Uomini e topi Il coronavirus non è colpa dei mercati cinesi

Wet markets: sfatiamo i falsi miti e i cliché, indaghiamo le varie sfaccettature culturali dei luoghi che si pensa abbiano dato origine al coronavirus e scopriamo abitudini che fatichiamo a comprendere

NOEL CELIS / AFP

Scene da film splatter di ultima categoria, brandelli di carne animale, fiumi di sangue, bestioline terrorizzate e maltrattante e un’orda di gente invasata dalle abitudini alimentari inconfessabili che si aggira bramosa del suo prossimo pasto rivoltante. Neanche troppo esagerando, si avvicina a questo nell’immaginario globale un wet market cinese. Tuttavia, chi fosse invece stato in un mercato generale alimentare italiano, che sia in struttura chiusa o all’aperto, dove si vendono oltre l’ortofrutta anche prodotti animali freschi come la macelleria e la pescheria, avrebbe un paragone molto più realistico. I wet market nella maggior parte dei casi – sia in Cina che altrove – altro non sono. Sebbene in una variante certamente più colorita, scomposta, meno sterilizzata. 

I cliché negativi sono in parte giustificati da rischi reali e aspetti controversi di questo fenomeno, ma è importante per affrontare una discussione seria e circostanziata sgombrare il campo da pregiudizi e malafede, cui conseguono in modo quasi sempre automatico razzismo, odio e svalutazione culturale. La prima fondamentale precisazione da farsi è che la presenza di animali vivi in questi mercati è relativamente rara rispetto alla loro ubiquità; e la presenza di un’area dedicata ad animali selvatici o esotici (il wild market) è ancora più rara, tanto che spesso è necessario viaggiare anche lontano per acquisti di questo tipo.

Ciò detto, quello di Wuhan (il mercato da cui si pensa abbia originato la pandemia) è a onor del vero più un wild che un wet market. Si riportano la presenza e la vendita di tutta l’arca di Noè in versione incubo: cuccioli di lupo vivi, salamandre, coccodrilli, scorpioni, topi, zibetti e quant’altro. È anche vero che, come già discusso da Linkiesta, queste pratiche sono tutt’altro che scomparse anche dopo essere state temporanemnete sospese in Cina su pressioni internazionali. E non solo in Cina: il fenomeno è diffusissimo nel resto dell’Asia e in Africa, dove i mercati urbani vendono scimmie, pipistrelli, ratti, e innumerevoli specie di uccelli selvatici. 

I rischi del commercio e consumo fauna selvatica sono indubbi. Secondo dati dell’Università di Washington (DC), il 70% delle malattie zoonotiche (trasmesse da animale a uomo) proviene da specie selvatiche. Ma prima di giungere a conclusioni approssimative, bisogna indagare tutte le funzioni che questi mercati svolgono, che sono molteplici. La prima è il ruolo di necessità e sussistenza, in comunità rurali ed economicamente arretrate dove non esistono frigoriferi sia per mancanza di mezzi sia per una cultura della freschezza del cibo diretta e non intermediata. L’affezione culturale non è limitata alle zone rurali. In Cina i wet market hanno mantenuto la loro popolarità anche nelle aree urbane a scapito di una rete di grande distribuzione che fa fatica ad affermarsi, con i grandi marchi internazionali come Carrefour che non fanno breccia. Se per l’occidente l’ambiente sanificato e regolamentato del supermercato è fonte di rassicurazione, per i cinesi sono i wet market a creare un senso di freschezza e qualità, attraverso il trasporto sensoriale, l’atmosfera, la fiducia tra venditori e consumatori. 

I wet market costituisco motore economico e fonte essenziale di cibo per centinaia di milioni di persone nel mondo. Tanto che addirittura recentemente la Cina aveva istituito un programma governativo di sviluppo rurale basato sull’allevamento e vendita di animali selvatici.

Casomai, il punto è un altro: il problema sorge quando il valore tradizionale, culturale e di sussistenza è snaturato, il che avviene per varie ragioni. Venuta meno oggi in Cina la minaccia della fame, mangiare parti strane o animali rari sta in parte diventando una posa modaiola, una misura identitaria e di affermazione.  La mercificazione su larga scala per motivi edonistici e superficiali naturalmente è poco giustificabile. Tuttavia anche qui serve un ragionamento culturalmente competente e sfumato. L’idea che cibarsi di animali esotici segnali ricchezza e status, oppure la credenza che certe parti di animali selvatici abbiamo effetti terapeutici (ad esempio la carne di pangolino allevierebbe i reumatismi) sono aspetti culturali che non possono essere dismessi o derubricati troppo rapidamente come superflui, oppure scientificamente non validi, anche perché scienza e cultura tradizionale devono e possono convivere, non scontrarsi o prevalere l’una sull’altra. 

