RealpolitikPerché l’Unione europea non sanzionerà la Cina sulla questione di Hong Kong

L’Alto rappresentante Borrell esprime «grave preoccupazione», ma Bruxelles non vuole allinearsi alla linea dei dazi chiesti da Donald Trump. L’elefante nella stanza è il trattato commerciale con Pechino cui la Germania non è risposta a rinunciare

Afp

Gli Stati Uniti minacciano dazi e sanzioni alla Cina per le leggi liberticide su Hong Kong, ma l’Unione Europea non seguirà il volere di Donald Trump perché vuole proteggere i propri interessi commerciali nell’area. Così i 27 Paesi europei cercano di scansarsi dai problemi dell’ex colonia britannica, uno dei teatri della nuova guerra fredda in atto fra Pechino e Washington.

Lo scorso 21 maggio, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato la legge sulla sicurezza nazionale punendo qualsiasi tentativo di secessione, terrorismo e atti che mettano a rischio il controllo del partito su Hong Kong, comprese azioni di «sovversivismo» nel quale potrebbero ricadere anche le libertà di parola e protesta. Per esempio, saranno previste pene pecuniarie e carcere per chi insultasse l’inno cinese. L’ennesima mossa della tattica di Pechino per minare l’autonomia dell’ex colonia britannica, distaccatasi dal Regno Unito nel 1997.

Qual è stata la risposta di Bruxelles? «L’Unione esprime grave preoccupazione per i passi intrapresi dalla Cina – ha commentato l’alto rappresentante Josep Borrell –. Ciò rischia di compromettere seriamente il principio “Una nazione, due sistemi” e l’alto grado di autonomia della regione. Le relazioni dell’Europa con la Cina sono basate sul rispetto e la fiducia reciproci. Questa decisione mette in discussione la volontà cinese di mantenere i suoi impegni internazionali». Ma non mette in discussione gli affari.   

Una censura di facciata, di fatto. Non sono contemplate sanzioni, come ha confermato a Politico.eu un diplomatico comunitario di rango e come ha escluso lo stesso Borrell dopo l’arringa. L’elefante nella stanza è il trattato commerciale cui la Germania non è risposta a rinunciare. Il programma originario era siglare il patto il prossimo settembre, nel corso di un summit Ue-Cina nella città di Leipzig. 

Ma i legami finanziari sono troppo profondi per non influire sulla strategia comunitaria. Quantomeno suggerendo prudenza. A Hong Kong hanno filiali almeno 2200 aziende europee, che ormeggiano nella city anche i fondi da spostare successivamente in Cina. Rappresenta la terza destinazione prediletta degli investimenti diretti all’estero dell’Ue (dato del 2017), ma la relazione è reciproca. A sua volta, l’eurozona è il secondo partner commerciale di Hong Kong, subito dopo il gigante cinese. Fra gli Stati membri, domina la Germania: quasi 14 miliardi di euro di interscambio nel 2019. 

Da qui la cautela predicata a Berlino. All’Europarlamento, il dossier è caldo. «La Cina, in un’ottica di egemonia volta alla supremazia sui popoli e alla soppressione dello Stato di diritto – ha denunciato Anna Bonfrisco (Lega) –, ha imposto a Hong Kong la nuova legge sulla “sicurezza nazionale”, perseguendo l’azione di omogeneizzazione dei sistemi giuridico-istituzionali dei due paesi.

È il primo passo di quello che avverrà anche con gli altri Stati nella sfera d’influenza cinese, Africa compresa». L’eurodeputata invoca «contrasto all’azione cinese» e chiede alla Commissione di pronunciarsi sulla proposta americana di mobilitare il Consiglio di sicurezza dell’Onu. 

Nelle stesse ore, l’eurocommissario al Commercio Phil Hogan ha parlato dei rapporti economici dell’Unione con Paesi terzi, Pechino inclusa. «L’Ue è aperta agli investimenti stranieri, che sono essenziali per la crescita, competitività, impiego e innovazione – ha spiegato Hogan –. La nostra apertura, però, dev’essere bilanciata dall’appropriato controllo di chi investe e a quale scopo. Ciò è ancora più importante in situazioni critiche, come quella attuale per l’emergenza Covid-19». 

Da marzo, la Commissione ha indicato linee guida per preservare industrie e asset strategici durante la pandemia, una fase di vulnerabilità anche economica. Si prevede la possibilità di contrarre la libertà di movimento dei capitali. In questo contesto, la dottrina è potenziare la vigilanza. «I gruppi cinesi in corsa per contratti pubblici non potranno contare su un accesso garantito al mercato unico», ha concluso Hogan. Tradotto: le propaggini del dragone sul continente sono osservate speciali.  

Tutta un’altra storia l’atteggiamento della Casa Bianca. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha interpretato le ingerenze cinesi come la fine dell’autonomia di Hong Kong. In ritorsione, gli USA potrebbero cancellare lo status commerciale privilegiato del territorio, finora esente dai dazi che colpiscono il gigante asiatico. Per tutta risposta, le ambasciate cinesi promettono «contromisure» dopo aver condannato come «intromissioni estere» le dichiarazioni congiunte di Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia e Canada in difesa del «bastione di libertà». Londra ha persino promesso passaporti e visti agevolati ai cittadini della sua ex colonia. 

Dopo un laconico tweet – «CHINA!», tutto maiuscolo – si attende una conferenza stampa del presidente Trump. Alle sue parole, ancora una volta, sono appese le flottazioni dei mercati. E il prossimo capitolo di questa contesa geopolitica.  La certezza è che l’Europa rimarrà in mezzo a Cina e Stati Uniti, non solo per la sua geografia. 

 

 

 

 

 

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