Disinfetta ItaliaBenvenuti nell’era della sanificazione

Le richieste sono aumentate del 500 per cento, c’è già chi riconverte l’attività e chi si improvvisa (facendo danni). Per la disinfezione degli spazi pubblici servirebbero 2,5 miliardi di euro, mentre il governo ha stanziato 200 milioni. Inoltre mancano le linee guida per imprenditori e commercianti

MARCO SABADIN / AFP

Ci aspetta una nuova vita a base di perossido d’idrogeno, ipoclorito di sodio e presìdi medico-chirurgici di cui in molti, fino ad oggi, ignoravano l’esistenza. In Italia bisogna sanificare più di due miliardi di metri quadri di superfici da aprire al pubblico.

Nella fase due il Paese dovrà abituarsi a un nuovo rito: quello della disinfezione continua in ufficio e sui treni, nei negozi e nei ristoranti. Perfino nelle chiese. La parola d’ordine è sempre la stessa: sanificazione.

Un servizio che prima della pandemia era considerato saltuario, oggi diventa necessità quotidiana. Un costo notevole per gli imprenditori, un affare per le aziende del settore: dietro procedimenti apparentemente invisibili, c’è un esercito di 550 mila addetti e undicimila imprese.

Le richieste di sanificazioni sono aumentate del 500 per cento, i fatturati mensili segnano anche un più 20 per cento. C’è chi investe in macchinari robotizzati e chi forma i dipendenti. Chi riconverte l’attività e chi si improvvisa.

Lorenzo Mattioli è il presidente di Anip, l’associazione di Confindustria che raggruppa le imprese di pulizie. «Noi siamo un po’ come i ghostbusters. Ci vestiamo come loro e combattiamo contro nemici che spesso non si vedono. Purtroppo però l’Italia non è pronta, mancano linee guida e protocolli. Serve un albo delle aziende certificate. La gente vuole riaprire e c’è il fai da te, anzi il far west».

«In queste settimane elettricisti, imbianchini e farmacisti si iscrivono alla camera di commercio e si improvvisano sanificatori. Solo la nostra associazione di categoria, in quindici giorni, ha ricevuto 500 richieste di iscrizione. È un business, molti vogliono cavalcarlo, si fanno i soldi. D’altronde, pensano, che ci vuole a fare le pulizie? Ma qui c’è in ballo la salute delle persone. Le disinfezioni richiedono personale altamente qualificato con prodotti medico-chirurgici e macchinari specifici».

Renato Spotti, amministratore delegato di Dussmann, uno dei colossi europei di pulizie e servizi, racconta a Linkiesta: «Stiamo vedendo persone senza nessuna esperienza che girano in strada con la pompetta per disinfettare le viti, o gente che prima acchiappava i roditori e ora si è buttata sul Covid. Fanno scena, certo, ma fanno anche molti danni».

I nuovi sanificatori improvvisati propongono prezzi competitivi. «Basti pensare che un litro di candeggina costa 50 centesimi, mentre un presidio medico-chirurgico lo paghi sette volte tanto».

L’Anip, attraverso uno studio del Cresme, ha stimato che per sanificare tutti gli spazi pubblici in Italia servono almeno 2,5 miliardi di euro, ma il governo ha stanziato 200 milioni di euro prevedendo un credito di imposta fino al 60 per cento, oltre a un fondo dell’Inail. Non abbastanza, se si pensa a tutti gli obblighi igienico-sanitari cui dovranno sottoporsi imprenditori e commercianti.

La sanificazione riguarda anche aspetti della vita quotidiana come l’aria condizionata, che con l’arrivo dell’estate diventa una necessità, soprattutto sul posto di lavoro o nei luoghi pubblici. Ma i rischi, ai tempi del Coronavirus, non sono banali.

«Su questo tema c’è grande confusione e poca conoscenza. Molti privati, magari negozi o aziende, si limitano a pulire il condizionatore o gli split, senza intervenire sulle condutture e sull’intero impianto. Spesso lì dentro c’è una contaminazione microbica molto alta, tra muffe e batteri. La sporcizia all’interno delle condotte può portare alla proliferazione del Covid-19 e altri virus».

Cecilia Leonforte è esperta di sanificazioni per la Pfe, azienda di pulizie e servizi con 6 mila dipendenti e clienti come il Comune di Milano, Autogrill e Luxottica, oltre a molti ospedali.  

In questo periodo le richieste di bonifica sulle condotte di areazione sono aumentate del 70 per cento e i manutentori lavorano giorno e notte, «spesso vestiti come se fossero astronauti». D’altronde la sanificazione dell’aria è un tassello fondamentale per la fase due.

In molti casi si scopre che gli impianti non sono mai stati puliti oppure sono stati sottoposti a manutenzioni sommarie. Una galleria degli orrori che spesso non si vede o, peggio, si ignora.

Ma come funziona la pulizia dell’aria condizionata? Spiega Leonforte a Linkiesta: «Prima si fa un sopralluogo sull’impianto e si effettuano i tamponi per capire il grado di contaminazione microbica e delle polveri. Con questi test cerchiamo virus, batteri, funghi e muffe. Compreso il Covid-19. Quindi, sulla base dei risultati, procediamo con l’intervento».

Che di solito consiste in una pulizia approfondita con spazzole rotanti o robot all’interno dell’impianto. Poi si effettua la sanificazione delle condotte con prodotti medico-chirurgici.