Ma è vero che su questo piano, a cavallo tra tradizione, cultura, ed edonismo si infiltrano anche opportunismo e malaffare, come il commercio e consumo di specie vietate o protette, anche e soprattutto a causa di una regolamentazione incompleta e inefficace dei wet market e a leggi e azioni manchevoli e insufficienti sul lato della conservazione ambientale e della fauna selvatica. Queste sarebbero leve molto più intelligenti ed efficaci da azionare, piuttosto che una irrealistica chiamata alla sparizione dei mercati umidi. 

Come discute il National Geographic, il supporto per la regolamentazione e restrizione di questi mercati è peraltro forte crescita in molti paesi del sud est asiatico, a segnalare una certa aria di cambiamento. E anche in Cina il sentimento ambientalista è in crescita, con personaggi di spicco come l’ambientalista Jinfeng Zhou, a guida del China Biodiversity Conservation and Green Development Foundation, che ha chiesto il divieto permanente di animali selvatici per consumo umano. 

È chiaro a questo punto quindi che se un problema esiste, gira solo intorno al mercimonio di animali selvatici. Abbiamo accennato già alla funzione di sussistenza dei mercati umidi, e al loro ruolo nella particolare concezione di freschezza nella cultura cinese. Ma c’è molto di più. Come spiega il Los Angeles Times i wet market sono le pietre miliari della distribuzione alimentare in Cina e in altri paesi e svolgono una funzione economica, culturale e nutrizionale di primaria importanza. Studi dimostrano una correlazione positiva tra maggiore densità di wet market e migliore nutrizione infantile. Questi mercati consentono l’accesso all’attività economica di produttori informali e troppo piccoli per la grande distribuzione, oppure offrono l’occasione ai migranti rurali di avanzare nella scala sociale e diventare commercianti, così contribuendo al benessere economico delle classi povere.

Da un punto di vista sociale, essi svolgono il ruolo di trasmissione della cultura e conoscenza gastronomica tradizionale, con i venditori che suggeriscono quale verdura va con tale zuppa, o quale frutta o pesce è al picco della stagionalità. Da un punto di vista del consumatore, garantiscono prezzi più bassi dei supermercati anche laddove la rete di approvvigionamento fosse la stessa, grazie all’assenza di costi fissi, di packaging, di marketing e così via. In ultimo: costituiscono un’importante forma di decentralizzazione sociale ed economica a contrasto del regime governativo oppressivo e tentacolare. 

Se non bastassero questi argomenti a depotenziare la cieca chiamata alla chiusura dei mercati umidi, si consideri anche che il nesso causale tra queste istituzioni e rischi pandemici è tutt’altro che scontato. C’è forte consenso scientifico che comportino molti più rischi pratiche e questioni in cui l’occidente ha un grande ruolo, come gli allevamenti intensivi, la deforestazione (che distrugge le barriere naturali tra uomo e fauna selvatica e altera gli ecosistemi), e la perdita di biodiversità (molte specie animali funzionano da filtro per i patogeni, neutralizzandoli o isolandoli). 

Non suona quindi quanto meno un po’ arrogante da parte del mondo occidentale essere con ottima probabilità un contribuente sostanziale ai rischi epidemici con il proprio modello produttivo e sociale e le proprie scelte, ma concedersi di scaricare tutta la responsabilità sull’unica cosa che occidentale non è, cioè i wet market? Prima che i mercati del fresco cinesi, non sarebbe forse il caso di chiudere gli allevamenti intensivi? Che siano questi molto più inconciliabili con la società contemporanea e futura di quanto si pensi?

La direzione da prendere, e per cui anche la comunità internazionale dovrebbe premere, è verso una chiara regolamentazione dei wet market, da un punto di vista igienico-sanitario, di gestione e controllo proprietario, e di rispetto per la fauna protetta. Perché è nelle aree grigie che si annidano il pericolo sanitario e le cattive pratiche. L’occidente dovrebbe spendersi per agevolare questo percorso, invece che semplicemente puntare il dito. 

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