La propostaCome rendere l’Unione europea meno divisa tra Paesi centrali e periferici

Non è possibile estendere a tutta Europa il modello tedesco fondato sulle esportazioni, un limite anche per la Germania stessa. I leader europei devono essere in grado di offrire risposte adeguate

La sostenibilità a lungo termine del progetto europeo richiede un’azione su più fronti. Il primo passo, urgente, riguarda una soluzione condivisa al problema del debito dei paesi della “Periferia meridionale”, che si trovano in una trappola di deflazione da debito [Koo 2011]. In Italia, il sistema produttivo arranca, travolto nella spirale debito sovrano-banche-imprese. Non c’è modo di riprendere la crescita senza risolvere il problema del debito e il connesso processo di deleveraging, che sta uccidendo la domanda.

Come dimostra la storia delle crisi passate, con il peggiorare della situazione il creditore affonderà con il debitore, una lezione ben compresa dall’amministrazione statunitense in occasione della crisi del debito dei paesi emergenti scoppiata nel 1982. Dopo sette anni di ripetuti cicli di riprogrammazione e ristrutturazione del debito, il Piano Brady (varato nel 1989) ha offerto una soluzione che, abbinando riforme strutturali e riduzione del debito, è servita da catalizzatore per rilanciare la crescita nei mercati emergenti [EMTA 2009].

Non era inteso come un atto di solidarietà: sulla base della sua esperienza a Wall Street, Brady aveva capito che invertire il flusso dei capitali, in quel momento in fuga dalle nazioni debitrici, era fondamentale per la sopravvivenza delle banche creditrici: era una politica (illuminata) di autodifesa, ritenuta necessaria per liberare le risorse congelate delle banche statunitensi e riavviare i prestiti. L’Unione economia e monetaria avrebbe bisogno di una simile capacità di guardare oltre il ristretto interesse immediato ed evitare la fallacia della composizione rappresentata dal rischio sistemico. Le diverse proposte di mutualizzazione del debito volte a disinnescare la bomba rappresentata dall’indebitamento pubblico e privato devono tuttavia superare l’obiezione (non solo) tedesca del rischio di azzardo morale.

Per uscire dalla crisi è inoltre necessario rovesciare le misure deflazionistiche che soffocano l’UME. La sostenibilità a lungo termine comporta una nuova strategia che assegna un’importanza strategica alla guida degli investimenti da parte dello Stato attraverso politiche industriali orientate alla diversificazione, all’innovazione e al rafforzamento delle strutture economiche dei paesi periferici. Questo cambiamento di strategia è ancora più importante oggi, in quanto assistiamo a un’altra importante svolta strutturale, nella domanda, nella produzione e nelle tecnologie, e nel commercio mondiale.

La crisi ha dimostrato non solo l’impossibilità di estendere a tutta Europa il modello tedesco fondato sulle esportazioni, ma anche i limiti di questo modello per la Germania stessa. Non sussistono più infatti le condizioni che hanno garantito il successo delle esportazioni tedesche negli anni precedenti e successivi alla crisi, il contesto economico sta cambiando radicalmente e i leader europei devono essere in grado di offrire risposte adeguate.

Servono investimenti pubblici e privati mirati a rispondere alle nuove esigenze sociali e tecnologiche. Serve un progetto comune, una guida pubblica capace di prevedere, indirizzare e accompagnare la direzione del cambiamento e dell’innovazione, in modo da garantire il raggiungimento di uno sviluppo autonomo. Solo in questo modo, ripristinando i due motori della crescita – investimenti ed esportazioni – l’Europa potrà affrontare gli ostacoli che hanno impedito il proseguimento della convergenza del reddito pro capite e della crescita sostenibile.

A tal fine, non è sufficiente investire in infrastrutture: è necessario allineare le infrastrutture di produzione e di consumo alle esigenze di un modello sociale sostenibile nel lungo periodo, riscoprire e realizzare il «modello sociale europeo», che ha ispirato le prime idee di Europa comune e i cui principi sono stati disattesi a caro prezzo.

È necessario sfruttare maggiormente le complementarità positive tra equità ed efficienza; complementarità che suggeriscono che investire nelle persone e affrontare il problema delle disuguaglianze possa rispondere all’urgente necessità di creare occupazione, favorendo al tempo stesso l’innovazione e la sostenibilità a lungo termine. L’aumento dell’occupazione, dunque, come presupposto indispensabile per la sostenibilità a lungo termine di un sistema inclusivo.

Accanto a questo, l’aumento dell’offerta di capacità qualificate cui deve corrispondere un aumento della creazione di posti di lavoro di qualità. L’offerta di servizi pubblici di qualità, che può dare risultati migliori a lungo termine rispetto alla deregolamentazione dei mercati del lavoro.

La facilitazione delle transizioni critiche nel corso della vita, che riduce la probabilitàche le persone rimangano intrappolate nell’inattività e nella dipendenza dal welfare.  Una politica strategica indipendente di sviluppo economico e sociale mette in discussione l’attuale costruzione istituzionale dell’UME, il patto di stabilità, le regole di politica monetaria e l’intero programma di aggiustamento della BCE e della CE.

Le politiche di austerità, che limitano la capacità di spesa dei governi, impongono riduzioni degli investimenti sociali, mentre le riforme strutturali, interpretate unicamente come mercatidel lavoro più flessibili, compromettono la crescita a lungo termine. Come indicato nel capitolo 6, il rafforzamento delle azioni di politica industriale a livello europeo dovrebbe mirare a ripristinare la convergenza: esse dovrebbero essere coordinate con le politiche nazionali (e regionali) miranti a colmare le specifiche carenze, regionali e settoriali.

La difficoltà di attuare tale politica non va sottovalutata. I principi ispiratori del modello sociale europeo sono stati spazzati via dall’ideologia del mercato, con i corollari di azzardo morale e free riding. Inoltre, come sostenuto da Levy per quel che riguarda il caso francese, lo smantellamento della maggior parte degli strumenti della politica industriale statalista negli anni Ottanta e Novanta ha privato il governo di capacità istituzionali e fiscali critiche.

Rompere con il paradigma neoliberista richiede qualcosa in più della volontà politica; richiede elevate capacità amministrative e gestionali sul fronte pubblico, e tali capacità non possono essere presupposte, neppure in un paese come la Francia con una lunga tradizione di intervento statale nell’economia e una visione relativamente positiva dello Stato [Levy 2016, 20]. L’infrastruttura di conoscenza, esperienza, idee, cultura che è necessaria per attuare una nuova politica industriale non è stata coltivata negli ultimi decenni nelle università, nei ministeri, nei think tank, nella società, conquistati dal paradigma del mercato, e deve, quindi, essere ricostruita quasi da zero.

Giuseppe Celi è professore di Economia all’Università di Foggia
Dario Guarascio è ricercatore di Politica economica alla “Sapienza” Università di Roma
Annamaria Simonazzi è professore di Economia alla Sapienza Università di Roma
Andrea Ginzburg (1940-2018) è stato professore di Politica economica nell’Università di Modena e Reggio Emilia

Da “Una Unione divisiva. Una prospettiva centro-periferia della crisi europea- Come salvare il progetto europeo” (Il Mulino) di Giuseppe Celi, Dario Guarascio, Annamaria Simonazzi e Andrea Ginzburg

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