Il paradosso dei due mentitoriIngannevole è la politica trumpiana e cinese più di ogni coronavirus

Ci sono due regole inviolabili nel vivere civile contemporaneo, specie in tempi di pandemia: non fidarsi mai delle cose che dice il regime di Pechino e non credere a una parola proveniente dall’attuale Casa Bianca

Una regola inviolabile del vivere civile è non credere nemmeno a una parola proveniente dal regime comunista di Pechino, sul coronavirus e su tutto il resto. La controprova è che Luigi Di Maio pende dalle sue labbra. Chiunque non sia uno sprovveduto sa che tutte le informazioni che provengono da Wuhan sulla diffusione del virus, sul numero dei contagiati, sull’incidenza mortale, sulla chiusura e sulla apertura della società sono solo strumenti di propaganda della Repubblica popolare cinese ed è ridicolo farci affidamento o addirittura costruirci modelli statistici da applicare nel mondo libero. 

L’altra regola è quella di non dare credito a niente, zero, che abbia origine alla Casa Bianca di Donald Trump, il ciarlatano in chief che mente patologicamente anche a se stesso e non si cura nemmeno di nasconderlo, ammesso che se ne renda conto, anche perché a questo punto è probabile che addirittura creda alle sue fantasie. 

Le accuse dell’Amministrazione Trump ai cinesi di essersi fatti scappare il virus se non di averlo proprio fabbricato in laboratorio, la versione varia a seconda dei giorni, potrebbero essere circostanziate oppure no, veritiere o pagliacciate, ma basta ascoltare la vaghezza e la contraddittorietà delle cose dette per capire che è propaganda trumpiana in purezza, un tentativo maldestro di trovare un nemico esterno per provare a costruire uno straccio di narrazione politica per la rielezione, che prima del virus era incentrata sull’economia che andava a gonfie e vele. 

Paul Krugman ha riportato sul New York Times la successione delle cose dette da Trump a proposito dell’incidenza del virus, da «abbiamo solo 15 persone e in un paio di giorni queste 15 persone scenderanno quasi a zero» e da «non è nemmeno grave come una normale influenza» fino ad «avremo cinquanta o sessantamila morti, e va benissimo» e a «ok, potremmo avere più di centomila morti, ma stiamo facendo un gran lavoro e dobbiamo far ripartire l’economia». 

Il conservatore bushiano Peter Wehner, sull’Atlantic, ha scritto che «nel caso ci fosse ancora qualche dubbio, gli ultimi dodici giorni hanno provato che siamo al punto della sua presidenza in cui Donald Trump è diventato la caricatura di se stesso, una figura impossibile da parodiare, un uomo le cui azioni e le cui parole non si riescono più a distinguere dalla caricatura che gli fa Alec Baldwin a Saturday Night Live».

Fin dal primo giorno, Trump ha affrontato il virus non come un’emergenza epidemiologica ma come un’emergenza elettorale, la sua. Prima ha provato a minimizzare per evitare di spaventare i mercati e se ne è infischiato, poi ha detto che si trattava di una bufala, poi ha gridato al complotto dei democratici, poi ha annunciato l’arrivo di farmaci miracolosi, poi ha provato a inscenare il ruolo innaturale di leader autorevole in un momento grave, poi ha annunciato la riapertura, poi la chiusura, poi la ripartenza, poi ha suggerito di bere disinfettante, infine sta provando a dare la colpa ai cinesi. I quali ovviamente negano e altrettanto ovviamente non vanno presi sul serio. 

Eccolo, il paradosso del doppio mentitore davanti al quale ci troviamo nel bel mezzo di una pandemia nata ancora non si sa bene come: se un bugiardo accusa un altro bugiardo di dire bugie e quell’altro non solo nega ma denuncia le fandonie altrui, a quale dei due inganni bisogna credere? Facile: a nessuno dei due.

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