Niente scuseIl segreto per farcela nella vita è smetterla di considerarsi vittime

Non avrebbe forse molto più senso mettere in evidenza l’esempio di chi ce l’ha fatta nonostante mille difficoltà che sembravano insormontabili? Come Ray Charles e Stephen Hawking che sono riusciti a trasformare le loro disabilità in un vantaggio

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Sei “vittima” di un qualche “-ismo”? Il dibattito intorno al #MeToo si è concentrato sulle vittime del sessismo, mentre Black Lives Matter pone l’accento sulle vittime del razzismo che, a prescindere da quale forma prenderà il dibattito, in ultima analisi vengono identificate essenzialmente come vittime del capitalismo. Se sei anziano, invece, sei probabilmente vittima di discriminazioni basate sull’età, mentre se sei un operaio o un disoccupato sei verosimilmente vittima del classismo. In più, se il tuo aspetto fisico fa sì che gli altri ti trovino poco attraente, allora sei il candidato perfetto per essere vittima anche del “bruttismo”. E, per così dire, c’è un che di nobilitante nell’essere vittima di più “-ismi” contemporaneamente.

Negli ambienti di sinistra, solitamente essere vittime di qualcosa è una medaglia al valore e chiunque non abbia questi meriti deve allora necessariamente essere un “aggressore”. Quest’ultimo gruppo include – ovviamente – anche il cosiddetto “vecchio maschio bianco”, termine che, peraltro, è sempre usato con una certa aria di superiorità, ma che non dovrebbe mai essere considerato come sinonimo di razzismo o sessismo.

Incoraggiare le persone a vedersi in primo luogo come vittime di qualcosa ha mai aiutato nessuno? Il messaggio che sta alla base di un simile atteggiamento è: «La tua vita è quel che è per colpa di motivi strutturali, e non c’è modo di cambiarla finché queste strutture non verranno sradicate». Chi utilizza questa dialettica parla sempre di “cause strutturali”, senza mai spiegare a cosa si stia effettivamente riferendo: si tratta sostanzialmente del capitalismo. La questione riguardante il “sistema” si riduce essenzialmente a questo: finché non riusciremo ad abolire e a riformare radicalmente il sistema capitalista, nessuno avrà scampo.

I messaggi scoraggianti
Ma non avrebbe forse molto più senso mettere in evidenza l’esempio di chi ce l’ha fatta nonostante mille difficoltà che sembravano insormontabili? Oprah Winfrey, ad esempio, si è fatta da sé, partendo da umili origini fino a diventare in assoluto la prima miliardaria di colore. Gli studiosi di sinistra nel campo delle ricerche sul “classismo”, a cui lancio il guanto di sfida nel mio The Rich in Public Opinion, si rifiutano esplicitamente di partecipare al dibattito.

Nella sua approfondita indagine sul tema, Framing Class: Media Representations of Wealth and Poverty in America, Diana Kendall critica il modo in cui i media descrivono le persone che sono riuscite ad emanciparsi dalla povertà e a risalire dai gradini più bassi della società fino a raggiungere benessere e ricchezza. Nello specifico, per Kendall le storie e i racconti sulla vita di Oprah Winfrey sono un esempio particolarmente negativo.

Secondo l’autrice, quando i media ritraggono persone di grande successo come Oprah, essi tendono a porre troppa enfasi sull’importanza del lavorare duramente o sul fatto che queste possedessero la giusta mentalità o i tratti caratteriali necessari per “sfondare”, perpetrando così il mito del sogno americano: «Dato che le probabilità di ottenere un simile risultato sono molto scarse, inquadrare la chiave di volta del successo nell’emulazione non solo crea aspettative che sono irrealistiche, in relazione alle condizioni economiche e sociali degli anni 2000, ma ciò offre pure una scusa ai più facoltosi per deridere chi non lo è».

Kendall, inoltre, punta il dito contro il fatto che generalmente le notizie danno come l’impressione che i poveri siano «in parte responsabili per la loro condizione» a causa di alcuni loro comportamenti, come ad esempio il consumo di sostanze illegali o il fatto che non cerchino un lavoro.

All’interno di una simile critica si trova sottotraccia una concezione dell’umanità basata sull’idea che le persone non siano totalmente responsabili della propria vita, sia nei suoi esiti positivi che in quelli negativi. Quando i media raccontano la storia di personaggi di successo, o di quelle persone che sono riuscite a passare dalle “stalle alle stelle”, Kendall li contesta perché talvolta sembra che diano l’impressione che il successo sia dovuto alla personalità o agli sforzi individuali.

Al contempo, però, le notizie che riguardano i poveri vengono anch’esse criticate perché continuano a veicolare il messaggio che alcune persone siano almeno in parte responsabili per i propri mali. Dal punto di vista di Diana Kendall e di altri studiosi del classismo, sono sempre le ingiustizie “strutturalmente” presenti nel sistema capitalista a dover essere incolpate per il fatto che le persone siano ricche o povere, mentre riportare notizie o informazioni che mirano ad esaminare la radice di queste condizioni nei comportamenti individuali vengono sempre bollate come tentativi di scaricare sui poveri la colpa per lo stato in cui si trovano.

