Guida galattica per europeisti Le cose essenziali da sapere su Mes, Bei, Sure

Se n’è parlato molto. Una spiegazione facile per parlarne con chiunque, oltre gli slogan

Nell’ultimo mese anche i meno europeisti hanno imparato a forza quattro sigle: Bce, Bei, Sure e Mes, la filastrocca di aiuti dell’Unione europea che vale intorno ai 1500 miliardi. Ma cosa c’è oltre le sigle e cosa ha fatto concretamente l’Europa? Primo, la Commissione europea ha sospeso il Patto di Stabilità e Crescita: ora ogni paese potrà indebitarsi quanto necessario per l’emergenza. Per contenere il costo del debito abbassando i tassi di interesse, poi, è intervenuta la Banca Centrale Europea, attivando un programma di acquisto di titoli straordinario, il PEPP: per il solo 2020 la BCE acquisterà titoli pubblici e privati per almeno 750 miliardi di euro, in aggiunta ai 240 miliardi che avrebbe già comprato.

Subito si è chiesto di fare di più. Ma non dimentichiamo che il budget dell’Ue è pari a solo l’1 per cento del Prodotto interno lordo dell’area euro e va suddiviso tra tutti i paesi: a confronto, il bilancio italiano del 2019 ammontava a più di 850 miliardi di euro — quasi il 45 per cento del Pil.

La Commissione ha fatto quello che poteva entro i suoi limiti, come abbiamo raccontato. Ha anche proposto e fatto approvare lo stanziamento di 37 miliardi di euro dai restanti fondi europei del periodo 2014-2020 per sostenere spese mediche e prestiti alle piccole e medie imprese, costituendo il Coronavirus Response Investment Intiative. Inoltre, altri 3 miliardi del budget del 2020 sono stati destinati alla crisi. Per quanto riguarda la sanità, l’UE non può fare molto di più oltre coordinare gli sforzi: non si ripete mai abbastanza spesso che la sanità è una competenza esclusiva degli stati membri.

Chi decide le misure più importanti. Il compito di ideare risposte più coraggiose e innovative spetta ai singoli Stati e cioè al Consiglio dell’Unione Europea, l’organo che riunisce tutti i ministri dei 27 Paesi dell’Unione. In particolare, trattandosi di misure economiche, le decisioni più importanti saranno discusse dai ministri delle Finanze, che insieme formano l’EcoFin.

In questi giorni si sta parlando molto dell’Eurogruppo, cioè l’assemblea dei 19 ministri delle finanze dei Paesi con l’euro. È proprio in questa sede che si stanno discutendo tutte le proposte di cui leggiamo sui giornali — sì, anche gli eurobond

Il 9 aprile l’Eurogruppo si è messo d’accordo per sostenere una mozione per mobilitare 540 miliardi di euro. Questa proposta è stata votata poi dal Parlamento Europeo nella sessione straordinaria del 16 e 17 aprile, che già prima si era dichiarato a favore. Il pacchetto prevede tre misure principali: il Sure, ossia proposta di una Cassa Integrazione Europea, fondi per la Banca Europea degli investimenti, e una linea di credito speciale del Meccanismo europeo di stabilità

Il Sure. Un fondo straordinario e temporaneo istituito per «mitigare i rischi di disoccupazione ed emergenza» (in inglese è Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency, per fare quadrare l’acronimo). Il Sure è stato pensato per preservare i posti di lavoro durante il lockdown e la successiva, si spera, ripresa economica,permettendo alle aziende di ridurre il numero di ore lavorate senza licenziare i lavoratori o tagliare i loro stipendi.

I media nostrani l’hanno spesso spesso chiamata Cassa Integrazione (CIG) Europea, facendo riferimento allo strumento italiano che come un “ammortizzatore sociale” assicura lo stipendio dei lavoratori quando, per ragioni particolari, si vedono ridotti il numero di ore di lavoro o rischiano il licenziamento.

In Italia la Cig copre circa l’80 per cento dello stipendio e viene pagata dalla cosiddetta “fiscalità generale” (cioè le tasse che versiamo) tramite l’Inps, talvolta con il contributo delle stesse aziende. Però è uno strumento per le emergenze e solitamente viene negoziato dall’azienda nel corso di trattative con i sindacati e i governi, appunto perché si tratta di circostanze straordinarie. Lo ha fatto anche decreto Cura Italia, con il quale il governo ha stanziato 4 miliardi di euro per finanziare una cassa integrazione in deroga per l’emergenza COVID-19.

Per questo il fondo SURE non istituisce davvero una CIG europea (processo che sarebbe molto laborioso), bensì un fondo che serve a mobilitare rapidamente molte risorse per rafforzare ed estendere l’utilizzo degli ammortizzatori sociali già esistenti, o addirittura permettere di istituirla nei paesi in cui non fosse prevista. È pensata per fare in modo che gli Stati Membri possano tutelare i lavoratori stagionali o nei settori che sono più colpiti dalle misure di distanziamento sociale, come i camerieri. La misura, insomma, è stata pensata soprattutto per Italia e Spagna, che hanno settori come il turismo molto sviluppati.

Il SURE è una specie di “salvadanaio”, nel quale ogni stato verserà una quota in porzione al proprio Pil fino a raggiungere la quota di 25 miliardi di euro. Questo deposito costituirà quella che in gergo tecnico viene chiamata garanzia e sarà utilizzato per raccogliere sul mercato del credito fino a 100 miliardi di euro. Questo denaro verrà dato in prestito a condizioni agevolate (praticamente, a tasso zero) ai paesi europei che dovranno far fronte a grandi aumenti della spesa pubblica per tutelare il lavoro, di modo che possano finanziare una spesa maggiore senza indebitarsi tramite l’emissione di titoli.

Le garanzie, insomma, servono ad assicurare il pagamento di quella parte dei debiti concessi che non potranno essere saldati. Visto che si tratta di debiti contratti dagli stati, non si dovrebbero correre rischi e le garanzie dovrebbero essere restituite ai rispettivi paesi al termine dell’emergenza.

L’aspetto più problematico del SURE è che le garanzie degli Stati Membri saranno versate su base volontaria. La logica di fondo è permettere a paesi come Italia e Spagna (rispettivamente la terza e la quarta economia dell’Unione) di ottenere prestiti agevolati senza dover contribuire. Ma bisognerà capire quanti Paesi mostreranno solidarietà perché in sostanza questa è una mutualizzazione del debito.  Il testo della proposta si può consultare qui

L’intervento della Bei. La Banca Europea per gli Investimenti è, per dirla in gergo tecnico, un’istituzione finanziaria multilaterale — ossia una banca dei paesi europei. È diversa dalla Bce, perché è finanziata attraverso i contributi degli Stati Membri e si occupa di offrire prestiti alle piccole e medie imprese (PMI), oltre che di investimenti in tutta l’UE attraverso il Fondo di Investimento Europeo (EIF, in inglese).

Più del 90 per cento  delle attività della Bei consiste nel fornire prestiti alle imprese di tutte le dimensioni. Solitamente, la BEI utilizza il suo capitale per contribuire ai prestiti, anziché coprirli interamente: in questo modo riesce ad attirare un maggior numero di investitori nei progetti, contribuendo a renderli più sicuri.

Offre i suoi prestiti anche a progetti che otterrebbero condizioni più rigide rivolgendosi a una banca tradizionale. In altre parole, accetta più rischio di una banca commerciale. Può permettersi di farlo perché si finanzia sul mercato del credito a costi praticamente nulli: infatti, il suo debito è garantito da tutti gli Stati Membri, che sono istituzioni così affidabili che i tassi di interesse sono bassissimi.

La BEI istituirà un fondo di garanzia di 25 miliardi, grazie ai contributi dei paesi membri, e li utilizzerà per indebitarsi fino a 200 miliardi di euro. Metterà a disposizione questi soldi come prestiti a condizioni vantaggiose alle Piccole e medie imprese europee. Questa è la seconda misura messa in atto dalla Bei, che aveva già messo a disposizione garanzie per costituire un altro fondo da 40 miliardi.

E no, prima che si abbia tempo di pensare male: non saranno altri soldi “sottratti” agli italiani. Al contrario, la Bei ha finanziato quasi 5000 progetti in Italia, investendo oltre 220 miliardi di euro nel nostro paese dalla data della sua fondazione — quasi 150 solo negli ultimi 15 anni.

Solo nel 2019, l’Italia è stato il paese che ha ricevuto più denaro in termini assoluti (seguito solo da Spagna e Francia) e uno dei più alti in percentuale rispetto al Pil: su 63 miliardi di prestiti, al nostro paese ne sono andati quasi 11.

L’accesso senza condizioni al Mes per le spese sanitarie. In Italia non si può parlare del Mes senza avere già un’opinione, è un dato di fatto. Non stiamo a ripetervi qui come stanno le cose per davvero: finanziare il debito con il Fondo Salva Stati sarebbe di sicuro più conveniente che tramite i nostri buoni del Tesoro. La questione è delicata, certo, ma è né bianca né nera come sembrano suggerire i politici di tutti gli schieramenti.

L’Eurogruppo si è accordato per creare una linea di credito speciale per raccogliere fino 240 miliardi di euro. Ogni paese potrà prendere a prestito fino al 2 per cento del proprio PIL: se avete fatto i conti, sono più di 35 miliardi di euro per l’Italia (e, ricordiamo, finora il governo ne ha stanziati solo 25). Le condizioni? Utilizzarli per coprire i costi diretti o indiretti riguardo la gestione sanitaria e la prevenzione del virus.

E poi? Queste misure sono a tutti gli effetti dei prestiti, che andranno restituiti, anche seguendo i criteri di aggiustamento di bilancio quando la crisi sarà finita. È l’ennesima questione sulla sostenibilità del debito italiano. Ma quello che conta sottolineare è che questi strumenti finanziari sono a tutti gli effetti dei “mini” eurobond: sono debito garantito a livello europeo, più sostenibile ed economico per gli stati membri, erogato a condizioni molto vantaggiose. La differenza? Non è un programma strutturale, che, come abbiamo già raccontato, richiederebbe anni per essere implementato.

Inoltre, l’Eurogruppo discuterà l’istituzione di un Fondo di Ripresa straordinario: tra i giornalisti si riporta la voce di 500 miliardi di euro. Il fondo sarà «temporaneo, mirato e commisurato con i costi straordinari della crisi corrente», hanno dichiarato i membri dell’Eurogruppo nella conferenza stampa dopo il 9 aprile.

Quindi, quanti soldi sono stati messi a disposizione? Ricapitoliamo: la BCE si è impegnata a comprare almeno 750 miliardi di euro, oltre ai 240 già pianificati, superando abbondantemente i mille miliardi di euro. Su un altro piano si mette la Commissione Europea, che ha stanziato complessivamente 40 miliardi del budget europeo per gestire l’emergenza. L’Eurogruppo ha raggiunto un accordo per 100 miliardi di cassa integrazione europea, 240 per prestiti alle imprese attraverso la BEI e altri 240 con il Mes. Inoltre, si parla di un fondo per la ripresa economica di 500 miliardi di euro.

A questo, vanno aggiunte tutte le spese dei singoli stati, che si dividono in spese dirette e garanzie per i prestiti. Ad esempio, l’Italia spenderà 25 miliardi e stanzierà garanzie per coprire fino a 750 miliardi di prestiti alle imprese.

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