Effetti pratici della decrescita grillinaL’infinita vertenza Whirlpool è il fallimento del Mise gestito da Di Maio e Patuanelli

A un anno dall’annuncio della multinazionale americana di voler lasciare il sito produttivo, i 350 operai sono punto e a capo. Invitalia non ha trovato nessun acquirente, ma dal ministero dello Sviluppo economico ancora non arrivano convocazioni ufficiali

(Photo by Andreas SOLARO / AFP)

Quando gli operai dello stabilimento Whirlpool di via Argine, a Napoli, sono tornati al lavoro il 27 aprile, dopo il lockdown, sapevano già che sulla loro testa pendeva la spada di Damocle della chiusura. La data di fine produzione è rimasta la stessa annunciata dalla multinazionale americana cinque mesi fa: 31 ottobre 2020.

A gennaio il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli aveva affidato a Invitalia il compito di cercare un acquirente per il sito napoletano. Poi è esplosa l’epidemia, l’amministratore delegato Domenico Arcuri è stato nominato super commissario per il Covid e il dossier Whirlpool è rimasto nei cassetti.

Gilles Morel, capo di Whirlpool in Europa, Medioriente e Africa, in un’intervista dell’11 aprile aveva avvertito il governo: «L’impianto, nonostante gli investimenti, non era sostenibile prima del Covid. Lo abbiamo detto un anno fa e la pandemia ha aggravato la situazione. Confermiamo lo stop della produzione a ottobre».

Luigi Di Maio prima e Stefano Patuanelli poi avevano annunciato di avere «salvato» gli operai grazie al loro lavoro allo Sviluppo economico. Dopo un anno di scioperi e proteste, i lavoratori hanno constatato che nulla aveva seguito gli annunci, e sono tornati a farsi sentire con un flash mob per «festeggiare» il triste compleanno dell’inizio della vertenza del 31 maggio 2019. Le candeline accese davanti allo stabilimento sono state 350, tanti quanti sono gli operai rimasti in fabbrica. All’inizio della crisi erano 420, ma dopo l’annuncio della chiusura in tanti hanno accettato la buonuscita di 75mila euro proposta dall’azienda.

«Ministro Patuanelli ci riconvochi al tavolo di confronto e si rimetta in gioco Invitalia. Così si rischia di arrivare all’autunno senza una soluzione», è l’appello lanciato dai sindacati dei metalmeccanici il 31 maggio. Dal Mise si aspetta ancora una risposta. Ci stiamo lavorando, dicono. L’ipotesi è che si arrivi a una convocazione per metà giugno, ma ancora non c’è nessuna ufficialità.

Nel frattempo, Invitalia non ha trovato nessun compratore disponibile. E anche della famosa Prs, Passive refrigeration solutions, sconosciuta start-up di frigoriferi ad alta tecnologia con sede a Lugano che aveva presentato una manifestazione di interesse per il sito, non si hanno più notizie.

Dopo lo sciopero generale di ottobre e la partecipazione alla manifestazione di dicembre a Roma con gli altri lavoratori delle oltre 150 crisi aziendali aperte ormai da tempo al Mise, il 13 maggio i lavoratori hanno lanciato una petizione per chiedere l’intervento del governo, raggiungendo quasi 50mila firme in pochi giorni. L’Università Federico II di Napoli, ricordano, si è detta favorevole a utilizzare il sito industriale come luogo di ricerca e sviluppo per i suoi studenti della Facoltà di ingegneria coadiuvati dalla Apple Accademy, per innovare il prodotto e consentire alla fabbrica di non chiudere.

Ma dalla Whirlpool non sembrano voler tornare indietro. Il sito produttivo, secondo l’azienda, perderebbe 20 milioni l’anno. Le lavatrici di alta gamma prodotte in via Argine soffrono della concorrenza coreana. E il costo del lavoro dei prodotti realizzati a Napoli sarebbe troppo alto rispetto allo stabilimento cinese di Wuhan, proprio la città da dove partita l’epidemia.

Il primo ad annunciare il salvataggio della Whirlpool di Napoli era stato Luigi Di Maio, allora alla guida del Mise e del ministero del Lavoro, che appena arrivato sostituì Giampiero Castano, addetto ministeriale con 11 anni di esperienza nella gestione delle crisi aziendali, con Giorgio Sorial, deputato del Movimento Cinque Stelle non rieletto.