Alla fine si fa un nuovo tampone, come per un paziente umano, per scongiurare la presenza del virus. Insomma, chiarisce Leonforte: «Non basta sanificare gli ambienti. Bisogna intervenire anche sugli impianti aeraulici (ventilazione e climatizzazione, ndr), ovunque, penso anche ai centri estetici e ai saloni di parrucchieri. Purtroppo manca una regolamentazione a livello nazionale e questo crea incertezza».

Senza contare il fatto che, in caso di presenza di una persona affetta da Covid, bisogna ripetere il procedimento.

«C’è una sicurezza percepita, che non sempre è allineata a quella reale. Pensiamo alla sanificazione delle strade. La gente vede in tv che lo fanno in Cina e si chiede perché non lo facciamo anche noi. Allora il sindaco decide di far “spruzzare” le strade, pur sapendo che serve a poco, ma almeno le persone sono più tranquille».

Renato Cifarelli, imprenditore oltre che voce nota di Radio24 e Radio Capital, dirige l’azienda di famiglia che dal 1967 produce macchine professionali per la sanificazione e l’agricoltura e le vende in 80 Paesi del mondo. In questo periodo le richieste sono aumentate del 50 per cento.

«A maggio – racconta Cifarelli a Linkiesta – abbiamo superato le vendite di tutto il 2019. Ma l’atomizzatore è la macchina con cui è stata fondata la nostra azienda, l’abbiamo sempre venduta. Oggi cambia il mercato».

«Se prima la maggior parte dei clienti erano rivenditori di macchine agricole, oggi sono produttori o venditori di disinfettanti. Ci stanno contattando anche tantissime aziende che si stanno organizzando da sole in vista della riapertura e quindi vogliono comprare il macchinario».

Non solo le fabbriche. Uno dei punti nevralgici della fase due è quello dei trasporti. «Rischiano di diventare i nuovi moltiplicatori del virus», osserva Renato Spotti, amministratore di Dussmann Service.

La multinazionale, attiva tra ospedali, ristorazione, uffici e aeroporti, cura anche la pulizia dei Frecciarossa e dei treni regionali, oltre alle flotte locali di Trenord, in Lombardia.

Sui treni dell’alta velocità i posti saranno riempiti a scacchiera, ci saranno pulizie straordinarie quando i convogli saranno fermi, ma anche durante il viaggio. Non solo i bagni da pulire più volte.

Ci saranno interventi ripetuti anche sui cosiddetti “punti di contatto” come le pulsantiere di accesso ai vagoni, i pomelli, i tavolini e i poggia braccia.

Cosa cambierà, invece, nella pulizia degli uffici? «Il posto di lavoro dovrà essere igienizzato quotidianamente, a ogni cambio turno, mentre prima in molti casi gli interventi non erano nemmeno giornalieri», spiega Luca Discardi, responsabile Nord-Ovest di Dussmann.

Panni in microfibra per pulire le superfici, ma anche vaporizzatori e atomizzazione di soluzioni a base di acqua e perossido di idrogeno. E se l’uso del disinfettante, prima della pandemia, era riservato ai bagni, ora riguarda tutti gli ambienti di lavoro. «Oggi si propone un ‘deterdisinfettante’, un prodotto che lava e disinfetta».

Un nuovo modo di lavorare per le aziende di pulizia. Più squadre di lavoro, servizi diversificati, più frequenze degli interventi. Spesso richiesti dalla sera alla mattina per organizzare le riaperture delle attività.

Ma anche molta confusione. Spiega Discardi: «Ognuno va per conto suo. Noi gestiamo la pulizia di venti ospedali in Lombardia, ma ciascuno di questi si sta muovendo diversamente sui capitolati e sulle nuove tecniche di pulizia».

Tutti sanificano tutto, in un periodo di nuove prescrizioni e abitudini che cambiano. Ma cosa succederà nelle scuole? Gli istituti sono chiusi e infuriano le polemiche sul piano del ministero per le riaperture.

Intanto da marzo è in vigore l’internalizzazione dei lavoratori delle pulizie. Il provvedimento, fortemente voluto dal Movimento 5 Stelle, stabilisce che a pulire aule e corridoi non siano più gli addetti di imprese e cooperative, ma personale assunto dal ministero dell’Istruzione.

Così le sanificazioni spetterebbero a quelli che una volta venivano chiamati bidelli. Le imprese di pulizie sono sul piede di guerra. Hanno perso lavori e appalti.

«Ma non è solo questo – spiega Lorenzo Mattioli di Confindustria – noi garantivamo servizi altamente qualificati con lavoratori a tempo indeterminato. Domani chi si occuperà delle sanificazioni? Un preside conosce i prodotti da utilizzare e la vaporizzazione? Sarà lui a formare i bidelli? È in ballo la sicurezza di sette milioni e mezzo di studenti». 

Il ministro dell’Istruzione Azzolina ha annunciato investimenti per un miliardo e mezzo di euro in due anni. In questa cifra, oltre alle stabilizzazioni dei docenti precari e alle risorse per la didattica, dovrebbero esserci anche i fondi per il funzionamento delle scuole.

Ma, attacca il presidente di Confindustria-pulizie: «Molti di quei soldi serviranno ad assumere personale, visto che l’internalizzazione ha prodotto cinquemila esuberi. E oggi, degli 11 mila posti previsti per gli operatori scolastici, ne sono stati assegnati meno di seimila, di cui molti part-time. Loro dovrebbero pulire 40 mila istituti?». Il dibattito sulla scuola non è stato ancora sanificato.

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