Il suono del pregiudizioPerché i neri in America sono stati espulsi dalla musica classica

Fino all’inizio del ’900 c’erano numerosi compositori ed esecutori di colore. Poi, anche per ragioni di estetica (ma non solo), la direzione è cambiata, fino a creare un vero e proprio fortino etnico

da Wikimedia Commons

Nell’America a più velocità, il mondo della musica classica è stato (ed è tuttora) uno dei più lenti a occuparsi della questione razziale.

I numeri parlano chiaro: i musicisti di colore nelle orchestre sono il 2% (dato del 2014). Tra i direttori d’orchestra sono solo il 4,3%. E come fa notare il New York Times, finora il Metropolitan Opera di New York non ha ancora allestito opere scritte da compositori di colore.

E pensare che, nel 1893, in una intervista al New York Herald il musicista ceco Antonin Dvorak individuava le fondamenta di una musica classica americana proprio «nelle cosiddette “melodie dei neri”».

Chiamato nel Nuovo Mondo a dirigere una scuola a New York, era rimasto affascinato dagli spiritual e dai ritmi degli indiani d’America. Ecco: è questa la strada, aveva detto, per inventare una musica classica in grado di staccarsi dalla tradizione europea.

A distanza di quasi 130 anni, si può dire che si era sbagliato. Proprio in America la musica classica, per più ragioni, è diventata un fortino culturale dai connotati etnici.

Ai problemi di inclusività nei confronti delle minoranze – cui si cerca di fare fronte con diverse iniziative a livello di comunità locale – si aggiungono anche questioni di repertorio. Il punto di riferimento obbligato (ed è anche giusto) sono i grandi compositori europei, che hanno influenzato la produzione stessa del XX secolo: e così il suono, come scrive lo storico americano Joseph Horowitz, è rimasto quello di Johannes Brahms e Richard Wagner, quasi impermeabile rispetto alla vivacità degli spiritual e del jazz. Ma perché?

La spiegazione è complessa. C’è una ragione ovvia – il razzismo – e una un po’ meno – le preferenze estetiche. Ed è difficile districarle.

Il risultato è comunque lo stesso: la rimozione. Pochissimi conoscono Samuel Coleridge-Taylor (solo di nome simile al celebre poeta), nero di origine inglese. Eppure, verso la fine del XIX secolo, era famosissimo.

O Nathaniel Dett, che negli anni ’30 veniva trasmesso a livello nazionale (il suo oratorio “The Ordering of Moses” fu apprezzatissimo), insieme a William Grant Still – detto il “decano”, che inanellò primati su primati (fu il primo americano ad avere un’opera prodotta dalla New York City Opera, il primo afroamericano che diresse una orchestra nazionale, e l’autore della sinfonia composta da un americano più eseguita al mondo) e la musicista Florence Price, la prima compositrice afroamericana di musica classica. Tutti famosi, tutti scomparsi.

Il caso più emblematico è però quello di William Dawson, che aveva scritto una “Negro Folk Symphony”, trasmessa nel 1934 e che ebbe un enorme impatto.

Addirittura, ricorda Horowitz, durante la sua esecuzione «scoppiarono gli applausi a metà dell’esecuzione, una cosa insolita già all’epoca. E non era avvenuto perché l’autore era nero ma perché la musica era stupenda».

Quello che rendeva Dawson importante era proprio la sua impostazione culturale: «Ho provato a non imitare Beethoven o Brahms, o Franck o Ravel, ma a essere soltanto me stesso: un nero», disse. «Per me il complimento più bello che si può fare è dire che “solo un nero potrebbe averlo fatto”».

Aveva fatto quello che, 50 anni prima, aveva raccomandato Dvorak: riprendere ritmi, idee e invenzioni della tradizione nera e fonderli negli schemi compositivi classici.

Ma con una differenza importante: per il musicista ceco chiunque (bianco o nero) avrebbe potuto rifarsi a quella tradizione popolare per creare la nuova classica americana. Per Dawson no: c’era un limite, lo ribadisce lui stesso: lo possono fare solo i neri. Una differenza che diventa importante (anche perché l’esito sarà il concetto di “appropriazione culturale” dei giorni nostri, in cui le divagazioni in tradizioni diverse sono proibite perché immorali).

In ogni caso, nonostante il forte interesse nei confronti della musica nera da parte di compositori bianchi europei, come Otto Klemperer e Arnold Schoenberg, il gusto dominante in America cambia. Dice addio ai suoni popolari e preferisce atmosfere più europee.

È un fatto di razzismo? Certo. Ma è anche una questione di estetica (tanto è vero che nell’ondata di rifiuto dell’epoca viene travolto anche bianco come George Gershwin, reo di avere attinto al patrimonio nero e popolare per la sua “Porgy and Bess”).

Il cambio di passo condiziona tutto il ’900 americano, rafforza il fortino bianco del settore e consegna, ancora oggi, un mondo segnato da disparità e rivendicazioni mancate. Il cammino verso l’apertura, sia nella composizione delle orchestre che del repertorio, appare ancora lungo e ostacolato da pregiudizi.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta