessante”.

È un atto di accusa, e anche una realistica considerazione di sconfitta generazionale: nessuno ha mai provato a voler cambiare il mondo, e ci si è fatti assorbire dalla logica del LOL per cui tutto vale tutto, ogni interpretazione va letta ironicamente e l’unico vocabolario possibile è quello vuoto dei meme

Da ex tecnoentusiasta pentito, convinto ai tempi che i social network avrebbero creato quello spazio di condivisione e scambio di conoscenza che stava alla base della primigenia utopia dell’Internet regalato a tutti da Sir Tim Berners-Lee, ho vissuto in prima persona quel “cortocircuito” di cui scrive Gabriele Ferraresi nel suo ultimo libro (Cortocircuito. Come politica, social media e post-ironia ci hanno fottuto il cervello, Ledizioni). I social ci hanno sostanzialmente fottuto il cervello per via di un mescolamento di reale e fittizio, preponderanza dell’economia del narcisismo, annullamento dello spirito critico in favore della logica dell’influencing (che per Ferraresi rappresenta la risposta sbagliata a un problema complesso: come affrontare il dibattito politico quando vivi in una costante echo-chamber che si nutre di indignazione?) e una progressiva degenerazione isterica verso un atteggiamento umano volto al trolling, all’annientamento e alla prevaricazione (tra gli esempi fatti nel libro ci sono i boicottaggi online ai brand colpevoli di non essere allineati, oppure il più generale modo di stare quotidianamente sui social e rispondere pavlovianamente con il coltello tra i denti a qualsiasi cosa).

Quello di Ferraresi è un pamphlet che parte dalla presa d’atto di una frustrazione: anche noi che ci consideriamo “dalla parte giusta” (il noi di Ferraresi comprende la cosiddetta bolla liberal dei millennials di quel terziario più o meno precario che si muove nei quartieri hip delle grandi città e si occupa di cultura, sociale e comunicazione… insomma, anche l’autore di questo articolo ci è dentro) stiamo facendo tutto nel modo sbagliato. Ci indigniamo per i post di Salvini, cascando sempre alle sue strategie di distrazione di massa; ci occupiamo di attivismo a uso e consumo del presente permanente per cui basta mettere una cornice “giusta” alle nostre foto profilo per essere engagé e magari organizziamo una (giustissima) raccolta fondi nel giorno del nostro compleanno pensando di essere a posto con la coscienza. È un atto di accusa, e anche una realistica considerazione di sconfitta generazionale: nessuno ha mai provato a voler cambiare il mondo, e ci si è fatti assorbire dalla logica del LOL per cui tutto vale tutto, ogni interpretazione va letta ironicamente e l’unico vocabolario possibile è quello vuoto dei meme.

Se ci fossero risposte le avremmo già impacchettate e vendute a qualcuno. Per Ferraresi, ad esempio, la proposta più convincente ora come ora è “non partecipare” al cortocircuito. Starne a lato, giocare d’attesa. Ognuno ha il suo modo per convivere dentro questa nuova configurazione. C’è chi ha smesso di regalare contenuti originali a Zuckerberg, c’è chi sta cercando di usare Instagram per fare controinformazione autentica (ad esempio portando avanti il tema del cambiamento climatico, o fare debunking alle fake news governative — di ogni governo nazionalpopulista — su immigrazione e delinquenza), c’è chi sta scegliendo di non partecipare al gioco dell’indignazione facile, che forse è davvero l’altra faccia della stessa medaglia. L’unica certezza è che con questa degenerazione bisogna conviverci. I social network ci stanno fregando non perché sono cattivi, ma perché hanno amplificato i nostri più reconditi bisogni di riconoscibilità, narcisismo, soddisfazione e spettacolarizzazione: il nostro bisogno di consolazione passa anche da questo, ma così facendo non ci rendiamo conto di essere parte del problema e non della soluzione.