«Ce l’abbiamo fatta», diceva Di Maio sui social il 25 ottobre 2018. L’accordo tra Whirlpool e il governo prevedeva l’impegno dell’azienda a investire 250 milioni di euro nel triennio successivo nei suoi siti industriali italiani. In cambio lo Stato avrebbe sostenuto questi sforzi con nuovi incentivi, sgravi fiscali e ammortizzatori sociali.

Nonostante il tono trionfale dei post, i sindacati avevano subito ridimensionato l’operato del ministro, accusandolo di essersi preso i meriti di un documento di cui non aveva seguito le trattative. Il suo ministero avrebbe dovuto seguire di lì in poi l’attuazione del piano industriale, ma nessuno ha vigilato su quegli accordi, tanto che dal giorno della firma non c’è stata neanche una riunione sul tavolo di crisi Whirlpool. Anche degli investimenti nessuno ha più saputo nulla.

Tant’è che sei mesi dopo, in barba all’accordo siglato a ottobre, è arrivato l’annuncio «a sorpresa» di Whirlpool di voler «cedere a terzi» lo stabilimento. La multinazionale aveva comunicato le sue intenzioni con una lettera al Mise dagli inizi di aprile (come raccontò Politico.eu), «ma Di Maio lo ha annunciato solo il 31 maggio, dopo le elezioni europee», raccontò all’epoca il segretario generale della Fim Cisl Marco Bentivogli. Il ministero non aveva informato nessuno, neanche i sindacati. Una doccia fredda per i lavoratori, che poco dopo ricevettero una lettera nella quale veniva annunciato il trasferimento alla svizzera Prs.

Alla fine, dopo aver mostrato i muscoli contro la multinazionale, Di Maio però finì per inserire lo stabilimento di Napoli nel “decreto salva imprese”, mettendo sul tavolo 16,9 milioni di euro in due anni pur di convincere Whirlpool a restare. Altri annunci, altri post. Ma a settembre, in piena crisi di governo, la multinazionale con una comunicazione giudicò il decreto «insufficiente» per garantire la profittabilità del sito. Nessuna sorpresa. «Che il provvedimento del governo avesse colto solo in parte le nostre richieste e non fosse ancora sufficiente a far cambiare idea a Whirlpool lo avevamo detto subito», raccontavano i sindacati.

Al Mise arrivò poi il turno di Stefano Patuanelli, che ereditò dal collega di partito oltre 150 tavoli di crisi irrisolti. Dopo svariati incontri e vertici, a fine ottobre 2019 il neo ministro dello Sviluppo economico annunciava su Facebook la «buona notizia» ai lavoratori Whirlpool di Napoli: «L’azienda mi ha comunicato la volontà di ritirare la procedura di cessione. Su questa vertenza il Governo ci ha messo la faccia e abbiamo ottenuto un importante risultato».

Dall’azienda si precisò, però, che bisognava cercare «una soluzione condivisa, a fronte di una situazione di mercato che rende insostenibile il sito e che necessita di una soluzione a lungo termine». Mentre Prs, la società che avrebbe dovuto rilevare lo stabilimento, ribadì subito che i rapporti sarebbero stati interrotti: «Prs non è in grado di confermare che la disponibilità nel prendersi carico della situazione dello stabilimento di Napoli rimarrà invariata nel periodo ipotizzato dal governo per la ricerca di un’alternativa».

La tregua tra Whirlpool e governo durò poco. Il «dialogo costruttivo» dei comunicati pure. E la soluzione a lungo termine non si è mai trovata. «Non ho strumenti per fermare una multinazionale», aveva detto Patuanelli ai sindacati che facevano pressione perché Whirlpool rispettasse gli accordi di ottobre 2018. A fine gennaio l’annuncio definitivo: Whirlpool, che inizialmente aveva confermato lo stop della produzione delle lavatrici a Napoli per il 31 marzo, fa slittare la chiusura al 31 ottobre. Un addio solo rimandato. Che però concedeva al Mise sette mesi per un nuovo piano industriale.

In quell’occasione, il ministro Patuanelli fece sapere di aver dato mandato a Invitalia di avviare una analisi dettagliata dei dati forniti da Whirlpool per la ricerca di una nuova azienda. Un mese dopo è arrivata la pandemia. Invitalia ha cominciato a occuparsi di mascherine, gel igienizzanti e app anti-contagio. Mentre Whirlpool, raccontano i sindacati, quattro mesi dopo non ha ancora fornito la contabilità richiesta da Invitalia. L’ultimo messaggio di speranza ai lavoratori arriva dall’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe, intervenuto lui stesso in passato a mediare tra la multinazionale e il governo: «Tutto è ancora possibile perché dipende dalla volontà degli uomini e delle parti in campo».

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