Ray Charles: un uomo che non si è mai considerato una vittima
In questi giorni sto leggendo la straordinaria autobiografia di Ray Charles, il “Gran Sacerdote del Soul” che ha avuto un’influenza enorme sull’evoluzione stilistica dell’R’n’B, del Blues, del Country e dello stesso genere Soul. La rivista Rolling Stone l’ha premiato con il secondo posto nella classifica dei 100 migliori cantanti di tutti i tempi, superato solo dopo Aretha Franklin e seguito da Elvis Presley.

Ray Charles era cresciuto senza padre e in una situazione di povertà, oltre ad aver perso prematuramente anche sua madre, morta all’età di 31 anni. Diventò cieco a 7 anni, dopo aver visto il fratello minore annegare nove mesi prima. Il razzismo era inoltre qualcosa con cui Ray doveva fare i conti ogni giorno. Un pomeriggio, decise di andare a farsi una nuotata vicino a Myrtle Beach, in South Carolina. Improvvisamente, sentì i suoi amici dalla spiaggia che gli urlavano di tornare a riva perché, essendo cieco, non si era accorto di aver oltrepassato la linea che divideva l’oceano “per i bianchi” da quello “per i neri”.

La cosa che più mi ha colpito di Ray Charles ha riguardato il suo approccio nei confronti della vita. Nella sua autobiografia, egli sottolinea quanto importante fosse per il giovane Ray il «capire come funzionavano le cose: se finivo nei guai, era una mia responsabilità. E se invece facevo qualcosa di appena meritevole, […] allora potevo prendermene il merito. Il significato della parola responsabilità, io, l’ho imparato tremendamente presto».

Per gran parte della sua vita Ray è stato un eroinomane. Avrebbe potuto dare la colpa agli altri, e trincerarsi nella convinzione di essere una vittima, invece ha detto: «Non è stato qualcuno a ridurmi così. Ho fatto tutto da solo. Non è stata la società a farmi questo, non è stato uno spacciatore, non è stato perché ero cieco, o nero, o povero. È stata tutta colpa mia». Anche quando fu truffato e gli furono sottratti un sacco di soldi, Ray non andò su tutte le furie e non serbò rancore. Per dirla con le sue stesse parole, la vicenda «mi insegnò a tenere più sotto controllo i conti”, e anche quando fu trovato in possesso di droga ammise che “ero sotto accusa, e non potevo dichiararmi in altro modo se non colpevole […] Quel disastro era tutta farina del mio sacco».

Stephen Hawking e l’esempio di come trasformare la propria disabilità in un vantaggio
Il fisico Stephen Hawking era affetto da una malattia rara, la sclerosi laterale amiotrofica (SLA), che porta all’atrofia delle cellule nervose del cervello e del midollo spinale, causandone la cicatrizzazione e l’irrigidimento. I dottori gli dissero che si trattava di una malattia incurabile e che l’avrebbe portato alla morte nel giro di pochi anni.

Hawking non solo era costretto su una sedia a rotelle, ma col tempo aveva perso anche la capacità di parlare, portandolo a dover ricorrere a un computer e a un sintetizzatore vocale per riuscire a esprimersi verbalmente. Ciononostante, egli diventò quello che è forse il più famoso scienziato del mondo, si sposò due volte, viaggiò ovunque, incontrò pontefici e presidenti, e scrisse tutta una serie di libri che sono diventati bestseller su scala mondiale.

Il segreto del suo successo era il suo riuscire a vedere la vita con ottimismo. Hawking era ben determinato a voler vedere i lati positivi della sua condizione di disabilità. Nella sua autobiografia, egli scrisse che la sua condizione l’aveva liberato dal dover insegnare i rudimenti della disciplina agli studenti più giovani, ma anche dal dover sprecare ore e ore ad assistere alle noiosissime sedute dei comitati universitari. Non essere gravato da simili oneri gli ha quindi permesso di dedicarsi completamente alle sue ricerche. Secondo Hawking, i disabili dovrebbero «concentrarsi su quelle cose che il loro handicap non gli impedisce di fare, anziché rimpiangere quelle che sono loro precluse. Nel mio caso, sono stato capace di fare molte delle cose che volevo fare».

Da molti studi psicologici emerge il fatto che le persone che non hanno successo nella vita vedono sé stesse come vittime di circostanze esogene e credono che le loro vite siano dominate da forze che sono al di là del proprio controllo. Le persone di successo, invece, tendono maggiormente a focalizzarsi sulle cose che loro stessi possono influenzare, che possono cambiare. Il primo modo di pensare corrisponde a una mentalità da vittima che porta alla passività e allo scoraggiamento, mentre il secondo porta ad attivarsi e sprona le persone a fare loro per prime uno sforzo per migliorare la propria condizione. A te dunque la scelta: quale atteggiamento pensi ti darà più possibilità di farcela nella vita?

*Traduzione di Veronica Cancelliere

Rainer Zitelmann è uno storico, giornalista e manager tedesco. Ha lavorato presso l’Istituto centrale di ricerca in scienze sociali della Libera Università di Berlino per poi fare il caporedattore prima del gruppo editoriale Ullstein-Propyläen e successivamente del quotidiano Die Welt. Nel suo ultimo libro “La forza del capitalismo: un viaggio nella storia recente di cinque continenti” , Zitelmann ragiona sull’avversione nei confronti dell’attuale sistema economico e sull’invidia sociale che provoca chi riesce ad avere successo.

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